Messa Crismale 2015

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Omelia Messa Crismale 2015
Spoleto, Basilica Cattedrale, 01° aprile 2015

 

Cari fratelli e sorelle,

con questa celebrazione nel cuore della Settimana Santa, la Chiesa ci invita a ricordare il dono del sacerdozio: quello di tutti i battezzati, membri dell’unico popolo di Dio qua­­le popolo sa­cerdotale, e quello dei presbiteri, scelti e consacrati da Cri­sto perché nel­l’an­nuncio della Parola, nella celebrazione del­l’Eu­caristia e dei sacramenti e nella guida del­la comunità ec­cle­siale possano agire come strumenti vivi e perso­nali di lui, Capo e Pastore della Chiesa, suo Corpo e suo gregge.

In questa luce, pensiamo con gratitudine a quanti durante l’an­no ci hanno preceduto nella casa del Padre: don Giulio Mar­telli, cpps, don Ezio Campagnani, don Eusebio Severini, don Angelo Corona, don Luciano Nanni e don Giovanni Mar­chetti. A loro desidero associare ­nel ricordo orante l’Arcive­sco­vo Mons. Antonio Ambrosanio, chiamato proprio 20 an­ni fa al premio eterno. E ci uniamo cordialmente al cantico di lo­de e di azione di grazie per i 50 anni di sacerdozio di don Giu­lia­no Medori e di p. Mario De Santis, osa; per i 65 anni di don Baldino Ferroni, don Sante Quintiliani e p. Remo Piccolomini, osa; per i 70 anni di don Aldo Giovannelli e per i 79 anni di p. Lui­gi Giuliani, osa.

La liturgia che stiamo celebrando ci invita a sentire con forza come il presbiterato ­sia un dono personale, personalissimo: quella sera, nell’Ultima Cena, ciascuno di noi sacerdoti è sta­to il termine vivo del pensie­ro, della volontà, dello sguardo e dell’amore di Cristo; tra gli apostoli seduti alla tavola pa­squa­le, Gesù vedeva il mio volto e segnava il destino della mia vita chiamandomi ad es­se­re suo ministro. Dice Papa Francesco: «Tutto, nella nostra vita, oggi come al tempo di Ge­sù, inco­min­cia con un incontro. Un incontro con quest’Uomo, un uo­mo come tutti e allo stesso tempo diverso… Gesù Cristo sem­pre è primo, ci aspetta; Ge­sù Cristo ci precede sempre; e quan­do noi arriviamo, Lui stava già aspettando. Lui è come il fiore del mandorlo: è quello che fiorisce per primo, e annun­cia la primavera». All’origine di tutto sta questo sguardo, que­sta chiamata che affascina ed invia. Lo sappiamo bene: ogni vocazione nasce nell’a­mo­re e sfocia nella missione: «Lo Spi­rito del Signore è su di me; lo Spirito del Signore mi ha man­dato…». È necessario che ne prendiamo continua coscienza.

Questa coscienza, però, non consiste nella semplice dispo­ni­bilità ad eseguire degli ordini, non è un generico invito a darsi da fare, ad ingegnarsi per escogitare qualcosa di nuovo. È una coscienza sacra e santa, che viene dall’alto, che tocca il fon­do del cuore, che pervade e illumina la mente, che accen­de il fuoco dell’amore, che non viene mai me­no, che spinge a guardare con scioltezza e fiducia ai pericoli e agli ostacoli di qualunque genere e da qualsiasi parte vengano.

Quando questa coscienza si attenua, ci si attacca a cose esteriori: ai numeri, al successo, all’indice di ascolto, al gra­di­mento; ci si consola pensando che vi sono ancora tanti inte­res­sati ad ascoltare la parola della Chiesa o al contrario ci si rattrista pensando a quanti non la vogliono ascoltare. Oppure si viene colti da quella che Papa Francesco ha definito “la ma­­lattia delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei pettego­lez­zi”: «È una malattia grave, che inizia semplicemente, ma­ga­ri solo per fare due chiacchiere – dice il Papa -, e si im­pa­dro­­nisce della persona facendola diventare “seminatrice di zizzania” (come satana), e in tanti casi “omicida a sangue fred­do” della fama dei propri confratelli. È la malattia delle per­­sone vigliacche, che non avendo il coraggio di parlare direttamente parlano dietro le spal­le… Fratelli, – conclude – guardiamoci dal terrorismo delle chiacchiere!».

