OMELIA NELLA MESSA CRISMALE, 27 MARZO 2024

OMELIA NELLA MESSA CRISMALE, 27 MARZO 2024

OMELIA NELLA MESSA CRISMALE, 27 MARZO 2024

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OMELIA NELLA MESSA CRISMALE, 27 MARZO 2024

Omelia alla Messa Crismale

Spoleto, Basilica Cattedrale, 27 marzo 2024

 

  1. Saluto e benedizione

«Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti». La profezia di Isaia ben si addice a tutti noi, cari Confratelli, in questa solenne celebrazione crismale che vede il presbiterio riunito attorno al vescovo nella Chiesa madre della diocesi. Chiamati e scelti da Cristo, vogliamo rinnovare insieme quel “sì” di obbedienza e di unità che ci vincola in modo indissolubile all’unico sacerdozio del Signore e all’unico presbiterio. Porgo dunque a tutti voi un saluto fraterno di pace e benedizione, facendomi volentieri eco di Papa Francesco che, nell’incontro di lunedì 18 marzo con i Vescovi umbri in occasione della Visita ad Limina, ci ha chiesto di trasmettere ai nostri sacerdoti il suo apprezzamento e la sua gratitudine per il ministero svolto con dedizione e amore nel servizio di Cristo e della Chiesa.

In questo contesto, desidero formulare a nome di tutti un augurio fraterno a quanti celebrano un anniversario significativo di ordinazione: 70 anni, don Giuseppe De Sario, dei Missionari del Preziosissimo Sangue a Giano dell’Umbria; 65 anni, Mons. Luigi Galli; 60 anni, don Mario Giacobbi; 55 anni, Mons. Luigi Piccioli, Mons. Vittorio Pignoloni e P. Oronzo Saponaro, dei Frati Minori a Monteluco; 50 anni, P. Paolo Rippa, dei Barnabiti a Campello, e P. Luciano Temperilli, dei Passionisti, fino a poco tempo fa alla Madonna della Stella; 25 anni, don Dieudonné Mutombw Tshibang e Ruggero Cirulli, diacono permanente. Il mio pensiero cordiale raggiunge poi i sacerdoti anziani e ammalati, che si uniscono a noi con intensità di preghiera, e anche chi si sottrae alla celebrazione comune del sacramento eucaristico, sorgente di unità, di riconciliazione e di pace. Il ricordo riconoscente va infine a quanti nel corso dell’anno sono stati ammessi alla celebrazione della liturgia del Cielo: don Guido Mondi, don Dario Dell’Orso e P. Luigi Sperduti, degli Agostiniani di Santa Rita.

  1. «Sacerdote, diventa ciò che sei!»

La liturgia solenne che stiamo celebrando ci invita a riandare con la mente e il cuore al momento dell’ordinazione, quando il vescovo e il collegio dei presbiteri hanno imposto le mani sul nostro capo invocando la discesa dello Spirito Santo, fonte prima di comunione e di fraternità. Risuonino in noi le stesse parole del profeta e di Gesù: «Lo Spirito del Signore è sopra di me»; e ciascuno si senta debitore: a Dio, per la vocazione ricevuta; alla Chiesa, per averla accolta e confermata; al vescovo e ai presbiteri, per avergli trasmesso con l’imposizione delle mani il dono dello Spirito che lo ha inserito vitalmente e sacramentalmente nel presbiterio diocesano.

Ascoltiamo il Signore dirci: «Sacerdote, diventa ciò che sei! Questo è il compito che ti affido ancora una volta questa sera. Pertanto, non preoccuparti di quello che devi fare ogni giorno ma di quello che devi essere, e testimonia la gioia di servire Cristo nei fratelli e nelle sorelle. Ricordati che non sei tu a sostenere la radice ma è la radice a sostenere te e i tuoi impegni pastorali. Se viene meno questa consapevolezza, svanisce anche il frutto di tutto ciò che fai». «È vano – dice Papa Francesco – cucire toppe nuove su un vestito vecchio: l’identità del presbitero, proprio perché viene dall’alto, esige da lui un cammino quotidiano di riappropriazione, a partire da ciò che ne ha fatto un ministro di Gesù Cristo». E continua: «Solo chi tiene fisso lo sguardo su ciò che è davvero essenziale può rinnovare il proprio sì al dono ricevuto e, nelle diverse stagioni della vita, non smettere di fare dono di sé; solo chi si lascia conformare al Buon Pastore trova unità, pace e forza nell’obbedienza del servizio; solo chi respira nell’orizzonte della fraternità presbiterale esce dalla contraffazione di una coscienza che si pretende epicentro di tutto, unica misura del proprio sentire e delle proprie azioni» (Lettera alla CEI, 8 novembre 2014).

