Intervista a don Marco Rufini che lascia la parrocchia di Norcia dopo undici anni. Ci racconta la sua esperienza di prete terremotato tra i terremotati: «Mi ero dato una regola semplice: svolgere il mio ministero nell’ordinarietà della vita senza usare il terremoto e i luoghi del sisma per una visibilità personale»

Intervista a don Marco Rufini che lascia la parrocchia di Norcia dopo undici anni. Ci racconta la sua esperienza di prete terremotato tra i terremotati: «Mi ero dato una regola semplice: svolgere il mio ministero nell’ordinarietà della vita senza usare il terremoto e i luoghi del sisma per una visibilità personale»

Intervista a don Marco Rufini che lascia la parrocchia di Norcia dopo undici anni. Ci racconta la sua esperienza di prete terremotato tra i terremotati: «Mi ero dato una regola semplice: svolgere il mio ministero nell’ordinarietà della vita senza usare il terremoto e i luoghi del sisma per una visibilità personale»

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Intervista a don Marco Rufini che lascia la parrocchia di Norcia dopo undici anni. Ci racconta la sua esperienza di prete terremotato tra i terremotati: «Mi ero dato una regola semplice: svolgere il mio ministero nell’ordinarietà della vita senza usare il terremoto e i luoghi del sisma per una visibilità personale»

Dopo undici anni don Marco Rufini lascia la guida della parrocchia della Concattedrale di Santa Maria in Norcia, oggi Pievania dei Santi Benedetto e Scolastica. Dal prossimo mese di novembre andrà a svolgere il suo ministero nella Pievania del Beato Giolo, ossia le zone pastorali di Cerreto di Spoleto, Sellano e Verchiano di Foligno. Don Marco ha vissuto l’emergenza causata dai terremoti del 2016 e non si è mai allontanato dalla gente che la Chiesa gli aveva affidato: ha dormito in macchina per diverse sere, poi in tenda, per qualche mese ha vissuto in una roulotte e poi, fino ad oggi, in una casetta di legno alla Madonna delle Grazie. Ha annunciato la Parola e celebrato i Sacramenti nelle strade, nelle tensostrutture, nei container, nei centri di comunità e finalmente, dallo scorso mese di ottobre nella Basilica di S. Benedetto ricostruita e riaperta al culto. Tra le tante iniziative messe in campo, ci piace ricordare quella denominata “Ricominciamo dalla comunità – ostinatamente rifiorire”, che ha promosso qualche anno dopo il terremoto per rimettere al centro della ricostruzione la comunità e le relazioni che in essa vivono. Il 15 agosto 2026 è stato pubblicato il suo trasferimento, così come quello di don Davide Tononi, e sono stati annunciati i presbiteri che ora svolgeranno servizio pastorale a Norcia. Abbiamo incontrato don Marco per un’intervista che mette al centro il suo ministero di parroco a Norcia dal 2015 al 2026.

Don Marco, diverse cose sono state dette, soprattutto scritte, circa questo trasferimento. Come sono andate le cose? 

Lascio Norcia per ragione di salute. Mi è stato prescritto un periodo di riposo, dopo il quale potrò svolgere il ministero pastorale nella Pievania del Beato Giolo dove l’Arcivescovo mi ha inviato. L’unica certezza che ho nella vita è proprio quella di essere prete; non vorrei fare altro e non esistono ragioni capaci di farmi fare altro.

Tanti anni a Norcia: quando sei arrivato nel 2015 era una comunità viva sotto tanti punti di vista. Poi il terremoto ha stravolto tutto e tu non ti sei mai allontanato dalla “tua” gente?

Sì. Anche perché era difficile allontanarsi. Qualche tempo dopo il terremoto, però, mi sono reso conto di un fatto: sarebbe stato facile cavalcare l’onda, cioè servirsi di questa storia, e anche di questi luoghi, alla ricerca di qualche vantaggio personale che poteva essere anche l’elemosinare un po’ di visibilità o di fama mediatica. Gli occhi di tutti erano qui ed era agevole cadere nel vortice della popolarità. Allora mi sono dato una regola: non mi sarei mai servito di tutto questo per dei vantaggi personali, provando invece a servire questo territorio e queste comunità nelle pieghe ordinarie, e se vogliamo monotone, della vita. Parto con tanta serenità perché credo di aver tenuto fede a questo impegno.

Don Marco, quale la priorità di questo territorio?

Il primo e più grande problema di Norcia è il calo di residenti dopo il terremoto, fenomeno che se non si interviene con forza rischia di crescere, soprattutto nelle fasce giovanili. Comincia anche ad avvertirsi un calo delle nascite proprio negli anni più recenti. Poi, siamo di fronte a un territorio che ha una storia ricca di tradizioni e anche di cultura. Credo che in questo momento riscoprire la vocazione culturale di questa zona sia un po’ la sfida anche per la Chiesa. A volte l’appiattimento di tutto sul tema del turismo rischia di far perdere di vista quelle che sono le radici, i contenuti, i valori veri di una comunità e di una storia.

Ogni cambiamento porta con sé anche dei malumori e si leggono in questi giorni tante cose, soprattutto nei social. Come si sta preparando la comunità pastorale di Norcia ad accogliere i nuovi sacerdoti?

Quello che sento dire che sta accadendo on line per me personalmente è un po’ anche il gusto amaro del fallimento, perché vuol dire che come guida della comunità cristiana, se i comportamenti sono questi, forse ho sbagliato qualcosa. C’è il diritto ad esprimere il legittimo dissenso, ci mancherebbe, però se i modi e le forme travalicano la buona educazione questo mi fa pensare che in questi anni devo aver fatto qualche errore. La comunità ha iniziato a prepararsi ad accogliere don Maurizio e don Melchior, soprattutto con tanta curiosità. Credo che piano piano, col tempo, come è sempre accaduto, si rinsalderanno tutte le relazioni e questa comunità proseguirà il suo cammino di fede, perché chi è che fa camminare le comunità non sono i preti ma lo Spirito Santo. Questa è la fiducia di fondo che tutti dobbiamo avere.

Don Marco, prima di iniziare questo nuovo servizio nella Pievania del beato Giolo, trascorrerai i mesi di settembre ed ottobre ad Azzano di Spoleto, il tuo paese natale.

Esatto. Diciamo che è un ritorno inaspettato. A queste condizioni di salute avrei preferito di no, però devo dire che non mi dispiace. È una cosa che vivo con serenità. Sarà bello e formativo passare questo tempo ritrovando le radici, gli amici, quella comunità dove sono cresciuto e da dove sono partito per essere prete. Ad Azzano, come in tutti i paesi, ci sono un po’ di campanilismo e di rusticità, ma ciò non toglie nulla alla bellezza e alla genuinità delle relazioni, a quei rapporti umani di grande valore: sarà sicuramente un tempo rigenerante.

 

 

 

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