Ma non può né deve essere questo il metro su cui misurarsi. Ciò che mi pare somma­men­te importante è che la Chiesa dio­cesana tutta e ciascuno di noi abbia la coscienza di aver ricevuto un mandato significativo e vitale per il mondo di oggi e per questa nostra società. È il Si­gnore risorto e vivente che ogni giorno, per la voce esterna della Chiesa e per la voce e l’unzione interiore dello Spirito Santo, manda me e te e tutti per una missione. Ciascu­no di noi si sente interpellato dalla voce di Dio che risuona nel Tempio e domanda: «Chi man­de­rò e chi andrà per noi?». E se forse, soprattutto dopo esserci resi conto di quanto arduo sia il ministero apostolico, non abbiamo sempre il coraggio o la prontezza di dire: «Eccomi, man­da me» (Is 6, 8), ci conforta in ogni caso la parola di Gesù: «Io so­no con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Se il Signore ci manda per questo “oggi” del mondo non man­che­rà di farci vedere, pas­­so dopo passo, quali strade dobbia­mo percorrere e quali scelte dobbiamo operare. È vero che non di rado ci domandiamo se i nostri cammini apostolici sia­no giusti o se siano i più efficaci e se e come debbano essere rinnovati. Ma viene certamente dal Maligno quel senso di con­fusione o di amarezza o di frustrazione che talora ci agita e ci fa perdere la serenità del­l’impegno nel momento presen­te. Mentre è dono e consolazione dello Spirito la fiducia che il Signore ci sta guidando qui e ora, anche nella nebbia e nel­la notte, e che sarà lui a correggere e a pilotare i nostri cam­mi­ni quando li compiamo con fiducia totale nella sua guida e nel suo mandato. Fedeli laici, diaconi, sacerdoti, vescovo, è Cri­sto stes­so che ci domanda di non fondare i nostri progetti parrocchiali e diocesani sulle sole no­stre forze, sempre e co­munque insufficienti. Tutto ciò che intraprendiamo deve esse­re fon­dato sulla fede in Colui che tutto può (cf Fil 4, 13).  Con Lui, passiamo dalle parole ai fatti, mo­de­stamente ma real­men­te. Con Lui, possiamo osare il cambiamento. Con Lui, af­fron­tiamo la missione.

Una missione che non è impresa personale di qualche eroe solitario o di qualche  funzionario com­petente; essa è piutto­sto un frutto della comunione ecclesiale che deve trovare nel­la co­mu­nione nel clero un punto di riferimento simbolico con­vincente. Non c’è dubbio, infatti, che sono i preti in fraternità visibile tra loro e con il vescovo i primi attori del­l’unità della dio­cesi. Lo sono per il loro ministero: sono stati infatti consa­cra­ti dallo Spirito San­to ed hanno ricevuto l’unzione con il Sa­cro Crisma per essere segno e strumento di Ge­sù buon pa­sto­re, che riunisce e presiede il suo popolo. Ma lo sono anche per la loro disponibilità, vissuta generosamente in luoghi e mo­dalità differenti, annunciando lo stesso Vangelo, celebran­do gli stessi sacramenti, manifestando la stessa solidale cari­tà per il bene di tutti.  Per questa disponibilità, per il vostro im­pe­gno quo­ti­diano, per la vostra vita donata al servizio di Dio e degli uomini, vi esprimo, cari fratelli sacerdoti, la mia gratitu­di­ne personale e quella di tutti i fedeli della diocesi.

