Solennità di S. Ponziano 2014

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Omelia solennità di S. Ponziano 2014
Spoleto, Basilica Cattedrale, 14 gennaio 2014

 

La Parola di Dio proclamata nella nostra assemblea che commemora il martire Ponziano ci richiama l’insegnamento del Signore Gesù, che ha legato alla sua persona la testimonianza che i discepoli sono tenuti a rendergli nella loro vita.

 

Il racconto del secondo Libro dei Maccabei (7, 1-2. 9-14) sottolinea il confronto tra il coraggio ardimentoso dei sette fratelli e della loro madre e l’insolenza arrogante di chi, sfruttando il suo potere, calpesta la dignità e la libertà della persona imponendole di rinunciare alla propria fede o di subire la morte. Ad uno sguardo frettoloso, questi martiri appaiono dei vinti o degli illusi che confidano vanamente nel loro Dio; in realtà, essi sono dei sapienti che sanno valutare la vita e le cose del mondo mettendosi dalla parte di Dio. La loro sofferenza e la loro morte rappresentano un giudizio di condanna per la malvagità degli uomini, che non hanno la parola ultima, che spetta solo a Dio. Perché la persona umana non è “a disposizione” di nessuno, non è “in potere” di nessuno, se non è essa stessa a vendersi al padrone di turno. 

Nel brano evangelico (Mt 10, 28-33), Gesù preannunzia le tribolazioni del discepolo, ma subito rasserena il suo animo trepidante offrendogli le chiavi di senso per affrontare gli imprevisti dell’esistenza e le prove alle quali saranno sottoposte la sua fedeltà e la sua coerenza. Anzitutto, il Maestro stabilisce la vera gerarchia di forza, chiedendo di non aver paura di quelli che possono privare della vita corporale ma non possono togliere la vita eterna (cf 2 Cor 4,17-18). Il Signore ricorda poi che la vita dell’uomo non è abbandonata al caso o al capriccio, ma è custodita con amorevole premura dal Padre celeste: «Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati» (Mt 10, 30). È la certezza che Dio Padre si prende cura di ogni discepolo del suo Figlio, anche nei minimi particolari. Perché ciascuno di noi è prezioso ai suoi occhi, ha un valore incomparabile (cf Is 43, 4).

«Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli», dice ancora Gesù (Mt 10, 32). La posizione che l’uomo assume di fronte a Cristo definisce il suo destino eterno. Essa può realizzarsi in due modalità fra loro opposte: «mi riconoscerà», «mi rinnegherà». Riconoscere Cristo significa dichiararsi pubblicamente a suo favore, affermando giusta la sua richiesta di essere accolto come l’unico Salvatore; rinnegare Cristo significa sconfessarlo, non riconoscerlo come l’unico Signore della vita. E questo riconoscimento deve essere compiuto «davanti agli uomini», cioè pubblicamente. «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce» – aveva raccomandato poco prima Gesù – «e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze» (Mt 10, 27).

La celebrazione della memoria di san Ponziano ci offre così l’occasione per interrogarci sulla qualità della nostra fede e dei suoi frutti. Perché se il seme della fede ricevuto nel battesimo non cresce e matura, diventa sterile e resta chiuso in sé; la vita cristiana può diventare un’abitudine: frequentare la chiesa per la messa domenicale, per la celebrazione dei battesimi, dei matrimoni e dei funerali, recitare le preghiere, senza però curare la crescita della fede, senza osservare i comandamenti, senza impegnarsi a capire ciò che si deve fare o non fare. Non di rado, qualcuno di questi precetti può costituire anche motivo di allontanamento dalla comunità ecclesiale: proprio perché non se ne capisce il senso. E quando la fede viene isolata in un angolo della vita e non incide, illumina ed orienta tutti gli altri aspetti, allora inaridisce; la fede professata con le labbra deve esprimersi nella visione e comprensione del mondo e nel modo concreto di pensare e di agire: «Ricordiamolo bene tutti – ci dice Papa Francesco: non si può annunciare il Vangelo di Gesù senza la testimonianza concreta della vita. Chi ci ascolta e ci vede deve poter leggere nelle nostre azioni ciò che ascolta dalla nostra bocca» (Omelia in San Paolo fuori le Mura, 14 aprile 2013).

E la testimonianza credibile di una vita cristianamente vissuta è il contributo che i cristiani sono chiamati ad offrire alla città dell’uomo, inserendosi vitalmente nel suo tessuto sociale (cf 1 Pt 3, 15). Perché ad una società che sembra smarrire la sua anima e perdere la sua autenticità, e dunque di conseguenza si intristisce e non è più capace di produrre frutti di bellezza e di bontà, essi devono ripetere con l’angelo di Betlemme: «Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: … è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore!» (Lc 2, 10-11).

