Messa Crismale 2014

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Omelia Messa Crismale
Basilica Cattedrale di Spoleto, Mercoledì Santo, 16 aprile 2014

 

Cari fratelli nella grazia del sacerdozio,
la celebrazione di questa sera ci invita ancora una volta a contemplare la nostra assemblea come il popolo redento da Cristo, «un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre» (cf Ap 1, 5-6). Il sacerdozio battesimale, che unisce ogni cristiano a Cristo sacerdote, re e profeta, splende infatti oggi con particolare evidenza davanti a noi e ci conduce a proclamare l’amore del Signore (cf Sal 89, 2). Perché il Battesimo ha creato in noi una novità sorprendente, inedita ed inesauribile, che ci ha resi figli di Dio, partecipi della morte e resurrezione di Cristo e ci ha inseriti nel suo popolo sacerdotale che è la Chiesa (cf Gal 3, 27). Quella “nuova creazione” non può essere sorpassata: essa resta il fondamento, l’ambito e l’inizio di ogni altra meraviglia che Dio opera per noi.

Ma, proprio perché battezzati ed inseriti in un popolo santo, una nuova realtà Dio stesso ha fatto germogliare e fiorire nel nostro Battesimo: siamo diventati ministri di Cristo, ambasciatori da parte di lui, del suo messaggio di riconciliazione e di salvezza. Non siamo stati certo noi a costituirci servi e ministri del Signore per nostra iniziativa o per delega della comunità, ma è lui che ci ha scelto, lui che ci ha chiamato e sospinto, lui che ci ha condotto lungo vie misteriose ed adorabili per consacrarci irrevocabilmente a sé e renderci strumento idoneo del suo ministero di amore.

 

Oggi facciamo dunque memoria del dies natalis del nostro sacerdozio. Lo fanno in modo del tutto speciale quanti nel corso dell’anno celebrano un particolare anniversario di ordinazione: 70 anni don Ezio Campagnani; 65 anni Mons. Angelo Barigelli, Mons. Primo Battistoni e don Natale Rossi; 60 anni don Antonio Diotallevi, don Giuseppe De Sario, dei Missionari del Preziosissimo Sangue, P. Silvestro Scica, dei Cappuccini di Spoleto, e P. Giorgio Giamberardini, dei Passionisti della Madonna della Stella; 50 anni Mons. Lanfranco Chiaretti e don Mario Giacobbi. Con loro, ricordiamo i nostri confratelli anziani e ammalati, uniti a noi in spirito e preghiera. E pensiamo con viva gratitudine a Mons. Agostino Rossi, che dopo aver celebrato in terra per 73 anni i divini misteri, partecipa ora alla liturgia del Cielo.

 

Ricordando quel giorno più o meno lontano, si rinnova in ciascuno di noi la coscienza della propria piccolezza e fragilità, ed il nostro cuore – come in quel primo giorno – è colmo di trepidazione. Tuttavia noi sappiamo, oggi come allora, che Iddio assume la nostra debolezza e colma la nostra insufficienza, perché rifulga la potenza della sua grazia e gli uomini sappiano che non da noi, ma dalla sua fedeltà e dal suo amore viene la salvezza (cf 2 Cor, 12, 9-10). E guardiamo con fede adorante e con umiltà riconoscente a quello che Dio ha compiuto in noi: la sua fedeltà e il suo amore sono per sempre (cf Sal 107, 1); il sigillo del suo Spirito ci ha segnati per tutta la vita e si è impresso, implacabile e dinamico, in tutta la nostra esistenza.