Raccogliamo insieme questa sera, con cuore aperto e umile, un appello rinnovato all’unità tra di noi, memori della parola del Signore, che ha garantito la sua presenza a quanti si riu­ni­scono nel suo no­me (cf Mt 18, 20). Dobbiamo sempre di nuo­vo imparare uno sguardo, una benevolenza, una disponibilità all’obbedienza e al confronto che danno anche alle relazioni più ordinarie la qualità dell’amore fraterno. Siamo realisti: il presbiterio non è la terra promessa dove tut­to è esemplare e perfetto; è piuttosto un insieme di uomini santi per vocazione e pecca­to­ri per condizione, persone che nel ministero e nella vita privata esprimono le loro virtù e anche le loro fragilità e inadeguatezze. Lo sguardo che lo Spirito ci suggerisce non è quel­lo che indulge alla complicità o si abbandona al pette­go­lezzo e alla mormorazione o si permette il giudizio sbri­gati­vo; è piuttosto quello che sa apprezzare e perdonare, soste­ne­re e correggere, imparare e ammirare e rendere grazie. Ci ammonisce ancora Papa Fran­cesco: «Quando siamo noi a voler fare la diversità e ci chiudiamo nei nostri parti­co­la­ri­smi ed esclusivismi, portiamo la divisione; e quando siamo noi a voler fare l’unità secon­do i nostri disegni umani, finiamo per por­tare l’uniformità e l’omologazione».

Ancora una volta si apre davanti a noi un cammino arduo ed esigente, che fa sorgere spontanea la domanda: «Che cosa dob­biamo fare?». La risposta è an­tica e sempre nuova: con­templare Gesù, lasciarsi guardare da Lui, acco­glie­re in noi i suoi sentimenti per essere capaci di ripetere in verità i suoi ge­sti e le sue parole. Non ci è permesso di dimenticare, infat­ti, che il primo e più efficace servizio pastorale che pos­siamo e dobbiamo assicurare alla comunità che ci è affidata è la cu­ra della nostra vo­cazione, la cura della nostra vita interiore, me­mo­ri delle raccomandazioni ricevute nell’ordinazione dia­co­na­le e presbiterale: «Credi sempre ciò che proclami, inse­gna ciò che hai appreso nella fede, vivi ciò che insegni. Ren­diti conto di ciò che fai, imita ciò che celebri, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore».

A questo proposito desidero richiamare il dovere di coscienza – che incombe a ciascuno di noi – di dedicare ogni anno un tempo congruo agli Esercizi Spirituali, per entrare in più pro­fon­da sintonia con il Signore e ritrovare le motivazioni origi­na­rie della no­stra consacrazione, la forza per il nostro impegno e la sorgente della nostra gioia. La dio­ce­si non manca di offri­re questa possibilità: invito ad approfittarne saggiamente. Ri­cor­diamo che trascurare la nostra formazione spirituale non soltanto danneggia noi stessi, impoverendo la nostra vita inte­riore e riducendoci a “funzionari del sacro”, ma come conse­guen­za defrauda i fedeli di quella testi­monianza di santità e di quella fecondità apostolica cui hanno diritto.

Altra occasione preziosa per qualificare il nostro rapporto con Dio e l’esercizio del nostro mi­ni­stero è il ritiro mensile del Cle­ro, occasione privilegiata per nutrirsi insieme alla mensa della Parola, dell’Eucarestia e della fraternità. Non sia pretesto per una partecipazione sal­tua­ria o ridotta nell’arco della giornata un qualche impegno pastorale che si può facilmente trasferire ad altro momento o altra data. Certamente, anche la comuni­tà cristiana, opportunamente informata che il suo prete è as­sen­te dalla parrocchia perché si ritrova a pregare con il ve­scovo ed i confratelli, saprà apprezzare questo autentico “investi­men­to apostolico”. E come vorrei che lo scrupolo che trattiene qualcuno dal binare nel gior­no del ritiro venisse ap­pli­cato con altrettanta rigidità nell’azione quotidiana in parroc­chia!

