Si racconta di un re che, per imparare a meglio governare, domandò un giorno ai suoi sapienti di scrivergli la storia dell’umanità. Essi, dopo aver composto migliaia di opere – ma erano troppe; poi centinaia, ed erano ancora abbondanti; poi decine, ma erano sempre troppe; e finalmente un solo libro, che il re però, invecchiato nel frattempo, non poteva più leggere – gli comunicarono che tutta la storia degli uomini si poteva riassumere così: «Sono nati, hanno sofferto, sono morti». Sappiamo bene, purtroppo, quanto questo compendio lapidario potrebbe essere vero se l’uomo, da solo, avesse sull’uomo l’ultima parola.
Questa notte, invece, si accende per noi una luce nuova: Gesù è nato per ridare un senso alla nostra storia. Egli ha infatti assunto per noi la triplice avventura del vivere, del soffrire e del morire. Nel cuore di questa notte segnata dal rumore di combattimenti sempre rinascenti, dal crepitio delle armi, dal gemito dei prigionieri e di quanti sono senza lavoro, ammalati e soli, Gesù viene a ridare una speranza alle nostre disperazioni, offrire una luce alla nostra ricerca e un senso alle nostre sofferenze, a portare un conforto al nostro smarrimento.
Per realizzare tutto ciò, però, Gesù non si impone per la sua forza, per il suo splendore, per la sua scienza. Egli, piuttosto, si consegna nelle nostre mani, indigente ed indifeso come può essere solo un neonato. E noi ci troviamo disarmati davanti a questo Dio appena nato, al Dio eterno che si fa piccolo bambino. A che cosa servono i nostri ragionamenti sapienti? A che cosa le nostre armi? Davanti ad un bambino non si combatte. Per prenderlo con noi, sono sufficienti le nostre mani nude, un cuore aperto e puro, come Maria.
Ma se Dio si è fatto uomo non è unicamente per rivestire la nostra umanità, bensì per darci la possibilità di condividere la sua divinità.«Il Verbo di Dio – canta sant’Ireneo – è venuto ad abitare nell’uomo per insegnare all’uomo a dimorare in Dio». Non soltanto ci è data la gioia di un Salvatore che vive accanto a noi, ma anche la promessa di condividere la sua eternità.
Dopo averci rivelato il vero volto del Dio fatto uomo, il Natale ci rivela anche il vero volto dell’uomo figlio di Dio. «Ieri, la carne ci aveva resi ciechi – dice sant’Agostino. Oggi, la carne ci restituisce la vista». Perché, per mezzo del Verbo incarnato, noi intravediamo la gloria a partire dalla nostra natura umana assunta a partecipare della natura divina (cf 2 Pt 1, 4). «Riconosci, cristiano, la tua dignità», esorta ancora san Leone Magno. Riconosci nel volto di questo Bambino la tua stessa somiglianza, tu che, in questa notte benedetta, divieni per mezzo di lui figlio di Dio.
Senza la venuta di Cristo, noi saremmo come un uomo che non conosce il proprio volto. Ma Cristo è venuto; il Salvatore è nato! La natività del Figlio di Dio ci rivela la nostra vera identità; alla sua luce vediamo la luce (cf Sal 36, 10); nel riflesso del suo volto scopriamo il nostro proprio mistero: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1 Gv 3, 1). Perciò possiamo esclamare: «Abbà, Padre!» E dire in piena verità: «Padre nostro!».
Se Gesù è il primogenito tra molti fratelli (cf Rm 8, 29), come lui, noi abbiamo per Padre il Dio vivo e vero. Non siamo più orfani. Suo Padre è nostro padre e il suo Dio è il nostro Dio (cf Gv 20, 17)! Come Gesù, anche noi siamo figli di Dio, tutti attesi nella casa del cielo. Nonostante le nostre mancanze, eccoci santificati. Nonostante le nostre paure e i nostri dubbi, eccoci illuminati e confermati. Eravamo perduti, eccoci salvati. Il Figlio di Dio è divenuto uno di noi, e noi siamo divinizzati.
Si potrebbe dire: «Tutto ciò è troppo bello per essere vero». A quanti dicono: «Gesù è troppo uomo per essere Dio», o: «È troppo Dio per essersi fatto uomo», Gesù non risponde nulla. Lo sappiamo: non si interroga un bambino appena nato. Ma si capisce tutto quello che dice quando lo si porta tra le braccia.
Se dunque, come i pastori, come Giuseppe, come Maria, sappiamo innanzitutto amare la persona di Gesù, per comprendere poi il suo messaggio alla luce di questo amore, allora noi “vedremo” che bisognava che il Cristo fosse veramente Dio per diventare anche un uomo. E che bisognava che fosse pienamente uomo per poterci condurre fino a Dio. In questo particolare “movimento” sta tutto il mistero del Natale. Beati noi se lo sapremo accogliere ed esperimentare nella nostra vita!
È l’augurio che formulo di vero cuore per questa nostra assemblea liturgica e per tutta la nostra comunità diocesana.