 

Quanto ci distingue per sempre, specificando il Battesimo ricevuto, è dunque la nostra speciale configurazione a Cristo capo e sposo della sua Chiesa. L’imposizione delle mani fa del prete un uomo «riservato per lo Spirito Santo» (cf At 13,2) e destinato ad un servizio e ad un ministero, il servizio ed il ministero degli Apostoli, chiamati alla speciale sequela di Cristo e mandati come portatori del suo messaggio e dispensatori dei suoi divini misteri. Ci dobbiamo perciò commisurare direttamente con Cristo, il servo, il ministro, il sacerdote, il pastore e guida della sua Chiesa: questo rapporto verticale, insostituibile e vivo, deve qualificare il modo proprio e permanente della nostra esistenza cristiana e dare sviluppo di fede e di ardore a tutta la nostra personalità. Ma proprio il dono della configurazione a Cristo nel suo sacerdozio deve renderci disponibili, in totale dedizione, al servizio della Chiesa e degli uomini. Abbiamo sentito proclamare nel passo evangelico l’origine della missione, espressa dal profeta ed attualizzata in Gesù. È vero che la prima azione attribuita allo Spirito nel brano di Isaia è quella di consacrare, di ungere con l’olio, di riempire di grazia il cuore di colui che sarà inviato. Ma è altrettanto vero che la persuasione che ne deriva e che guiderà il consacrato verso i gesti da compiere (portare il lieto annunzio, fasciare le piaghe, proclamare la libertà) è quella che esprime la coscienza di un invio: «Lo Spirito del Signore mi ha mandato».

 

È la coscienza trasmessa da Gesù agli apostoli e ai discepoli che egli invia davanti a sé per annunciare il Vangelo e per guarire i malati (cf Mc 6, 2; Lc 10, 1), per mietere il grano maturo (cf Mt 9, 38; Gv 4, 38), per invitare tutti alle nozze del figlio (cf Mt 22, 3), per annunciare il vangelo a tutte le genti e fare dei discepoli da tutte le nazioni (cf Mc 16, 15; Mt 28, 19), prolungando ed attualizzando nel tempo la stessa missione che il Padre ha affidato a Gesù (cf Gv 17, 18).

 

La coscienza di missione è diversa dalla semplice disponibilità ad eseguire degli ordini, dal generico invito a darsi da fare, dall’ingegnarsi ad escogitare qualcosa di nuovo. È una coscienza sacra e santa, che viene dall’alto, tocca il fondo del cuore, pervade e illumina la mente, accende il fuoco dell’amore, non viene mai meno, spinge a guardare con scioltezza e fiducia alle novità e anche agli ostacoli. Quando questa coscienza del mandato si attenua, allora ci si attacca a cose esteriori: ai numeri, al successo, all’indice di ascolto, al gradimento, al «si è sempre fatto così»; ci si consola pensando che vi sono ancora tanti che ascoltano la parola della Chiesa o, al contrario, ci si rattrista considerando quanti non la ascoltano. Ma non può né deve essere questo il metro su cui misurarsi. La sorgente profonda della nostra forza sta nella certezza di aver ricevuto una missione e nella ferma fiducia che con l’aiuto di Dio riusciremo a portarla felicemente a compimento. Certo, questo richiede da noi una continua e perseverante “conversione pastorale”, che ci permetta di mantenere viva l’ansia dell’annuncio del Vangelo, percorrendo vie nuove ed impegnative. Dice Papa Francesco nella Evangelii gaudium:«Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione» (n. 27).

 

Anche noi, come Chiesa diocesana, siamo chiamati sempre di nuovo ad orientarci su alcune priorità essenziali. All’inizio di tutto sta la contemplazione del volto del Signore. Da questa deriva il primato della santità, la necessità di nutrirsi della parola divina, di essere scuola di preghiera, di porre al centro l’Eucaristia, di essere casa della comunione, della fraternità e della solidarietà. La Visita Pastorale che ho la grazia di compiere alle diverse comunità della diocesi, se da una parte mi ha permesso di venire direttamente in contatto con un ricco patrimonio di fede e di cultura cristiana, dall’altra mi ha confermato nella necessità di un rinnovato sforzo di evangelizzazione, nuovo nell’ardore, nei metodi e nelle espressioni. Non dovremo perciò avere paura di mettere risolutamente in atto un modo diverso di presenza e di azione, anche con la realizzazione delle “zone pastorali” che insieme abbiamo individuato. È dunque più che mai necessario perseverare nell’ascolto, la riflessione e il discernimento, per essere capaci di cogliere nei segni dei tempi quanto lo Spirito dice alla nostra Chiesa (cf Ap 2, 11).