Perché quella della gioia è per il nostro tempo una questione centrale. Una cultura che identifica la gioia con il benessere materiale, con qualche esercizio di potere, con il piacere che non abbia altro scopo che se stesso, con l’affermazione di sé fino alla prevaricazione, è una cultura che conduce diritto all’infelicità. Una società che garantisce ai bambini vitamine e giochi e ai giovani telefonini e discoteche, ma che con le sue leggi e con i suoi costumi li va derubando sempre più del loro sacrosanto diritto di avere una famiglia unita e genitori che siano tali e continuino ad amarsi e a vivere insieme, è una società che non destina le nuove generazioni alla gioia, ma piuttosto all’amarezza, al cinismo, all’orrore di giorni immotivati. Abbiamo bisogno di gioia. È vero: l’attuale situazione economica, con tutti i problemi che continua a creare per tante persone e tante famiglie, sembra generare un sentimento diffuso di inquietudine e tristezza. Tuttavia, noi sappiamo bene che si può anche vivere senza piaceri e senza agi, ma non si può vivere senza gioia, una gioia che non sia effimera e superficiale, ma che riscaldi il cuore. Abbiamo bisogno che ci venga offerta una gioia che valga sempre; valga non solo per i ventenni, ma anche per gli ottantenni; che dia senso e speranza non solo al tempo del lavoro, ma anche a quello del riposo; che possa essere assaporata non solo dai sani e dai validi, ma anche dai malati e dagli anziani. Noi cristiani crediamo che questa gioia è nel Signore, riconosciuto e accolto come Salvatore della nostra vita.

La testimonianza di san Ponziano ci dice poi che questa presenza viva di Dio nell’esistenza quotidiana, oltre alla gioia, assicura anche il dono della speranza. Perché il regno di Dio è il traguardo di tutti i nostri passi (cf Fil 3, 20). Solo la certezza di avere una destinazione ultima piena di luce può salvare dall’oscurità e dalla tristezza i giorni dell’esistenza, tutti, dal primo all’ultimo: i giorni dei sogni e quelli dei ricordi; i giorni del vigore e dell’intraprendenza e quelli della fiacchezza e della pena; i giorni riscaldati dall’amore e dall’amicizia e quelli raggelati dalla solitudine e dall’abbandono. C’è oggi nella società come una caduta di tensione; si sono bruciati molti degli ideali generosi e rispettabili che avevano infiammato i cuori e le fantasie: l’ideale di una patria nobilitata e resa grande dall’onestà e dalla passione di tutti i cittadini; l’ideale di una società dove le riforme delle strutture hanno debellato l’egoismo e la povertà; l’ideale di una convivenza umana senza ingiustizie, senza violenza, senza disperazione. Adesso si ha l’impressione che nessuno si proponga più niente di bello e di grande e ognuno viva alla giornata senza inseguire un futuro, accontentandosi unicamente di spremere ogni stilla di piacere dall’ora fuggevole che gli è donata. Abbiamo dunque bisogno di una speranza che valga non solo per le stagioni luminose e ferventi, ma per tutte le stagioni dell’uomo; abbiamo bisogno di una speranza che sappia sorreggerci in tutte le ore, anche le più difficili e buie. Ascoltiamo il nostro Patrono dire a noi, suoi lontani concittadini: «Ponete la vostra speranza nel Dio vivente, che è il salvatore di tutti gli uomini» (cf 1 Tm 4, 10).

Per essere aiutata a comprendere la profondità dell’insegnamento di san Ponziano e a farne principio di vita, la nostra comunità cittadina e diocesana si raccoglie oggi – ancora una volta – attorno al mistero eucaristico. Perché l’Eucaristia è il dono più prezioso che il popolo di Dio ha ricevuto dal suo Signore: è il sacrificio della Nuova Alleanza continuamente offerto al Padre; è l’alimento che tiene la Chiesa sempre giovane e viva in mezzo al decadere e all’invecchiare di tutti i sistemi, di tutte le potenze, di tutte le strutture di questo mondo; è la presenza vincente di Colui che in ogni epoca della storia resta con i suoi. È l’Eucaristia la fonte vera, unica e inesauribile della gioia e della speranza. Noi tutti siamo ora invitati ad abbeverarci a questa antica sorgente per ritrovare ogni giorno la forza e il gusto di una fede vissuta e testimoniata, di una gioia duratura, di una speranza affidabile.

 

Ci aiuti e ci accompagni san Ponziano, con il suo esempio e la sua intercessione.

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