Non posso poi non fare riferimento alla preghiera che ogni pri­mo sabato del mese, ormai da sei anni, riunisce puntual­mente un buon gruppo di fedeli per invocare il dono di nuove vo­cazioni sacerdotali per la nostra Chiesa. Continuo a so­gnare che i preti sia­no i primi e i più numerosi a prendere par­te a questo pellegrinaggio e faccio appello a quel­lo che oso definire “spirito di corpo”: cari fratelli, se non ci diamo da fare noi per le vo­ca­zioni sacerdotali, innanzitutto mettendoci in gi­nocchio davanti a Dio, chi lo dovrebbe fare?

A partire da queste considerazioni, vi invito a continuare con fiducia quel percorso di “con­ver­sione pastorale” che ci viene richiesto nell’esercizio del ministero ricevuto ­per l’amore ed il servizio della nostra Chiesa locale. Mi riferisco in particolare al­la costituzione delle Pievanie che, come scrivevo nell’ultima Lettera pastorale, non sono «una “super-parrocchia” che so­sti­­tuisce le parrocchie, ma piuttosto uno strumento al loro ser­vizio e per la loro crescita, secondo una logica “integrativa” e non “aggregativa”, per uno slancio pastorale d’insieme. (La Pie­vania), dunque, non elimina le parrocchie, la loro sto­ria e iden­tità; non nasce per contrapposizione o per spirito di parte, né è il risultato di una complessa azione di ingegneria pasto­ra­le; essa nasce per fare in modo che ogni par­rocchia … evan­gelizzi meglio e non da sola. L’unica ragione è ecclesio­lo­gi­ca: una maggio­re fedeltà al Vangelo e una migliore visibi­lità della Chiesa come mistero di comunione e di missione».

Guardo pertanto con vivissima riconoscenza a tutto ciò che in questi mesi si sta vivendo a livello di Pievania tra i preti e nel­le diverse comunità e che manifesta come in diocesi, len­ta­mente ma sicuramente,  cresca l’unità nella diver­sità. Pen­so a quanti sono strumenti, attori e beneficiari della comu­nio­ne che lo Spirito Santo crea tra noi: i sacerdoti, i diaconi e le persone consacrate, i numerosi operatori pastorali, tutti  attivi per l’annuncio del Vangelo, la celebrazione della Salvezza e il servizio degli altri nella società e nella comunità ecclesiale. E non dimentico gli ammalati e le persone anziane che, con la preghiera e l’offerta, contribuiscono per la loro parte alla fe­condità della missione della nostra Chiesa.

Tutte queste operazioni, però, non hanno senso se non in rap­porto a Cristo e al primato della grazia. Cambiare le tradi­zioni pastorali, tentare qualcosa di nuovo, entrare in una pro­spettiva di cambiamento richiede ferma convinzione e anche sforzo generoso, ma non assicura necessariamente il succes­so. Il rafforzamento della vita in Cristo e della vita ecclesiale, invece, permette sicuramente allo Spirito Santo di aprire per noi spazi nuovi nei quali respirare aria pura. Per la realizza­zio­ne dei progetti che stiamo affrontando e che ci appassio­nano in obbedienza al mandato ricevuto da Cristo, ci è ri­chie­sto di impiegare certo maggiore energia ma, paradossal­men­te, minore fatica, stanchezza o scetticismo di quando si fa uni­camente ciò che si è sempre fatto e si vuole conservare tut­to nella ricerca di una sicurezza illusoria.

Crediamo fermamente che lo Spirito Santo ci indica momento per momento come dobbiamo seminare e sperare, anche se non vediamo subito il frutto del nostro lavoro. Quando sentia­mo crescere le nostre fatiche, anche per il diminuire del nu­me­ro dei preti, ed esperimentiamo quanto sia difficile fare uni­tà nella nostra esistenza personale e tra di noi per le tante ur­genze che incombono, rinnoviamo la nostra fede nel mandato del Signore Gesù, e mettiamo la nostra mano nella sua, sicuri che la sua guida non vacillerà né verrà meno.

«A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen».

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