Santa Chiara della Croce 2012

Santa Chiara della Croce 2012

Santa Chiara della Croce 2012

/
/
Santa Chiara della Croce 2012
Share on facebook
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on twitter
Share on facebook
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on twitter
Festa di S. Chiara della Croce

Montefalco, 17 agosto 2012


Sulla strada che sale verso le sorgenti del Giordano il ritmo del cammino e delle domande era serrato. Sulla strada della nostra vita alla sequela di Cristo le domande che rivolgiamo a Dio incrociano quelle che lui rivolge a noi. «Lungo la strada interrogava i suoi discepoli», ci dice san Marco (8, 27). Tutto il vangelo suona come un interrogativo agli orecchi di coloro che vogliono seguire Colui che è la Via (cf Gv 14, 6). Perché la nostra fede non ci garantisce di più un progresso senza domande che un cammino senza sforzo. Incessante dialogo dell’anima con Dio, del discepolo con il Maestro che, passo dopo passo, ci coinvolge a seguirlo fino alle sorgenti della salvezza.

La domanda che Dio rivolge all’uomo raggiunge immediatamente l’essenziale: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mc 8, 29). E la domanda dell’uomo a Dio va, anch’essa, all’essenziale: «Maestro, dove abiti?» (Gv 1, 38); «Insegnaci la via» (cf Gv 14, 5); «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11, 3).

La risposta è immancabilmente la stessa: il Figlio dell’uomo è un servo sofferente; il Risorto è anche un crocifisso; lui, il Primo, sceglie di essere l’ultimo. Come Pietro, anche noi vorremmo andare al di là di quel momento: camminare non dietro, ma al di là della croce. «Va’ dietro a me, Satana! – dice Gesù a noi come a Pietro -. Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8, 33).

E poi, con pazienza, continua ad insegnarci che dobbiamo prendere ogni giorno la nostra croce (cf Lc 9, 23), convertire innanzitutto il nostro sguardo alla contemplazione di questa verità, poi tutta la nostra vita all’appello pressante di questo amore: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuol salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8, 35). Cristo ha parlato. Non c’è più nulla da dire: «Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio» (Gv 16, 30). Gesù si mette in cammino verso Gerusalemme: la Parola diventa la Via. Andremo anche noi a morire con lui? (cf Gv 11,16).

Fratelli e sorelle, tutte le nostre domande ci riconducono a questa alternativa: o portiamo la nostra croce con Cristo o la portiamo senza Cristo. Non si tratta semplicemente di sapere se la portiamo o no (la nostra vita la incontra e la deve affrontare comunque), ma se la portiamo con Gesù o senza di lui.

Se viviamo senza fare riferimento alla croce di Cristo, che cosa incontriamo? Incontriamo solo la croce. Perché qualunque cosa facciamo, in qualunque luogo noi siamo, ovunque andiamo, la croce sarà sempre presente: sofferenze, malattie, debolezze, tentazioni, sconfitte, stanchezza, invecchiamento e, un giorno, l’agonia e la morte, formano, nell’insieme della nostra condizione umana, ciò che noi definiamo comunemente “la croce”.

Se viviamo nel celibato, è la croce del celibato. Se viviamo nel matrimonio, è la croce del matrimonio. Se siamo nella solitudine, è la croce della solitudine. Se viviamo in comunità, è la croce della comunità. Croce per dover compiere fedelmente il proprio lavoro. Croce generata dal rimanere a lungo senza lavoro. Croce della giovinezza, dove tutto non è ancora permesso. Croce della vecchiaia, dove tutto non è più possibile. E croce dell’età adulta, dove si accumulano tutte le esigenze della vita. Preoccupazione della ricchezza e peso della povertà. Angoscia di dover cambiare continuamente. Pena di non potersi più muovere. Prova della fede, con tutte le sue esigenze. Prova dell’ateismo, con tutte le sue insoddisfazioni. Non si può amare senza soffrire e non si può che soffrire di non amare.

Insomma, in ogni momento della vita, in un modo o nell’altro, volontaria o subita, attesa o inaspettata, la croce è là. E bisogna portarla. Evidentemente, non è Dio che l’ha inventata, giacché anche lui l’ha subita. La croce di cui è vittima, l’ha piantata l’uomo. E, colmo della derisione, vi ha inchiodato colui che veniva per liberarcene! Che cosa guadagneremmo dunque a portarla senza di lui? Semplicemente appesantirci di un supplemento di pena, immergerci un po’ di più nell’incomprensione, la disperazione e la solitudine. Non dimentichiamo che Gesù ci ha detto: «Senza di me non poter far nulla» (Gv 15, 5).

Ma con lui? «Tutto posso in colui che mi dà forza» (Fil 4, 13). Se la fede ci dona in effetti di avere accesso, per i meriti della sua croce, al Vincitore del male, del peccato, della morte e del mondo, tutto ciò che sembrava perduto diventa salvato! Il mondo si illumina di una presenza: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi» (cf Mt 28, 20); il male retrocede: «Alzati, prendi la tua barella e cammina» (Gv 5, 8); il peccato è perdonato non sette volte, ma settanta volte sette (cf Mt 18, 22); la morte stessa diventa un semplice passaggio, perché «là dove sono io, sarete anche voi» (cf Gv 14, 3).

Allora, ciò che sembrava assurdo, insostenibile, rivoltante, per grazia di Dio ritrova un senso. La nostra croce ci accompagna sempre; ma c’è Qualcuno che cammina davanti a noi. Non ci domanda di soffrire per lui, ci propone di soffrire con lui. «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1, 24), dirà san Paolo. Per ridonare un senso, nell’amore, al non senso di tutte le nostre chiusure all’amore: «Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo» (2 Tim 2, 11-12).

Questo linguaggio può apparire folle a confronto di ciò che sembra essere la sapienza del mondo. Ma «è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione… Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Cor 1, 21; 25).

Tutta la differenza sta qui: la croce del mondo sfocia sul niente; conduce nelle tenebre. La croce di Cristo ci introduce alla vita; apre alla luce. Scopriamo allora, meravigliati, che la croce che portiamo, in effetti, è lei a portare noi. Perché dal dramma della nostra croce la potenza di Dio fa sorgere la gloria; dalla fatica di questo cammino fa zampillare una sorgente di eternità.

Chiara della Croce ha trascorso la sua vita portando la croce della rinuncia: ed è giunta alla gioia perfetta. Si è caricata ogni giorno della croce della misericordia: e si è elevata fino alla gioia del più perfetto amore. Si è dedicata alla rude fatica della preghiera continua: ed è salita fino alla beatitudine della gioia trasformante.

La sentiamo ripetere anche a noi oggi: «Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6, 14). «Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa di Gesù e del Vangelo, la salverà» (Mc 8, 35).

ultime pubblicazioni

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo.

ultime pubblicazioni

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo.

Seguici su Facebook