Pellegrinaggio diocesano a Roma 4 settembre 2013

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Omelia al termine del pellegrinaggio diocesano a Roma nell’Anno della Fede
Basilica di S. Paolo fuori le Mura, 4 settembre 2013

 

Al cuore del nostro pellegrinaggio, sostiamo in questa Basilica Ostiense, maestosa e solenne, per celebrare il sacrificio eucaristico, culmine e fonte della vita e dell’attività della Chiesa (cf SC 10), e per fare memoria degli apostoli Pietro e Palo, martirizzati a Roma durante la persecuzione di Nerone del 64 circa d.C. Attraverso questi due Santi, la Chiesa celebra il fondamento apostolico grazie al quale essa poggia direttamente, senza spazi vuoti, sulla pietra angolare che è Cristo (cf Ef 2, 19-20). San Pietro e san Paolo sono dunque gli ultimi due anelli di una catena che ci collega direttamente allo stesso Figlio di Dio. In certo senso, la nostra comunione con Gesù passa attraverso di loro: possiamo dunque dire che celebriamo questa sera la memoria dei capostipiti del popolo cristiano.

Percorrendo il Nuovo Testamento, è possibile ricostruire l’itinerario della loro vita e cogliere la gratuità della scelta divina. Pietro era un pescatore di Galilea. Con suo fratello Andrea e il vecchio padre Giona, trascorreva le giornate sul lago di Tiberiade. Sempre lo stesso lavoro: gettare le reti, attendere, ritirarle e poi, a sera, riassettarle, seduto sulla riva. Fu appunto mentre gettava le reti che passò Gesù e disse a lui e a suo fratello: «Seguitemi; vi farò diventare pescatori di uomini» (Mc 1, 17). Ebbe così inizio una straordinaria avventura: Pietro seguì il Maestro dalla Galilea alla Giudea; da qui, dopo la morte di Gesù, percorse la Palestina, poi si trasferì ad Antiochia e infine giunse a Roma. E a Roma è rimasto per sempre. Non solo con la sua tomba, ma con il suo mandato; è rimasto, cioè, in coloro che si sono susseguiti su quella che i cristiani chiamano «la cattedra di Pietro», fino all’attuale 268° successore che ha nome Francesco. In essi, Pietro continua ad essere «la roccia» intorno alla quale Cristo va edificando misteriosamente la sua Chiesa (cf Mt 16, 18), il segno di unità per «tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo» (1 Cor 1, 2).

 

Diverso il cammino di Paolo. Figlio di un ebreo di Tarso, era a Gerusalemme nei giorni in cui Gesù fu messo a morte. Nel suo zelo ardente per la legge, pensava di rendere onore a Dio perseguitando la nascente comunità cristiana. Ma Gesù lo aspettava sulla via di Damasco: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9, 4). Trovò solo la forza di balbettare: «Chi sei, o Signore?». Più tardi, ripensando a quell’esperienza, gli sembrò che quel giorno Cristo lo avesse come afferrato nell’anima e nel corpo (cf Fil 3, 12). Divenne di Cristo, al punto da dire: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20); Cristo era la sua fiamma interiore, la sua passione, tanto che giunse a scrivere: «L’amore di Cristo mi urge dentro… » (cf 2 Cor 5, 14). Viaggiò attraverso tutto il mondo civile di allora, predicando la buona notizia della salvezza ai giudei e ai pagani. Nella seconda lettura abbiamo ascoltato il suo testamento pieno di commovente riconoscenza a quel Gesù che un giorno lo aveva così violentemente conquistato: «Il Signore mi è stato vicino – scrive – e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero» (2 Tm 4, 17).

In Pietro e in Paolo ciò che più di tutto colpisce è il profondo cambiamento che la grazia di Dio ha prodotto nella loro esistenza. La loro storia ci fa chiaramente capire che, con la docilità alla forza dello Spirito, chiunque può cambiare radicalmente e cominciare una vita nuova. Per questo siamo voluti venire pellegrini presso le Basiliche che custodiscono la loro memoria. Perché il contatto con uomini toccati e trasformati dalla grazia di Dio procura come beneficio immediato un miglioramento. Ancora prima che ci insegnino qualcosa, la loro esemplarità è già un dono. Essi ci danno il tono giusto, ci abituano all’aria delle vette; noi ci muoviamo nella bassa, essi di colpo ci fanno salire nella loro atmosfera. Il fatto che noi li ammiriamo e desideriamo imitarli ci fa pensare che, dopo tutto, siamo della stessa razza. Ricordare due testimoni della fede come Pietro e Paolo può nutrire efficacemente le nostre aspirazioni alla piena verità e al sommo bene.

