Notte di Natale 2013

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Omelia nella notte di Natale 2013
Spoleto, Basilica Cattedrale, 24 dicembre 2013 

L’antica tradizione biblica distingueva quattro notti fondamentali nella storia dell’umanità:

– la notte della  creazione del mondo, quando la luce di Dio squarciò le tenebre del cosmo (cf Gen 1, 1-5);

– la notte dell’alleanza con Abramo, quando, tramontato il sole, si era fatto buio e Dio prometteva ad Abramo una discendenza per sempre (cf Gen 15, 17-18);

 

– la notte della liberazione degli ebrei dalla schiavitù dell’Egitto, la notte della Pasqua, del passaggio del Dio liberatore (cf Es 12, 12);

– infine la quarta notte, quella che si attendeva per il futuro, la notte cioè in cui sarebbe venuto il Messia, il Salvatore, il Signore.

Noi celebriamo quest’ultima notte, che ha aperto l’aurora di una storia nuova, di un nuovo corso dei secoli; notte nella quale «il Verbo si è fatto carne», il Figlio di Dio ha posto la sua dimora in mezzo agli uomini, e la distanza tra noi e Dio, che appariva incolmabile, è stata colmata.

La pagina del Vangelo di Luca ci ha appena narrato la nascita di Gesù a Betlemme, al tempo del grande censimento decretato da Cesare Augusto. Dio onnipotente, che ha creato l’universo, si è fatto Bambino, ha preso la nostra carne, la nostra fragilità, la nostra debolezza, tutto ciò che noi non vorremmo avere. Ha preso la nostra natura umana per illuminarci e salvarci. Anche se non tutti gli hanno fatto e gli fanno spazio nella propria vita, a quanti lo accolgono è data la possibilità reale di diventare figli di Dio (cf Gv 1, 12).

E la notte di cui parla il racconto evangelico viene proclamata qui, adesso, con le parole con cui il profeta Isaia annunciava l’evento di salvezza: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (cf Is 9, 1). La gloria che Mosé chiedeva di poter vedere (cf Es 33, 18) è infatti l’immagine stessa del Dio invisibile e, a Natale, tale immagine è un Bambino fasciato e deposto nella mangiatoia. È il Bambino che un giorno, divenuto adulto, sarà il Crocifisso dal cuore trafitto (cf Gv 19, 34) che dà la vita per noi; è lo stesso che sarà presente, tra poco, nell’eucaristia dove Gesù si donerà a noi come cibo (cf Gv 6, 51).

Ma la grandiosità che noi cerchiamo di evocare con povere parole e che è un canto di gioia e di letizia, non deve ingannarci. La particolare atmosfera che si rinnova ogni anno a Natale non vuole negare lo spessore tragico della nostra storia, anche della più recente; non vuole negare la pesantezza di situazioni che sembrano opprimerci, che sembrano volerci far perdere la speranza. Noi non siamo certo qui a celebrare il Natale per dimenticare, per evadere momentaneamente dalla paura, dalla tristezza, anche dall’angoscia che ritma i nostri giorni, dal pensiero della guerra in Siria e in Sud Sudan, dei profughi di Lampedusa, delle sofferenze di tante famiglie segnate dalla ormai troppo lunga crisi economica, dei problemi della nostra società. Non siamo qui per far finta che non ci sia intorno a noi, e un poco dentro di noi, tanto buio e tanto vuoto.

Siamo qui per ascoltare un grido di gioia nella notte; siamo qui per vedere la luce che è apparsa nelle tenebre. Questa notte, dunque, ci viene chiesto di ascoltare le grida di gioia, di cogliere l’incredibile messaggio del Natale, del Dio per noi, con noi e in noi, di andare al di là di un’effimera emozione, al di là del suono di vuote parole, al di là dei doni che ci scambiamo e che pure sono una cosa bella. Ci viene chiesto di andare al di là di tutto questo, per ascoltare e contemplare Dio che ha preso la nostra carne, che si è coinvolto nella nostra fatica di esistere per ridonare a tutti noi la grande speranza che qualcosa può cambiare, anzi che tutto può cambiare, per darci questa speranza come compagna di viaggio verso una pienezza di vita che non avrà mai fine.

La seconda lettura che abbiamo ascoltato ci dice che con l’incarnazione del Verbo «è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini» (cf Tt 2, 11). E la liturgia lo ripete: Dio si mette dalla nostra parte, Gesù viene per stare con noi, la grazia del suo Spirito entra in noi. Se lo vogliamo, questa sera Gesù entra ancora nella nostra vita, e noi, quali sentinelle nella notte del mondo, possiamo gridare  per le irrequiete strade della terra il messaggio di gioia, pace, speranza. Dipende da ciascuno di noi se oggi è o non è Natale. Dipende da noi, perché Dio vuole consegnarsi a noi, ma attraverso le nostre braccia aperte, attraverso la disponibilità del nostro cuore.

Ecco l’opportunità sovrana del genere umano, che ci è concessa ancora una volta questa notte: Gesù bambino entra dove lo si lascia entrare e noi siamo qui per dirgli che non soltanto lo lasciamo entrare ora in casa nostra e nella nostra vita, ma in ogni istante lo lasceremo entrare, là dove realmente ci troveremo, in tutta la nostra esistenza.

È il mio augurio di buon Natale! Apriamo le porte al Signore che viene, anticipando la pienezza eterna che un giorno sarà nostra e verso la quale l’Emmanuele, il Dio-con-noi, ci conduce come pastore buono.

«Tu, o Dio, ti sei fatto carne per dire la tua vicinanza alla nostra umanità, la tua condivisione dei nostri limiti, il tuo voler essere per noi, con noi e in noi. Noi crediamo che la mangiatoia risplendente nella notte è il segno del tuo amore per noi e ci sentiamo amati, perdonati, salvati, cercati da te anche stanotte. Per questo veniamo incontro a te, e ti chiediamo di avvolgerci e confortarci con l’abbraccio del tuo amore e della tua misericordia».

 

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