La profezia di Isaia ci ha parlato dell’unzione messianica del profeta, «mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore» (Is 61, 1-2a). E nella sinagoga di Nazareth Gesù definisce con gli stessi termini la missione che lo attende (Lc 4, 16-21). Anche a noi, sacerdoti della nuova alleanza, è affidato il compito di prenderci cura del popolo di Dio. Non è un ministero per noi, ma per gli uomini e le donne di oggi; non è un ministero per realizzarci, ma per realizzare la vita buona del Vangelo nel cuore delle persone; non è un ministero per arricchirci, ma per nutrire il popolo santo della Parola, dei sacramenti e della carità; non è un ministero per avere un ruolo di successo, ma per far crescere i buoni legami della vita sociale.

  1. Un tramonto

Queste affermazioni – di cui tutti siamo convinti, ma che è bene richiamare almeno di tanto in tanto – ci conducono necessariamente a considerare quanto, realizzando il progetto delineato nell’omelia della Messa Crismale dello scorso anno, stiamo vivendo nell’oggi della nostra Chiesa diocesana: abbiamo dato vita con fiducia alle 16 nuove pievanie e, mentre stiamo muovendo i primi passi, affrontiamo le prime fatiche e raccogliamo i primi frutti.

Si dice spesso che questo è per tutti un tempo di cambiamento. Però non stanno semplicemente mutando le formule, i modi, i tempi della vita della Chiesa; non stanno semplicemente evolvendo le sue strutture, l’esercizio del suo ruolo pubblico, il suo organizzarsi per animare la vita religiosa e civile dei paesi e delle città. Quello che viviamo è la fine di un mondo. Dire che sta cambiando forse consola, ma non permette di vedere bene quanto sta accadendo. Certo, si può scegliere di camminare ad occhi chiusi, senza guardare in faccia ciò che realmente succede. Con il rischio, però, di andare a sbattere… Meglio tenere gli occhi ben aperti e chiamare le cose con il loro nome: questo è un tramonto. Ma i tramonti sono anche una bella cosa. E la natura spesso ce lo ricorda dipingendoli di colori straordinari. Sono belli perché sanno di compimento e insieme di promessa; perché il tramonto e la notte non sono che il preludio dell’alba che non mancherà di sorgere, con tutto ciò che di nuovo il giorno seguente porterà.

Certo, non è facile lasciare alle spalle quel “si è sempre fatto così” a cui siamo tanto affezionati, e il nuovo passo che vogliamo imprimere al nostro andare esige necessariamente dei tagli coraggiosi e dolorosi, che comportano una vera “conversione” degli stili, delle strutture, degli orari e del linguaggio perché, rinnovati in autentico stile missionario, favoriscano la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia (cf EG 27). È la rivoluzione più difficile e più importante della nostra vita: sappiamo bene, infatti, che l’abitudine è una pericolosa malattia dell’anima, che può paralizzare lo spirito e la sua creatività.

  1. «Non siamo in un’agonia, bensì in un parto»

È dunque necessario prendere risolutamente le distanze da una forma di Chiesa “a pioggia”, che lascia più o meno tutto immutato ma porta anche a numeri sempre più ridotti, e concentrare le forze in quelli che abbiamo definito “centri eucaristici”, non solo per le celebrazioni domenicali ma per tutta la vita pastorale della pievania. Sono passi che, guardati nelle loro conseguenze, appaiono scomodi, energivori e complessi. Ogni decisione sembra scontentare molti e si pone in contrasto con una tradizione antica e gloriosa. Inevitabilmente ci si chiede se ne vale la pena, se è questo il tempo, che cosa dice la gente. E si è tentanti di appianare o rimandare ogni cambiamento. Alla fine, si pensa e si dice, oggi tutto funziona, anche se non alla perfezione; si aspettino tempi diversi. È ovvio: mantenere e gestire l’esistente è la soluzione più semplice, attendendo che sia la storia ad intervenire. Il rischio però è giungere a situazioni così critiche in cui le trasformazioni saranno inevitabili e dovranno essere realizzate all’improvviso. E allora, come dice Papa Francesco, «abbracciamo il rischio di pensare che non siamo in un’agonia, bensì in un parto; non alla fine, ma all’inizio di un grande spettacolo» (Messaggio per la Quaresima 2024, 3 dicembre 2023).

