Santa Chiesa della Croce 2013

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Omelia nella festa di S. Chiara della Croce

Montefalco, 17 agosto 2013

 

Avvicinandosi il tempo in cui sarebbe stato glorificato, Gesù cominciò a parlare apertamente ai discepoli della sua passione. Questo genere di discorsi, però, si scontrava con le speranze e le prospettive che i discepoli avevano già elaborato su di lui. Non possiamo dimenticare che Gesù era comparso all’interno di una attesa – l’attesa di un Messia – deformata dalla speranza umana: si aspettava un grande generale, un politico, un conquistatore, l’uomo delle vittorie armate. Egli dovette allora enunciare un’idea totalmente diversa, quella del Messia sofferente, che salva umiliandosi e morendo; un’idea così distante dalla mentalità di quegli uomini che essi, pur volendo molto bene a Gesù e pur essendo credenti in lui, la respinsero con decisione.

Singolare il tratto di amicizia e di confidenza con cui Pietro si sente in diritto e in dovere di richiamare Gesù, come se avesse parlato spinto da un momento di pessimismo e di sfiducia. Ma prontissima è la reazione di Gesù: «Va’ dietro a me, Satana. Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Ci meraviglia ancor sempre sentire che Gesù si rivolge con tanta durezza ad un suo discepolo, per altro così amato. Eppure non dobbiamo meravigliarci: Gesù ama il suo discepolo e a lui vorrà affidare il deposito della fede e il mistero della salvezza. Pietro quindi non può avere una opinione erronea in proposito, e Gesù deve insegnargli a credere bene. Di qui la forza del rimprovero.

 

Nasce immediatamente una considerazione molto concreta: dobbiamo domandarci se, e in quali circostanze, anche a noi il Maestro rivolgerebbe con altrettanta prontezza il rimprovero che fece a Pietro. Perché non ragionare secondo Dio ma secondo gli uomini è molto facile anche per noi. Siamo cristiani spesso più di nome che di fatto, abbiamo in qualche modo “ereditato” il nostro cristianesimo, senza rendersi pienamente conto di che cosa voglia dire – in un mondo costruito sull’egoismo, sull’equivoco, sulla prevaricazione, sull’ingiustizia – essere discepoli del maestro di Galilea. È chiaro che se il nostro essere cristiani si riducesse a qualche buona abitudine ma non osasse mai andare oltre, là dove il Vangelo è in aperta polemica con l’equivoco, l’errore e il peccato, noi ragioneremmo secondo gli uomini e non secondo Dio; cercheremmo un Vangelo attenuato, una forma di religiosità che, appagando in qualche maniera la nostra coscienza, non ci obbligasse però alle scelte radicali e audaci che invece sono le scelte di Cristo e dei suoi veri discepoli.

 

Il rischio è grande e continuo. Ecco perché l’episodio di Pietro non riguarda soltanto lui, ma ciascuno di noi: tutti siamo “quel Pietro”; tutti siamo di fronte alla proposta di Dio che ci chiede di santificarci attraverso la croce, di testimoniarlo attraverso il distacco, la povertà, la giustizia, di imprimere alla nostra la vita uno stile caratterizzato dall’amore gratuito, convinti che sia meglio dare che ricevere.

 

Di fronte ai nostri tentennamenti, Gesù ci corregge perché ci ama; ci apre al mistero perché ci vuole con lui nel mistero. È una scuola che non finirà mai… Avremo sempre la tentazione di rimproverare Gesù perché dice o fa cose troppo grandi, e sempre ci sentiremo rispondere: «Bada che tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

 

L’evangelista Marco racconta poi che Gesù non si spaventò della difficoltà dei discepoli, anzi, la comprese, e continuò a dire cose sempre più chiare e precise, capaci di metterli veramente dinanzi alla misura reale di che cosa significhi seguire un Dio che s’è fatto uomo: «Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Oggi spesso per noi la croce è poco più che un oggetto, un ricordo; non riusciamo a valutare quale forza di terrore potesse incutere la sola parola nel cuore dei contemporanei di Gesù: era il presagio non soltanto di una orribile sofferenza, ma di una straordinaria vergogna sociale; era l’innominabile supplizio, quello che i Romani ritenevano talmente abietto che – diceva Cicerone – non esisteva parola per descriverne la bassezza. E Gesù, senza esitare, disse a quei poveri uomini che, se volevano essere suoi discepoli, dovevano prendere proprio la croce e seguirlo.

