Il giorno di S. Lorenzo, 10 agosto 2026, l’Arcivescovo ha presieduto la Messa nella chiesa dedicata al diacono e martire a Terzo la Pieve di Spoleto. Hanno concelebrato don Vito Stramaccia, pievano della Pievania di S. Brizio, don Salvatore Piga, collaboratore della Pievania, e don Ivan Kaseliuk, collaboratore per l’assistenza spirituale della Comunità ucraina di rito bizantino. Diacono permanente Gianluca Filippetti. Il Comune di Spoleto era rappresentato dall’assessore Manuela Albertella. La liturgia è stana animata nel canto da un piccolo coro composto dagli abitanti di Terzo la Pieve, coordinato da Diego Catanossi. Molti i fedeli presenti. L’occasione, oltre alla ricorrenza liturgica di S. Lorenzo, è stata anche l’inaugurazione del recupero di una sala adiacente la chiesa, probabilmente il nucleo originario della stessa, il cui tetto era imploso, mettendo in pericolo sia l’edificio di culto che l’attiguo cimitero. I lavori sono stati eseguiti con fondi propri dell’Archidiocesi (circa 60.000 euro); il progettista è stato l’ing.-arch. Leonardo Sannucci e i lavori sono stati eseguiti dalla ditta edile di Murasecco Piero di Terzo la Pieve.
Don Vito Stramaccia, prima della celebrazione eucaristica, ha sottolineato l’importanza di questa giornata: «Grazie Eccellenza per questa carezza che la nostra Chiesa diocesana fa a questo luogo periferico, ma non per questo meno importate. Grazie alla gente di Terzo la Pieve: vedervi custodire con passione, ogni giorno, questa casa comune è per me una grande gioia. La chiesa, infatti, non è del prete, ma del popolo di Dio e tutti ne siamo responsabili. Ci avete messo la faccia, vi siete sporcati le mani e per questo vi dico grazie. Abbiamo messo in sicurezza la stanza tra la chiesa e il cimitero, il prossimo passo è recuperare la canonica: dobbiamo togliere i topi che ci vivono e metterci le persone. È una nuova sfida che attende Terzo la Pieve, ma insieme ce la possiamo fare».
Giovanna Silvestri, storica locale, ha presentato la storia della chiesa. «Edificata su una strada un tempo molto importante per i collegamenti con Roma e le zone interne umbre. Per essa sono arrivati i Romani, i Goti, i Longobardi. Il nome del paese, Terzo la Pieve, prende il nome dal fatto che i Romani si appropriavano di un terzo di tutto ciò che era presente e la popolazione chiaramente viveva in miseria. Da qui passarono anche gli evangelizzatori Brizio, Severo e Sensia che hanno testimoniato la fede con la vita. Nel V secolo il vescovo Spes qui dedicò un altare e vi pose, in un sarcofago, le reliquie di S. Lorenzo, S. Vitale e S. Mauro da Massa Martana. Il sarcofago nel tempo è stato trafugato e non si sa dove siano le reliquie. Il vescovo Giacinto Lascaris nella visita pastorale annotava: “La chiesa è molto bella e grande, il pavimento di pietra, la copertura a volta di laterizio puntellata da travi di legno per preservarla dai terremoti”. Negli altari laterali troviamo dipinti e tele di S. Sebastiano, della Madonna del Carmelo, della Madonna del Rosario, di S. Antonio e di S. Lorenzo. L’abside è inscritta in una struttura
muraria poligonale: ciò è insolito nella zona, mentre la ritroviamo in altre chiese molto importanti, come ad esempio Santa Sofia a Benevento. Ciò testimonia che la chiesa aveva una profondità maggiore ed era molto più larga. Era, infatti, la Pieve di una vasta zona. Fu restaurata dai Longobardi, poi a causa dei terremoti cadde in abbandono. Nel 1910, come inciso anche sul portale d’ingresso, è stata nuovamente restaurata, cambiandone completamente la fisionomia».
L’omelia dell’Arcivescovo. «Questi muri – ha detto mons. Boccardo – sono testimoni di secoli di preghiera e penso allora agli abitanti di Terzo la Pieve che qui sono venuti e hanno aperto il loro cuore al Signore per intercessione di S. Lorenzo. Oggi ci riappropriamo di un bel locale attiguo alla chiesa che per noi diventa un impegno: trasmettere la vita di fede a chi viene dopo di noi». Poi, il Presule nel tratteggiare la figura di S. Lorenzo ha
sottolineato come «una vita trattenuta e ripiegata su se stessa sia sterile; una vita donata, come quella di Lorenzo, è invece feconda di frutti. Oggi siamo ossessionati dall’auto affermazione: devo star bene io, non sono mai contento, voglio sempre di più. Dobbiamo riscoprire la bellezza del donare la vita nelle cose ordinarie che facciamo, là dove viviamo, anche se sono monotone e ripetitive. Non basta fare le cose, dobbiamo sapere per chi le facciamo». E qui mons. Boccardo ha condiviso l’incontro con una coppia di sposi qualche anno fa: il marito si prendeva cura della moglie malata di Alzheimer. Gli amici gli dicevano: ma perché metti tutta questa cura quando lei non sa più nemmeno chi sei? L’uomo ha risposto: io, però, so chi è lei. Per questo lo faccio. «Il contenuto della vita – ha concluso l’Arcivescovo – va ricercato dentro di noi: chi semina scarsamente raccoglie poco, chi è generoso raccoglie molto di più».



















