Omelia giorno di Natale 2014

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Omelia giorno di Natale 2014
Spoleto, Basilica Cattedrale, 25 dicembre 2014

 

L’annuncio gioioso risuonato nella notte si rinnova questa mattina nella nostra assemblea liturgica: «Il Verbo si è fatto carne» (cf Gv 1, 1-5), la Parola interiore di Dio diventa un individuo storico particolare, un piccolo Bambino nel presepio, cosicché unico e identico è l’eterno Verbo di Dio e il Bambino nato a Betlemme.

Il Verbo di Dio, increato, assume delle proprietà in virtù delle quali si fa bambino, senza cessare di essere Figlio di Dio. Gesù uomo sarà quindi conscio di sé e come eterna Parola di Dio e come persona storica, e nelle sue opere e parole esprimerà e rivelerà Dio. Vivendo, soffrendo, morendo come essere umano, Gesù compirà un insieme di azioni straordinarie con cui supererà, vincerà e riparerà tutti i danni causati dalla malvagità morale degli individui, delle società e della storia. E, grazie ad una relazione intima con lui, l’eterna perfezione di Dio potrà essere condivisa dagli uomini, in un’unione vicendevole di conoscenza e di amore. Gesù è il Redentore, il “divinizzatore” dell’umanità: «Dio si è fatto come noi per farci come lui!».

Comprendiamo allora, di fronte a parole tanto grandi che osiamo appena balbettare, la pagina del profeta Isaia, proclamata nella prima lettura come coscienza della Chiesa: «Prorompete in canti di gioia… Tutti vedranno la salvezza del Signore» (cf Is 52, 7-10). E noi siamo qui per fare nostri i canti di gioia, le grida di giubilo delle sentinelle che rispondono alla parola del messaggero: «Ecco la salvezza, ecco Gesù, il consolatore, il liberatore, il Figlio di Dio nato per noi». È così grande, così inaudito l’annuncio di stanotte, che persino le rovine di Gerusalemme – dice ancora il profeta Isaia – sono invitate ad esultare: «Prorompete in canti di gioia, rovine di Gerusalemme!».

Sono, oggi, le rovine della guerra che insanguina popoli vicini e lontani; sono le rovine della fame e della povertà in diverse regioni del mondo; sono le rovine di casa nostra, come le famiglie divise e disgregate; come la crisi economica ormai troppo lunga, come l’incertezza civile e politica, la disoccupazione, la droga, l’ingiustizia, la corruzione; sono le rovine interiori di ciascuno, che ci opprimono e fiaccano la nostra esistenza: amarezze, malumori, frustrazioni, solitudini. Rovine che inducono il rischio del rinchiuderci in noi stessi, così da non essere più in grado di vedere la luce che può squarciare le tenebre. Ma il buio che è dentro di noi e intorno a noi è rischiarato oggi dallo splendore del Natale. «La luce splende nelle tenebre» (Gv 1, 5).

Il brano evangelico dal prologo di san Giovanni (1, 1-5. 9-14) e il testo dalla Lettera a Tito che abbiamo sentito nella seconda lettura (3, 4-7) ci parlano dell’iniziativa di amore di Dio che, in Gesù, comunica con noi. Il Figlio si fa uomo per entrare nel mondo buio e pieno di rovine; egli viene in mezzo a noi, è tra noi realmente, storicamente ha preso la nostra stessa carne, si è fatto uno di noi. Ecco il mirabile evento del Natale, questo prodigio di gioia e di stupore: contempliamo un avvenimento storico, universale, di proporzioni immense, ma insieme un evento intimo e personale, perché per ciascuno di noi il Verbo di Dio si è inserito nel tempo, per salvarci e liberarci dalle tenebre. «Se anche Cristo nascesse mille volte in Betlemme, se non nasce nel tuo cuore non sarà mai Natale», ci ammonisce Angelo Silesio, un mistico tedesco del ‘600.

Il piccolo Gesù che adoriamo nel presepio è il segno della salvezza e dell’amore di Dio. Nella sua piccolezza conosciamo la straordinaria potenza di Dio, il volto del Padre (cf Gv 1, 18). Dio è talmente grande da amarci al punto di farsi piccolo; in Gesù, Dio “si svuota” di sé in qualche modo, per condividere fino in fondo la nostra sorte: perché – lo sappiamo – condividere è la forma suprema dell’amare.

Possiamo perciò scoprire nel brano difficilissimo e bellissimo del prologo di Giovanni l’itinerario del Figlio di Dio che, dalla luce divina, penetra nel buio del male e del peccato, in un viaggio che incontra ostilità e porte sbarrate, ma anche accoglienza. Gesù rimane ancora e sempre un viaggiatore che, venendo a noi quest’oggi, continua a pronunciare la sua Parola e ad offrire la sua luce, l’unica che scioglie il gelo del peccato.

La meditazione sul Natale, ammonisce san Giovanni Crisostomo, deve ispirare la nostra vita di cristiani. Scrive: «Non ci resta che pregare, dopo la rivelazione di verità così sublimi, che anche la nostra vita sia pura e santo il nostro comportamento; poiché non servirebbe a nulla conoscere queste cose se le nostre opere non diventano buone».

Il Verbo che si è fatto carne per venire ad abitare in mezzo a noi ci insegna dunque ad aprirci ai fratelli nell’umanità, nell’amore, nel servizio: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15, 12). Guardiamo in profondità il nostro prossimo e ricordiamoci che è un fratello di Cristo e un fratello nostro. Facciamo di ogni uomo un prossimo e di ogni prossimo un fratello. Solo così sarà davvero un “buon Natale”!

Questo ci auguriamo a vicenda, questo chiediamo al Signore di compiere in noi con la potenza della sua grazia.

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