Te Deum 2014

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Omelia Te Deum 2014
Spoleto, chiesa di S. Filippo Neri, 31 dicembre 2014

 

Oggi un altro anno finisce. Si ha un bel dire che è un giorno come un altro, che tutti gli anni finiscono e il tempo passa, ma non c’è dubbio che un giorno come questo è pur sempre un giorno che nel nostro cuore ha una risonanza speciale. Come se fossimo toccati per un momento da qualche cosa di più profondo e di più segreto, di più eterno e di più misterioso; di quel genere di cose a cui non pensiamo tutti i giorni, ma che ogni tanto si affacciano e ci pongono davanti a problemi che ci paiono più grandi di noi.

In un giorno come oggi si pensa certo al passato, si pensa al tempo che corre, che non torna, a quanto abbiamo compiuto nell’anno che volge al termine. Ognuno custodisce certamente una lista di avvenimenti, momenti, parole che rimangono impressi nella memoria e nel cuore, che edificano quotidianamente la storia personale, e per le quali vogliamo dare lode e ringraziamento a Dio Onnipotente. Insieme con voi, vorrei ricordare con animo grato, tra i tanti, due eventi particolarmente importanti per la vita della nostra Chiesa locale: la Visita pastorale, che mi ha visto pellegrino in tutte le comunità della diocesi, e il pellegrinaggio diocesano in Terra Santa, dove ci siamo recati con oltre 200 persone “dove Lui è passato ed ha visitato la nostra terra”. Momenti di grazia  e di autentica comunione ecclesiale, per i quali desidero ancora una volta questa sera benedire il Signore.

A fine anno, però, si pensa al futuro. È ancora sempre il futuro che ci affascina, è ancora sempre la vita che non abbiamo ancora vissuta. Ebbene, nella prospettiva di Cristo che cammina dinanzi a noi risorto, noi credenti dobbiamo fare un pensiero sul futuro, ma un pensiero diverso da quello che tutti fanno, un pensiero nuovo, radicato nella fede che abbiamo.

Tutti, io credo, pensano al futuro in qualche maniera, nessuno può farne a meno, e ciascuno pensa il futuro secondo una certa prospettiva. Potremmo dire che una parte degli uomini ci pensa semplicemente come un’incognita, qualche cosa che non si conosce. Un’altra parte pensa al futuro quasi come ad una minaccia, a qualche cosa da cui possono venire molti mali e che può distruggere un certo bene che si possiede nel presente. Un’altra parte ci può pensare come ad una speranza, una vaga speranza non meglio definita, sufficiente forse a consolare il cuore e nel medesimo tempo inafferrabile, imponderabile, che forse non si realizzerà mai.

C’è qualche cosa di vero in tutti questi pensieri sul futuro, ma certamente il futuro di un cristiano non si esaurisce qui. È vero anche per noi che il futuro è un’incognita, non ne sappiamo nulla, possiamo prevedere pochissime cose e anche queste con un basso grado di certezza. Non sapremo se e quanto vivremo, non sapremo che cosa i fatti e gli eventi porteranno… Eppure non possiamo essere gente che guarda al futuro come se fosse soltanto un mistero, soltanto un segreto. Nella stessa maniera non possiamo escludere che il futuro in qualche modo sia minaccia, o almeno possa nascondere in sé dei rischi, dei pericoli, dei cambiamenti sfavorevoli della vita: non saremmo realisti se non ammettessimo questo. Tuttavia, non si può accettare che il cristiano viva soprattutto sotto l’impulso della paura del futuro, ancor più se attaccato con egoismo al suo presente, se teme soltanto che il futuro gli rubi qualcuno dei suoi idoli. Neanche la vaga speranza si adatta a un cristiano. Certo, sperare è la cosa più bella della vita, ma io intendo dire quella vaga speranza che non s’appoggia a nulla se non a un desiderio dello spirito, a un’ipotesi, a un’idea.

Per noi il futuro è qualche cosa di molto più costruttivo: è un bene che si può veramente fare. Non ci convinceremo mai abbastanza che, pur essendo vero che il futuro è incognita, minaccia e speranza umana, è ancor più vero che una cosa possiamo certamente dire del futuro: il bene che vi faremo. Perché il bene è concreto, il bene si può pensare, programmare, realizzare. Con l’aiuto di Dio nessuno ce lo può impedire.

Di molte cose dunque non siamo certi, ma del bene che vorremmo fare possiamo essere del tutto certi. “Inventare il bene” è il grande lavoro dei cristiani. Fare il bene che non c’è ancora, quello che non abbiamo fatto, ma che possiamo fare.

In una fine d’anno non sono il pianto, la nostalgia, la tristezza i sentimenti fondamentali, ma la profondissima confidenza che il futuro esiste ancora e che tutto il bene non ancora fatto potrà essere fatto. È questa la certezza che illumina i credenti in Cristo Signore. Allora è vero dire che noi cristiani non pensiamo soltanto al futuro, ma pensiamo il futuro che vorremmo fare per noi e per gli altri: un futuro di bene, di verità, di pace, di giustizia, di amore, non a livello di grandi parole, ma a livello di piccoli gesti, di cose concrete, fatte una per una, che lasciano dietro a sé traccia di quel bene nuovo che prima non c’era e ha incominciato a esserci perché i cristiani l’hanno compiuto.

È una magnifica prospettiva di vita ed è la prospettiva di Dio creatore, che non cessa mai di creare il bene e affida oggi il bene che vuole creare al lavoro dei suoi figli, in primo luogo a noi che lo chiamiamo Padre. Dunque, il 31 dicembre deve essere non rimpianto, ma ringraziamento per il bene ricevuto e per tutto ciò che Dio ci ha donato, e progetto che prende lo slancio da questo ringraziamento per tutto il bene che vorremmo fare ancora: diciamo chiaramente che ne vorremmo fare molto, di più, che vorremmo raggiungere la misura di Dio nel bene che faremo.

È questo sguardo profondamente chiaro, lieto dell’ottimismo di Cristo, carico di speranza, che vogliamo attingere questa sera dall’incontro con il mistero eucaristico che stiamo celebrando. Guardiamo al futuro così, sorridiamo nel Dio che ci viene incontro, crediamo nel bene che faremo, siamo felici che l’avvenire ci offra di fare ciò che non abbiamo ancora fatto: è la grandezza della nostra fede, della nostra speranza, del nostro essere cristiani nell’amore. Iniziamo dunque così l’anno di domani, con la benedizione del Signore.

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