Omelia giorno di Natale 2013

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Omelia giorno di Natale 2013
Spoleto, Basilica Cattedrale, 25 dicembre 2013

La storia del Natale è raccontata dagli evangelisti in due modi. In un primo modo, con il linguaggio narrativo, con la cronaca degli eventi visibili, come fa san Luca: il viaggio di Giuseppe e Maria a Betlemme, il loro non trovare posto negli alberghi, la nascita di Gesù nella notte e nella solitudine della campagna, il canto degli angeli, l’annuncio ai pastori (cf Lc 2, 1-14). Un racconto ricco di simboli, un insieme di tutti i piccoli fatti che contempliamo nel presepio dei nostri bambini. La liturgia ha proclamato questo brano nella messa solenne di questa notte.

 

Questa mattina, invece, nel prologo del Vangelo secondo Giovanni appena proclamato ci troviamo di fronte a un altro modulo espressivo. È quello di un inno teologico, di una grande poesia religiosa, ricca di concetti: vita, luce, tenebre, accoglienza, rifiuto, il Verbo che pone la sua tenda in mezzo a noi. Dal testo che abbiamo ascoltato, vorrei raccogliere con voi due espressioni che si richiamano. La prima è: «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta»; l’altra è: «A quanti però l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio» (cf Gv 1, 1-5. 9-14).

Chiediamoci anzitutto che cosa significa la non accoglienza della luce, che cosa sono le tenebre oscure e impenetrabili di cui parla la pagina evangelica.

Nella storia umana e nella nostra esperienza personale possiamo distinguere tre tipi di tenebre. Quelle, per esempio, costituite dai singoli crimini che oscurano e abbruttiscono l’umanità: violenze, rapine, furti, tradimenti, disonestà, infedeltà; esse offuscano l’anima di chi commette questi reati e sono le tenebre dei nostri peccati personali. In secondo luogo, ci sono tenebre che potremmo chiamare aberrazioni sociali, forme di disordine che guastano la società e la disgregano, la rendono malata e sofferente: crisi occupazionale, crisi economica, corruzione diffusa, crisi politica in cui si perdono il senso e le ragioni dello stare insieme, discordie, conflitti, guerre. Sono le frammentazioni e le lacerazioni del tessuto civile, che non sono dovute semplicemente all’uno o all’altro gesto criminoso, ma costituiscono l’indice di un malessere comune, di una patologia contagiosa, che intacca e distrugge il corpo di un popolo. Questi fenomeni terribili sono chiamati tenebre in quanto frutto di orientamenti sbagliati, di atti di non intelligenza, di non chiarezza, di errata comprensione del processo sociale e civile, del misconoscimento delle condizioni di autentico sviluppo di una comunità di persone; sono peccati della volontà e dell’intelligenza comune, conseguenze di aberrazioni collettive del sentire e di pigrizia diffusa morale e mentale.

Tuttavia, peggiori di questi peccati sociali sono le tenebre costituite da una cultura, da una mentalità che, avendo perso il senso dei valori più alti, non trova più in sé neppure la forza per ri-orientarsi e per smascherare, per superare e contrastare le aberrazioni sociali. È la tenebra che riguarda i giudizi ultimi sulla vita e sulla morte, sul significato dell’esistenza umana, sul perché siamo sulla terra; è insomma la perdita della speranza di un futuro eterno, la tenebra più spessa e impenetrabile, di cui Giovanni dice: «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta». Non l’hanno accolta perché rifiutano i primi principi dell’accoglienza, che sono un sano concetto di Dio e dell’uomo, il senso creaturale, la coscienza del proprio peccato e il bisogno di salvezza.

A tali disperanti tenebre, il Vangelo di Natale oppone l’accoglienza al Verbo di Dio: «A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio». La salvezza dalle tenebre viene dunque dall’accoglienza del messaggio natalizio, dall’accoglienza del Salvatore che è nato per noi. È da essa che siamo anzitutto illuminati e rinnovati nella percezione dei valori eterni, di quei beni perenni che fanno della vita umana un’esistenza degna, anzi un’esistenza da figli di Dio; sono i valori della fede e della speranza, i valori che ricostituiscono l’orizzonte di senso in cui collocare le vicende umane, anche le più disperanti e le più disgraziate, per avere la forza di uscirne con amore.

Dalla ricostituzione di questo orizzonte di senso, dalla forza di amore che viene dalla fede e dalla speranza nasce l’energia per riconoscere e controbattere i processi disgregativi del tessuto sociale; nasce la forza per confessare ed espiare gli errori personali che a tale degrado hanno contribuito. Questa è la conversione, la grazia della nuova vita in Cristo, la capacità di vivere nel mondo da figli di Dio: è il Natale che entra nella nostra esistenza.

Per tutti nasce Gesù. Nasce per coloro che credono e per coloro che affermano di non credere; nasce per chi lavora, soffre, spera di costruire un mondo migliore e per quanti, stanchi e delusi, vivono lo smarrimento e l’angoscia. A tutti è offerta la felicità del Natale, tutti possono accogliere il Verbo, la parola di Dio fatta carne, tutti possono aprire, spalancare le porte affinché noi diventiamo, in Gesù figlio del Padre, figli di Dio.

Se gli apriremo la porta, diventeremo uomini e donne autentici, capaci di perdono, di amore, capaci di trasmettere, a nostra volta, l’annuncio di salvezza.

Forse, in questo giorno nel quale – come ha ricordato il profeta Isaia – il messaggero annuncia la salvezza e la gioia perché il Verbo si è fatto carne, inizia per noi un viaggio nuovo, al quale dovremo restare fedeli. E di fronte all’annuncio incredibile dell’amore e della luce di Dio, siamo chiamati a pregare e ad adorare, in quella sorta di rapimento estatico espresso dalla statuetta del presepe raffigurante l’umile pastore rapito dal mistero della luce sfolgorante che squarcia le tenebre della terra.

«Donaci, o Signore, di intuire qualcosa della luce della tua incarnazione. Donaci di lasciarci irradiare dalla gloria che risplende sul tuo volto e sii sempre il Dio con noi. Con te, o Signore Gesù, ci auguriamo tutti buon Natale!».

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