Vediamo questa situazione nel progressivo costituirsi delle nuove parrocchie, i cui membri scoprono e sperimentano la bellezza e la fecondità del pensare insieme, dello stare insieme, del celebrare insieme, facendo della comunità che si aggrega per la celebrazione della liturgia, specialmente la domenica, il segno visibile della presenza sacramentale di Cristo nel mondo. Il convergere delle differenze rivela la bellezza e la ricchezza della nostra Chiesa, aiuta a superare resistenze e campanilismi, alimenta la nostalgia di essere un luogo di fraternità e di comunione dal quale traspaia la gioia del Vangelo accolto, assimilato e vissuto. E si scopre che il condividere quanto si è e ciò che si ha non costituisce un impoverimento ma un arricchimento reciproco; che è meglio fare un po’ meno ma insieme, piuttosto che correre isolati su strade diverse, spesso in modo disordinato.

  1. Generare la Chiesa di domani

E così, con umiltà e letizia, osiamo affermare che stiamo generando la Chiesa di domani. Anche l’individuazione in corso dei membri delle Équipes pastorali di pievania si colloca in questa dinamica. Generare la Chiesa di domani è un atto di passione, di amore tenero e forte, di incontro, che esige azione e pazienza, parola e silenzio. Si può generare solo dentro buone relazioni, dentro un disegno comune, con il desiderio di costruire una storia, di realizzare l’universale nel particolare, il tutto nel frammento, di far brillare la forza della luce perché vinca le tenebre. Se non vogliamo rimanere sterili, se alla fine della nostra esistenza non si dovrà raccontare solo quante strutture abbiamo costruito ma quanta vita abbiamo sprigionato e liberato, allora è giunto il momento di generare. Quanto si sta muovendo – quasi come una primavera – può far crescere vita nuova: possiamo perdere il soffio dello Spirito che aleggia sul nostro tempo? Ma attenzione: si dona la vita soltanto insieme; chi fa da solo non fa per tre, ma resta isolato nel suo piccolo mondo. E tenta invano di costruire la propria identità di prete, di oratorio, di pievania, in alternativa (quando non in contrapposizione) alla diocesi e ai suoi progetti e iniziative. Per generare bisogna accogliere sempre di nuovo lo Spirito, creare comunione e fraternità, parlare ciascuno la propria lingua capendo quella dell’altro. Nessuno perde la propria identità, ma dà inizio a nuove storie di vita, apre orizzonti di speranza.

La Chiesa di domani sarà quella che costruiamo oggi con impegno e dedizione. E ricordiamo: noi siamo amministratori e non creatori, servi nel ministero e non padroni del gregge, membra vive del corpo del Signore e non dirigenti di un’impresa della fede. Se non si può generare da soli, io ho bisogno di te, di tutti voi; il vescovo ha bisogno del suo presbiterio, il presbiterio del suo vescovo, il pievano dei suoi confratelli sul territorio, i preti degli altri preti, le Équipes pastorali di tutta la comunità, la comunità di tutti i suoi componenti. Anche oggi, come ai tempi degli Apostoli, costruire la Chiesa richiede l’armonia di molti, la passione di tutti, la sapienza degli anziani, la solidità degli adulti, la fresca energia dei giovani.

  1. L’arte del “prendersi cura”

Tutto ciò significa esercitare l’arte del “prendersi cura”. Se “cura” deriva dal latino “quia cor urat” (perché scalda il cuore), allora è il momento della fedeltà del ministero, che altro non è se non la generosità distesa nel tempo, perché non teme la prova, tiene in mano le emozioni, coltiva la retta intenzione e la libertà del cuore. “Prendersi cura” è la forma eminente della carità pastorale, è il cuore del pastore, è la gioia di una comunità che beve alla sorgente fresca e zampillante, è la grazia di una pievania che sprigiona attorno a sé fascino e bellezza. “Prendersi cura” è il luogo della maturità umana del prete, della sua crescita spirituale, della serenità del dono, della tenerezza delle relazioni. “Prendersi cura” è ciò che vorremmo sentir dire di noi l’ultimo giorno, perché nel silenzio e sotto la rugiada dello Spirito è stato il segreto quotidiano della nostra vita sacerdotale.

Tutti insieme ci dobbiamo dunque domandare se non solo stiamo facendo tanto, ma anche se stiamo facendo bene. Perché spesso appare sul cammino una tentazione da respingere: quella della “normalità”, di un pastore a cui basta una vita “normale”. Allora comincio ad accontentarmi di qualche attenzione da ricevere, giudico il ministero in base ai suoi successi e mi adagio nella ricerca di ciò che mi piace, diventando tiepido e senza vero interesse per gli altri. La “normalità” per noi è invece la santità pastorale, il dono della vita. Se un sacerdote sceglie di essere solo una persona normale, sarà un sacerdote mediocre, o anche peggio… Solo la frequentazione assidua e docile della Parola di Dio costituisce il vaccino efficace contro il contagio da quella temibile patologia della fede che è la sclerocardia (cf Ez 36, 26; Ger 9, 26; Mc 3, 5; 6, 52, 8, 17; Lc 24, 25), cioè la chiusura, durezza, indifferenza, lentezza e ipocrisia di cuore che rende disumani e che può arrivare a toccare anche il servizio dei ministri di Dio, uomini presi tra gli uomini (cf Eb 5, 12).