 

Cari fratelli sacerdoti,

tra poco rinnoverete le promesse della vostra ordinazione e confermerete gli impegni assunti il giorno in cui avete detto il vostro sì definitivo al Signore e alla Chiesa. Oggi si rinnova e si riattua per ciascuno di noi la scelta che Cristo ha compiuto quando ci ha chiamati a seguirlo e a far parte dei “suoi”. Sta qui la radice della comunione che ci fa una cosa sola con il vescovo e con i confratelli. Per questo io per primo, e voi insieme con me, chiediamo perdono al Signore di ogni peccato contro la comunione presbiterale che in questo anno trascorso possiamo aver commesso vicendevolmente, in pensieri, parole, opere ed omissioni. Non è un gesto formale, ma sostanziale, perché sappiamo bene che al di là delle diversità umane presenti nel nostro ministero, forte e convinta deve essere sempre la volontà di costruire la comunione tra il vescovo e i suoi presbiteri e nell’intero presbiterio diocesano, affinché prevalga sempre e comunque nei nostri cuori la via della carità, memori del monito di S. Agostino: «Chi abbandona l’unità, viola la carità; e chi viola la carità, per quanto grandi siano i doni che può avere, non è nulla» (Sermo 88, 18, 21: PL 38, 550).

 

È a Cristo, fonte perenne del nostro sacerdozio, che volgiamo lo sguardo e rinnoviamo la gratitudine, perché tutto ciò che siamo e che abbiamo ricevuto lo dobbiamo a lui, e alla Chiesa che in suo nome e con la sua potestà ce lo ha conferito. Ma se questo rendimento di grazia vale per ciascuno di voi, vale ancora di più per il vostro vescovo. Procedendo nella Vista Pastorale, infatti, ho potuto vedere ancora una volta la vostra generosità e il vostro impegno quotidiano. Sento perciò di dovervi esprimere viva riconoscenza per quello che rappresentate per la Diocesi e per tutto ciò che fate, giorno per giorno, nel faticoso e complesso lavoro apostolico, che ci permette di portare avanti insieme la missione ricevuta. Per questo, terminata la Visita Pastorale, conto di partecipare puntualmente agli incontri vicariali (dove è più facile guardarsi negli occhi, ascoltarsi e sentirsi vicini), per riflettere e pregare insieme ed esprimere così l’unità nella fede che cementa la nostra comunione e sostiene il nostro impegno per il Vangelo.

 

Mi piace infine salutare cordialmente tutti voi, cari sorelle e fratelli delle diverse parrocchie della diocesi, convenuti questa sera nella Basilica Cattedrale rispondendo al mio invito. Voi siete i testimoni quotidiani del servizio apostolico dei nostri preti, i collaboratori preziosi e discreti del loro ministero, gli amici fedeli che sanno accogliere, ascoltare ed aiutare, aprendo le porte della casa e del cuore. Ringrazio in particolare quanti di voi partecipano fedelmente alla preghiera mariana del primo sabato del mese per ottenere il dono di nuove vocazioni per la nostra Chiesa ed esorto tutti, specialmente i sacerdoti, a perseverare in questa supplica fiduciosa al padrone della messe perché mandi operai nella sua messe (cf Lc 10, 2). Già la presenza di quattro seminaristi maggiori, quelli che prestano servizio all’altare questa sera, alimenta la nostra speranza. Uno di loro, Davide, riceverà l’ordine sacro del diaconato il prossimo 8 giugno, solennità di Pentecoste. E guardiamo con fiducia ad altri che si affacciano…

 

Cari fratelli nel sacerdozio,

nella orazione Colletta abbiamo invocato il Padre, che mediante l’unzione dello Spirito Santo ha costituito Cristo suo Figlio Messia e Signore, perché conceda a noi presbiteri, resi partecipi della sua consacrazione, di essere testimoni nel mondo della sua opera di salvezza. All’intercessione di Maria Santissima, madre del sacerdote e modello di coloro che fanno della loro vita un sì di amore a Dio, affidiamo il nostro sacerdozio e il nostro presbiterio diocesano, e chiediamole di sostenere in noi la missione del suo Figlio. Amen.

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