 

Anche noi allora, come Pietro quel giorno, siamo qui per ripetere con convinzione: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente»; e per affermare, come Paolo: «L’amore del Cristo ci spinge…». «In effetti – diceva Benedetto XVI – la fede è orientata all’amore. Una fede egoistica sarebbe una fede non vera. Chi crede in Gesù Cristo ed entra nel dinamismo d’amore che nell’Eucaristia trova la sorgente, scopre la vera gioia e diventa a sua volta capace di vivere secondo la logica del dono. La vera fede è illuminata dall’amore e conduce all’amore» (Omelia nella Celebrazione Eucaristica per il Concistoro Ordinario Pubblico, 19 febbraio 2012).

 

Il credente è colui che ha incontrato Dio, che gli parla come ad un amico, si intrattiene con lui per invitarlo ed ammetterlo alla comunione con Sé. Gli parla e compie gesti divini di amore. La fede nasce da questo evento. In una delle sue prime omelie, Papa Francesco domandava: «Come va la nostra fede? È forte? O alle volte è un po’ all’acqua di rose? Quando arrivano delle difficoltà siamo coraggiosi o un po’ tiepidi? Pietro non ha taciuto la fede, non è sceso a compromessi, perché la fede non si negozia. Sempre – ha affermato il Papa – c’è stata, nella storia del popolo di Dio, questa tentazione: tagliare un pezzo alla fede, la tentazione di essere un po’ “come fanno tutti”, quella di non essere tanto, tanto rigidi. Ma quando incominciamo a tagliare la fede, a negoziare la fede, un po’ a venderla al migliore offerente, incominciamo la strada dell’apostasia, della non-fedeltà al Signore».

 

Gli apostoli Pietro e Paolo tornano oggi in mezzo a noi e predicano ancora con le loro parole e con la loro stessa vita ci dicono: «Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4, 20). E questo – continuava il Papa in quell’occasione – «ci dà forza, a noi, che alle volte abbiamo la fede un po’ debole. Ci dà la forza di testimoniare con la vita la fede che abbiamo ricevuto… Ma questo non possiamo farlo da noi stessi: è una grazia; la grazia della fede. Dobbiamo chiederla, tutti i giorni: “Signore … custodisci la mia fede, falla crescere, che la mia fede sia forte, coraggiosa, e aiutami nei momenti in cui devo renderla pubblica. Dammi il coraggio”. Questa sarebbe una bella preghiera – concludeva: il Signore ci aiuti a custodire la fede, a portarla avanti, ad essere, noi, donne e uomini di fede» (cf Omelia nella cappella della Domus Sanctæ Marthæ, 6 aprile 2013).

 

Ma come custodirla, come alimentarla questa fede? L’antico pellegrino – che dal nord Europa percorreva a piedi la via Francigena verso Roma e Gerusalemme, espressione di una personale ricerca di Dio e di un cammino interiore – nella sua bisaccia metteva l’essenziale per il viaggio: un preziosissimo libro, la Bibbia, la Parola di Dio lampada ai suoi passi; un tozzo di pane, che si rinnovava per la carità di quanti lungo la strada lo accoglievano nel nome del Signore, che richiama l’amore di Dio qual è l’Eucaristia; la conchiglia per raccogliere dalla roccia anche una sola goccia d’acqua, vitale per la sopravvivenza, ma segno anche dell’arricchimento che deriva da ogni incontro lungo il cammino.

 

Questo bagaglio essenziale – Parola di Dio, Eucaristia e Carità – deve costituire anche il nostro patrimonio di uomini e donne chiamati a continuare con coraggio e coerenza il pellegrinaggio della vita e della fede in un tempo minacciato da una crescente “desertificazione spirituale”. Come vostro Vescovo lo affido ancora una volta, con fiducia e con speranza, a tutti voi e a tutte le comunità parrocchiali della nostra Archidiocesi, mentre mi accingo a riprendere la Visita pastorale. Nell’ascolto orante della Parola di Dio, nell’accoglienza meravigliata del Pane eucaristico che dà la vita, nella realizzazione della fantasia della carità, custodiamo l’interrogativo che insistentemente il Signore Gesù ci rivolge e che la lettura del Vangelo ci ha riproposto: «Ma voi, chi dite che io sia?». Signore, chi sei tu per me, per noi, per questa Chiesa diocesana di Spoleto-Norcia? È una domanda che genera un desiderio e un impegno, spinta formidabile per ravvivare il dono della fede: il desiderio di contemplare il Volto del Signore, l’impegno a compiere ogni sforzo per conoscerlo ed annunciarlo ai fratelli.

 

Risuoni dunque per noi, come monito e come mandato al termine di questo nostro pellegrinaggio, la parola di Papa Francesco:

«Non abbiamo paura di varcare la porta della fede in Gesù,

di lasciarlo entrare sempre di più nella nostra vita,

di uscire dai nostri egoismi, dalle nostre chiusure,

dalle nostre indifferenze verso gli altri.

Perché Gesù illumina la nostra vita

con una luce che non si spegne più.

Non è un fuoco d’artificio, non è un flash!

No, è una luce tranquilla che dura sempre e ci da pace.

Così è la luce che incontriamo se entriamo per la porta di Gesù»

(Angelus, 25 agosto 2013).

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