Non c’è poi nessuna cura del popolo di Dio che non si accompagni alla cura di sé. La cura di sé è lo specchio in cui si riflette la cura che abbiamo per la nostra gente. E la gente ama il suo prete, talvolta anche gli perdona le debolezze, talaltra lo ammira, talaltra ancora lo critica ferocemente, ma è necessario che egli sappia comunque proporsi come umile esempio di testimone da imitare. Non possiamo continuare ad essere preti senza rimanere profondamente uomini e cristiani. Perciò vi dico fraternamente e paternamente: è necessario aver cura delle relazioni, dei beni, degli affetti, della bocca e del cuore. Specialmente, la cura della bocca e del cuore invita a custodire la parola e le intenzioni. Domandiamoci onestamente: se il popolo cristiano ascoltasse i nostri discorsi ne rimarrebbe edificato perché sentirebbe che in essi trapela passione per il Vangelo? Oppure ne resterebbe sorpreso e scandalizzato per l’invidia e la gelosia che talvolta li attraversa, o addirittura per la maldicenza che deforma anche le imprese più belle? Non è forse questa la causa di un ministero deludente e deprimente, che sottrae energia ad un ministero entusiasta e tonico?

  1. Una Chiesa “in stato di formazione”

Ancora: il cammino intrapreso con le pievanie esige di riservare particolare attenzione alla formazione dei sacerdoti e dei fedeli laici. È ciò che il vescovo sente di proporvi come l’unica scelta pastorale per questo tempo, insieme con la rinnovata raccomandazione a ben profittare degli strumenti che ci vengono offerti. Penso in particolare agli Esercizi Spirituali annuali e ai Ritiri mensili, dove è triste dover prendere atto che alcuni hanno sempre qualcosa di più importante da fare (si trova facilmente qualche alibi) o pensino di non averne bisogno… Dobbiamo realizzare una corale opera di formazione perché tutti insieme possiamo essere «pronti sempre a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi» (cf 1 Pt 3, 15). Si tratta di ridare vigore dell’esistenza cristiana, perché la freschezza del Vangelo incontri la vita degli uomini e accenda la scintilla della vita buona del testimone di Gesù. Non abbiamo bisogno di cristiani “padroni della fede” o “gestori della parrocchia”; abbiamo uno straordinario bisogno di credenti e di preti umili e coraggiosi, tenaci e appassionati, liberi di cuore e testimoni credibili, perché tutti possano incontrare il Signore risorto e vivente.

Come realizzare questo progetto? La pievania deve essere il luogo e lo strumento che privilegia la formazione e tutti i gesti e le iniziative che la promuovono. Mi rallegro, e ve ne ringrazio di cuore, nel vedere come diverse pievanie hanno messo in atto, specialmente nei tempi di Avvento e Quaresima, un percorso di catechesi degli adulti. E ho raccolto con soddisfazione gli echi positivi e appassionati di tanti laici che attendevano con ansia l’offerta di tali momenti di crescita nella fede. Anche gli incontri di informazione e formazione previsti nel Tempo Pasquale per i possibili membri delle Équipes pastorali e dei Consigli Economici si collocano in questa prospettiva. Dobbiamo mettere tutta la Chiesa diocesana “in stato di formazione”, per alimentare una sempre più viva adesione a Cristo Signore, educarci ad una più alta coscienza di appartenenza ecclesiale, diventare tutti “adulti nella fede” per testimoniarla al mondo.

 Conclusione

Cari confratelli, mentre ci apprestiamo a rinnovare le promesse sacerdotali, desideriamo che si compiano su di noi le parole di Isaia: «Concluderò con loro un’alleanza eterna. Coloro che li vedranno riconosceranno che essi sono la stirpe benedetta dal Signore» (61, 8. 9). Desideriamo che il mondo pensi a noi in questo modo, che ci veda così, e così venga in cerca del nostro ministero.

«Gesù, sacerdote eterno della nuova alleanza,

oggi, qui riuniti, ti invochiamo:

continua ad accendere nei nostri cuori

un amore appassionato per te e per la Chiesa;

donaci il desiderio di servire sempre con animo generoso te e i fratelli;

fa’ che possiamo guidare il popolo santo con mansuetudine,

insegnando ciò che tu hai insegnato,

perdonando come tu hai perdonato,

servendo come tu hai servito,

affinché, nel giorno in cui tu vorrai,

possiamo cantare in eterno la tua lode.

Amen» (San Paolo VI, Messaggio di Pasqua 1965)

 

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