San Ponziano 2015

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Omelia solennità di S. Ponziano 2015
Spoleto, Basilica Cattedrale, 14 gennaio 2015

 

La festa di san Ponziano è un dono provvidenziale per tutti gli spoletini, tanto per i credenti quanto per quelli che non hanno la fortuna di credere. I credenti celebrano oggi il sacrificio del Signore, rinnovato nel rito eucaristico, ed elevano preghiere per questa Chiesa locale e per la città di Spoleto, per il suo popolo, per i responsabili della sua vita associata, per quanti con diversa autorità sono al servizio del bene comune. E quelli che credenti in Cristo non sono più o non sono ancora, non per questo rinunciano al privilegio di essere e di sentirsi “ponzianini” e di lasciarsi coinvolgere dalla letizia comune della sua festa.

In questo cornice di incontro familiare, saluto cordialmente tutti voi qui convenuti: i figli e le figlie della nostra Archidiocesi, la Signora Presidente della Regione Umbria, i Prefetti di Perugia e di Terni, i Sindaci di Spoleto e dei Comuni della diocesi, le altre Autorità civili e militari. È bello ritrovarsi insieme per questo appuntamento annuale, che tutti ci conduce a riconoscere il valore umano e la ricchezza spirituale della secolare vicenda cristiana che ha plasmato il volto e il cuore della nostra bella città.

Il libro dell’Esodo ci ha presentato Mosè che discute con Dio in favore del popolo di Israele diventato ribelle e, facendo appello alla sua memoria di alleanza («Ricordati!»), ottiene di farlo recedere dalla sua ira (cf Es 32, 7-14). Da quasi duemila anni, san Ponziano parla in favore di questa città e di questa Chiesa, implorando protezione e benedizione; è come se la sua presenza orante di fronte al trono del Dio Altissimo fosse un continuo ripetere: «Ricordati del popolo di Spoleto!». Perciò si attribuiscono alla preghiera del nostro Santo tanti scampati pericoli, specialmente in occasione dei terremoti che periodicamente scuotono il nostro territorio. Questa certezza di fede si è espressa poi nel detto popolare: «Spoleto tremerà ma non crollerà». Così, si è andata cementando lungo i secoli quella che potremmo definire a buon diritto una stretta “parentela spirituale”: san Ponziano appartiene a Spoleto e Spoleto appartiene a san Ponziano.

C’è però un secondo aspetto del particolare ministero di “avvocato” esercitato dal nostro Santo: con l’esempio della sua vita e del suo martirio, del suo coraggio e della sua coerenza, così come ci sono trasmessi dai Lezionari del Duomo, san Ponziano ci invita a ritrovare il senso autentico della vita.

Sappiamo bene che la vera crisi che sta attanagliando il mondo e la stessa Europa, prima di essere economica, è morale; una crisi morale dei cittadini, divenuti per larga parte scettici, aridi, senza valori riconosciuti, senza robuste convinzioni in grado di motivare la retta condotta e di fronteggiare con successo le lusinghe della trasgressione. Ciascuno si fa una morale a proprio uso e consumo, basata sull’opportunismo e la convenienza. È bene ciò che mi piace e conviene. Ogni desiderio, anche il più assurdo, è reclamato come diritto da regolamentare. I giovani – e non solo loro – non distinguono più i comportamenti immorali da quelli retti. C’è una generale rassegnazione all’assenza di etica nella vita pubblica. Sembra che i cosiddetti “furbi” godano maggior successo e considerazione degli onesti. Scandali, corruzione, prevaricazione sono – diremmo – all’ordine del giorno, e a forza di sentirne parlare, quasi non ce ne meravigliamo più: non sarà che la nostra coscienza si sta addormentando o, peggio, che sia stata come “addomesticata” dal pensiero comune?

L’eredità che raccogliamo da san Ponziano esorta oggi la nostra comunità, ecclesiale e civile, a recuperare il senso morale dell’esistenza, cioè a riportare ad attualità la distinzione tra il bene e il male; a persuaderci, e persuadere le giovani generazioni, che tale distinzione precede e supera per importanza quella tra ciò che è vantaggioso e ciò che non lo è, tra ciò che piace e ciò che non piace; a convincerci, e convincere le nuove generazioni, che l’affermazione dei propri diritti non è mai separabile dall’adempimento dei propri doveri; a riconoscere fattivamente che non tutto il possibile è lecito e che la libertà di fare il male non c’è per nessuno.

La questione morale per fortuna non è monopolio dei credenti. Ci sono molti spiriti retti che, pur non avendo il dono della fede, ne avvertono lucidamente l’imperativo e condividono la necessità di una sua chiara e forte riproposizione. Prerogativa del credente è invece la possibilità di dare alla questione morale un fondamento razionale indiscusso. Perché non teme smentite quanto scriveva Dostoevskij: «Se Dio non c’è, tutto è lecito»[1]. Ma se tutto è lecito, tutto è ugualmente insignificante e nessuna moralità può essere logicamente configurabile. Un gioco dove tutto è consentito, è un gioco impossibile da giocare, perché a lungo andare diventa tedioso, non è più sopportabile. E ciò vale anche per il drammatico e non ripetibile gioco della vita.

