Omelia per la conclusione del Giubileo del Duomo, 15 ottobre 2023

Omelia per la conclusione del Giubileo del Duomo, 15 ottobre 2023

Omelia per la conclusione del Giubileo del Duomo, 15 ottobre 2023

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Omelia per la conclusione del Giubileo del Duomo, 15 ottobre 2023

Omelia per la conclusione del Giubileo del Duomo
Spoleto, Basilica Cattedrale, 15 ottobre 2023

Il 30 agosto 1198 Papa Innocenzo III dedicava solennemente la Basilica Cattedrale di Santa Maria di Spoleto. Dopo 825 anni da quel giorno, ci ritroviamo questa sera per una celebrazione
che in qualche modo intende fare sintesi di quanto è stato vissuto nel corso dell’Anno Giubilare, e accogliamo dalla Parola del Signore appena proclamata una triplice consegna, quasi un viatico per proseguire il cammino: rimanere uniti alla vite, lasciarsi potare, portare frutto.

«Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me» (cf Gv 15, 5. 4), ci ha detto Gesù. La prima esigenza consiste dunque nel dimorare legati al tronco vivo e vivificante che è lo stesso Figlio di Dio. L’immagine così semplice della vigna diventa suggestiva quando pensiamo che essa vuole tradurre il legame senza eguali che esiste tra ciascuno di noi e Dio e, di conseguenza, tra noi tutti raccolti attorno a Lui. Perché fin dal giorno del Battesimo si stabilisce tra noi e Cristo un legame essenziale, vitale, costitutivo, un legame che supera quelli dell’amicizia, della parentela e anche della nuzialità. Ce lo ha detto chiaramente San Paolo: «Voi siete dimora di Dio e lo Spirito Santo abita in voi». E il grande stendardo che campeggia dal loggiato del Duomo ce lo ha ricordato ogni giorno. Se questo legame manca, la Vita non viene comunicata (e si è allora una specie di tralcio secco, di ramo morto); se invece esiste, quella che scorre in noi è la vita stessa di Dio.

L’Anno giubilare è stato voluto proprio per farci prendere coscienza e gustare questa realtà: tutti noi, figli e figlie della Chiesa di Spoleto-Norcia, siamo “il luogo” dove Dio pone la sua dimora. Innazitutto perché creati a sua immagine e somiglianza (cf Gen 1, 26), poi salvati e redenti dal Sangue di Cristo (cf 1 Pt 2, 24), e ancora raccolti insieme dallo Spirito Santo (cf At 4, 31-32) che ci fa Chiesa, mistero di comunione missionaria, popolo di Dio in cammino sulle strade del mondo, plasticamente rappresentato nei diversi pellegrinaggi che hanno varcato la Porta Santa e si sono raccolti attorno a questo altare per l’ascolto della Parola e la condivisione del Pane eucaristico.

Ma non è sufficiente rimanere legati alla vite. Perché «ogni tralcio che non porta frutto, il Padre mio lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto», dice ancora Gesù (cf
Gv 15, 2). In primavera una vigna potata sembra ridotta, ferita. Ma la stessa vigna, in autunno, sarà ricolma di grappoli proprio grazie alla potatura che ha subito. Così è per noi: quando dobbiamo affrontare una prova, una fatica, una rinuncia, immaginiamo facilmente e prevediamo quanto possa essere difficile e quanto ci possa ferire. Tuttavia la vita ci insegna presto che chi rifiuta agli eventi e alla Parola di Dio di modellarlo, non produce che l’ombra delle sue foglie o l’illusione della sua legna secca. Al contrario, quando la sofferenza ci ha purificato, allora esperimentiamo quali frutti di giustizia e di pace può generare in noi una tale potatura (Ebr 12, 11).

È sempre difficile accogliere e realizzare dei cambiamenti, soprattutto quando ci toccano direttamente. C’è una fatica, anche legittima, che può tuttavia trasformarsi in una grande tentazione, quella della critica superficiale, della resistenza passiva, del disinteresse. E così si origina un cortocircuito: non sappiamo più crescere e fare cose grandi, mentre il Signore continua a fare grandi cose in noi e per noi (cf Lc 1, 49). Per crescere talvolta occorre anche cambiare. Questo ci porta a mettere in atto tutte le riforme necessarie perché la Chiesa possa continuare ad essere oggi segno luminoso del Signore Gesù e annunciare a tutti la gioia del Vangelo.