 

Fu certo un colpo per il loro cuore, e tuttavia dobbiamo ammirare il loro coraggio: dinanzi a questa proposta non fuggirono; continuarono a rimanere attaccati al Signore. Credevano in lui, avevano imparato ad amarlo e Gesù, che li amava a sua volta, lo sapeva. Sicché poté enunciare loro questa straordinaria concezione del cristianesimo. E aggiunse che, incominciando il cammino dietro di lui, occorreva ancora stare attenti a non voltarsi indietro e soprattutto a non vergognarsi di lui: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole …, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui». Discorso chiarissimo, che metteva i discepoli di fronte alla pienezza della loro scelta e della loro responsabilità.

 

Ma oggi i discepoli siamo noi, e quelle parole valgono esattamente per noi come valevano per loro. È detto a noi oggi che, se non prendiamo la nostra croce, il nostro dolore santificato, la nostra audacia, il nostro anticonformismo che ci espone anche all’incomprensione e alla critica, non possiamo essere discepoli del Cristo Signore. Questo non ci porterà a chissà quali avventure, ma ci porta senza dubbio ogni giorno ad altezze di dedizione, di coerenza, di serietà e di coraggio, che nessun’altra scelta potrebbe provocare in noi. È veramente detto a noi: «Prendi la croce e seguimi; non vergognarti di me e delle mie parole»; è detto a noi che viviamo la nostra vita, le nostre faccende, che usciamo di casa, andiamo al lavoro, parliamo con gente che non crede, con gente che attende da noi una testimonianza luminosa di fede e di serietà di vita cristiana; è detto a noi che viviamo una vita che sembra tutta soltanto incamminata a regalarci altre comodità, e soprattutto a favorire l’arrivismo, l’egoismo, l’ambizione, misure corrotte della dimensione umana in questo mondo. Ci è detto che dobbiamo trovare la forza di una contestazione concreta e forte al malcostume del mondo.

 

Perché, aggiunge Gesù: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà». Dobbiamo domandarci se stiamo salvando o perdendo la vita che ci è stata data, accettando il rovesciamento, in apparenza paradossale e illogico, che lui ci insegna. È evidente che, se vogliamo salvare la nostra vita da egoisti, tenendocela per noi, è già perduta, perché dovevamo viverla per Dio. Come è evidente che, se siamo disposti a perdere la vita facendone dono generoso a Dio e agli altri, è già guadagnata perché la ritroveremo nel Regno. Si tratta, in concreto, di domandarci se stiamo vivendo da vivi o da morti; se questa vita la stiamo trovando o perdendo, se siamo nella carità o nell’egoismo. L’essenziale è non rinunciare alla forza propositiva del Vangelo e non pensare che queste parole riguardino qualcun altro. Perché il Vangelo non è adatto soltanto ai monaci dell’antico Egitto, a Francesco d’Assisi o alla nostra santa Chiara; è il Vangelo che ci segue, giorno per giorno, nella nostra strada quotidiana.

 

Questi pensieri suscitano in noi l’ascolto della Parola del Signore e la memoria di Santa Chiara, nel cui cuore – come racconta il biografo – Gesù trovò «un luogo forte dove piantare profondamente la croce». E da quel momento Chiara ebbe esperienza luminosa e consolante della croce: «Io ajo Jesu Cristo crucifisso entro lu core mio». Il suo esempio e la sua intercessione ottengano a tutti noi il dono della sapienza, perché possiamo interpretare il cammino della vita in terra all’ombra della croce del Signore, per poterla poi vivere pienamente nella gloria del cielo.

 

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