E qui nuovamente San Ponziano viene in nostro soccorso. Abbiamo già evocato il suo stare davanti a Dio e il suo parlare in nostro favore. Ma il Patrono di questa città e di questa Chiesa sta, nel contempo, davanti a noi. Se guadiamo alle sue reliquie annerite dal tempo, se tendiamo attentamente l’orecchio, ci pare di sentire la sua voce ripeterci: «Ricordati di Gesù Cristo!». Il cristiano infatti sa che solo un costante e fedele ritorno alla sapienza del Vangelo ci può garantire la luce necessaria per non vagare nelle tenebre e rischiare di correre invano.

Ricordarsi di Gesù Cristo significa accoglierlo nella propria vita e riconoscerlo Signore e Salvatore. È lui il tesoro nascosto, la perla preziosa di cui va in cerca l’uomo della pagina evangelica (cf Mt 13, 44-46). La sua è una presenza rispettosa e discreta, che non si impone a nessuno, che non costringe nessuno a seguirlo e a salvarsi, bensì domanda una adesione libera e gioiosa. Nel contempo, è anche una presenza fedele e tenace: «se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso», afferma san Paolo (2 Tm 2, 13).Si tratta allora di seguire Gesù, che «ci insegna a vivere in questo mondo» (cf Tt 2, 12) con la sua umanità, fino ad arrivare ad assomigliargli e fare nostri i sentimenti che furono in lui (cf Fil 2, 5-11): nei pensieri, nelle parole e nelle azioni. Si tratta di accogliere e praticare la sua parola, facendone la bussola della nostra esistenza (cf Lc 8, 21).

Ricordarsi di Gesù Cristo significa poi contemplare il suo stesso volto nel volto dell’uomo, ritrovato e riconosciuto come fratello. Se non reimpariamo a leggere in ogni uomo – anche il più chiuso alla luce, anche il più schiavo del male – l’immagine viva e adorabile di Cristo Signore, l’uomo sarà sempre in pericolo: in pericolo di essere asservito ad altri uomini, magari in nome del benessere o della giustizia; in pericolo di essere manipolato e artefatto, con la scusa dei diritti della scienza; in pericolo di essere reso infecondo e votato all’estinzione in nome di una felicità egoistica dell’individuo.

Come cristiani, non possiamo non prendere parte con vigilanza e sollecitudine allo svolgersi delle vicende umane (cf GS 1); non possiamo non farci carico delle impellenti questioni che emergono dal mondo del lavoro e dell’economia, come il prolungarsi della condizione incerta e anomala in cui versano tante famiglie e tanti giovani; non possiamo non opporci con fermezza ad ogni strumentalizzazione delle religioni che giustifichi odio, violenza e morte; non possiamo non cooperare fattivamente con tutti gli uomini di buona volontà affinché la cultura della pace e della civile convivenza sempre più si diffonda e ponga radici stabili nelle menti, nei cuori e nelle società. Ogni disagio umano ci interpella e ci richiede di operare fattivamente per debellare le strutture di peccato e alleviare le multiformi sofferenze che incontriamo. Perché, come ci ha ricordato san Giacomo nella seconda lettura, la fede senza le opere è morta in se stessa (cf Gc 2, 14-17). Nasce di qui il preciso dovere, per tutti e per ciascuno, di farsi espressione concreta e credibile di compagnia e condivisione nei confronti di chi è nel bisogno.

Saluto con favore a questo proposito una bella e preziosa iniziativa che proprio ieri ha visto la luce: l’impegno comune di Enti, Associazioni, Istituzioni e singoli professionisti, che intendono garantire gratuitamente assistenza sanitaria a quanti non possono affrontare gli oneri di una visita medica privata in caso di necessità. È una tessera luminosa che viene ad aggiungersi al mosaico della solidarietà, così ricco, attivo e diversificato nel nostro territorio. Auspico che altre simili iniziative si possano presto realizzare – quasi direi “per contagio” -, accanto alle lezioni gratuite per i giovani delle scuole superiori, già in atto da tre anni presso il Centro diocesano di pastorale giovanile. A tal fine, assicuro la completa disponibilità della comunità dei credenti, che attraverso la Caritas diocesana vuole rendere visibile la tenerezza di Dio verso ciascuno dei suoi figli.

Così, per onorare degnamente il nostro Santo Patrono, noi vogliamo quest’oggi ancora una volta riascoltare, disponibili e pensosi, il suo appello accorato, sollecito del nostro vero bene: «Ricordatevi di Gesù Cristo!». E beati noi, se sapremo fare tesoro di questa raccomandazione, se la sapremo tradurre in scelte concrete di vita, se sapremo così sostanziare il nostro pellegrinaggio terreno.

San Ponziano cammini con noi, ci sostenga con il suo esempio, ci accompagni con la sua intercessione. E così sia.


[1]  cf I fratelli Karamazov, Milano 1979, vol. II, p. 619

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