Anche la costituzione delle 16 nuove Pievanie, nelle quali convergono le 71 parrocchie che fino a ieri hanno punteggiato il nostro territorio, ad uno sguardo superficiale può apparire una potatura. Perché ci condurrà a tralasciare tanti aspetti e tradizioni non più essenziali e significativi per la vita cristiana, a centralizzare le Messe domenicali in un “polo eucaristico”, ad assumere nuovi e diversi criteri e modalità di presenza e di azione pastorale. Si tratta di una svolta storica nel cammino della nostra diocesi, nata dal desiderio di ascoltare ciò che lo Spirito dice alla Chiesa (cf Ap 2, 7), da un esame attento della realtà e dalla valutazione delle forze disponibili. Mi piace vedere in tale scelta – certamente coraggiosa e, spero, anche feconda – uno dei frutti più significativi di questo Giubileo. Essa ci conduce non ad un “meno” (meno Messe, meno servizi, meno presenza) ma ad un “più” (più qualità, più iniziative pastorali, più scambio di esperienze): non un impoverimento, dunque, ma un arricchimento per tutti. Ci anima la volontà di guardare senza illusioni al presente e al futuro più che al passato, con la certezza di vivere il mistero e la missione della Chiesa sotto il segno di ciò che comincia e di ciò che cresce e non soltanto di ciò che sopravvive o di ciò che si vorrebbe fosse mantenuto ad ogni costo. Il Signore ci assicura che certamente, come ogni conversione, anche questa, oltre che di difficoltà e fatiche, sarà specialmente ricca di grazia e di doni.

In questa “operazione”, innovativa ed esigente, ci conforta la parola autorevole di Papa Francesco, che nell’Udienza riservata al nostro pellegrinaggio il 20 maggio scorso ci ha detto: «Nella Chiesa non è più tempo di concentrarsi su aspetti secondari, aspetti esteriori; è tempo di focalizzarsi sulle vere priorità, che sono la preghiera, la carità e l’annuncio. So che vi state impegnando per dare vita a un’azione apostolica più genuina. Rinnovare la pastorale richiede scelte, e le scelte devono partire da ciò che più conta. Non abbiate paura di passare da una pastorale di conservazione, dove ci si aspetta che la gente venga, a una pastorale missionaria, dove ci si allena a dilatare il cuore all’annuncio, uscendo dalle “introversioni pastorali”».

Infine, dobbiamo compiere ciò per cui siamo stati creati: «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto», conclude Gesù (Gv 15, 8). La gloria di Dio non è l’uomo sterile ma l’uomo vivente, che porta i frutti dello Spirito: «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22); non frutti destinati a morire, ma frutti che rimangano; non opere di morte, ma opere di vita (cf Ap 13, 8; 21, 27). Il sogno che vogliamo coltivare e realizzare insieme è che ogni Pievania produca tali frutti, presentandosi come una comunità in cui non si gioca a fare i cristiani ma dove ci si innamora di Gesù e dei fratelli, una “casa” capace di offrire momenti e spazi di incontro con Dio e con gli uomini, in una società che sembra non voler avere bisogno del Vangelo di Gesù. È la missione che raccogliamo nuovamente questa sera dal nostro convenire in Cattedrale, casa della Chiesa locale.

«Cammineranno le genti alla tua luce… tutti costoro vengono a te», ha detto il profeta Isaia nella prima lettura parlando dei pagani che guardavano al popolo di Israele. Anche il mondo di oggi, forse senza sempre rendersene conto, guarda ai cristiani e cerca di scoprire quale segreto abiti il loro cuore e animi la loro vita (cf 1 Pt 3, 15). E si attende da loro la coerenza nell’esistenza personale e la qualità dell’esperienza comunitaria, che richiedono certamente una azione attiva di annuncio della buona notizia, ma dove la parte più avvincente la svolge l’esempio della vita, chiamata a dimostrare perché vale la pena aderire a Cristo e lasciarsi convocare da lui nella sua casa. Viene dunque insistentemente rivolta a ciascuno di noi e alle nostre Pievanie la richiesta di diventare ogni giorno di più trasparenza di Vangelo: perché la fede condivisa e coltivata in una comunità è capace di cambiare le persone, di renderle migliori e di suscitare relazioni interpersonali sempre più autentiche.

Accogliamo ancora, come mandato e come programma, l’esortazione di Papa Francesco: «Nella Chiesa ciò che si testimonia è più importante di ciò che si predica… Vi auguro di non fermarvi alla superficie delle cose, ma di vedere oltre, apprezzando e abbracciando il patrimonio di santità e servizio che è la ricchezza della Chiesa. E anche di accrescerlo, perché la fede non può rimanere un ricordo del passato, qualcosa di “museale”; la fede rivive sempre nella gioia del Vangelo, nella comunità fatta di persone, nell’assemblea di quanti sperimentano la misericordia e si riconoscono per grazia fratelli e sorelle amati da Dio» (Udienza, 20 maggio 2023).

La presenza dell’immagine della Madre di Dio venerata nella sua SS.ma Icone, delle reliquie dei Santi Patroni Ponziano e Benedetto, degli stendardi dei Santi e Beati della nostra Chiesa ci rimanda alla loro sicura intercessione e ci autorizza a pensare che stiamo camminando nel solco da loro tracciato. L’Anno giubilare che abbiamo celebrato si inscrive come un ulteriore capitolo nella storia gloriosa e santa della nostra Archidiocesi. Tocca a noi continuare a scriverla bene questa storia. Con l’aiuto del Signore, e con sapienza, fantasia e fedeltà.

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