Ordinazione presbiterale di Mirco Boschi

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Omelia dell’Arcivescovo Renato Boccardo per l’ordinazione presbiterale di Mirco Boschi

Spoleto, Chiesa cattedrale, 28 novembre 2009.


«Alzatevi, levate il capo, state bene attenti, vigilate, pregate!». Queste parole di Gesù risuonano con forza nella nostra assemblea in questa prima domenica di Avvento ed interpellano fortemente la nostra coscienza e la nostra vita.

Perché il cristianesimo non è una specie di dolcificante da mettere nelle amarezze della vita ma è come uno squillo di tromba che scuote il torpore notturno e il grigiore dell’indifferenza.

Dobbiamo riconoscere il carattere “inquietante” della Parola di Dio, il suo essere spada e martello, il suo essere sale e pioggia, per usare alcuni noti simboli biblici. Invece, molto spesso la nostra religiosità è soporifera, non conosce l’imperativo ma solo uno scontato indicativo, che non ci costringe a “levare il capo” per riflettere e per decidere. L’attesa che l’Avvento suscita ha anche questo scopo: introdurre una spiritualità del giorno e della veglia ed eliminare un atteggiamento di riposo e di tenebra. «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra – dice Gesù – e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12, 49).

Nella pagina evangelica che abbiamo ascoltato, Gesù delinea lo spirito sonnolento e tenebroso con un esempio: da un lato le dissipazioni e le ubriachezze e dall’altro gli affanni della vita sono, a prima vista, segno di un’esistenza mossa, piena di attività, di godimento o di paura, ma certamente non addormentata. In realtà, essi annebbiano la mente e il cuore, rendono vuota e inerte la coscienza, rinchiudono l’uomo nella prigione dell’egoismo. All’interno del vizio, dell’agitazione frenetica, del godimento cieco si nasconde una specie di morte dello spirito. Come dice un salmo, adorando idoli che sono cose morte si diventa simili ad essi: «sono come loro chiunque in essi confida» (115,8).

Il cristiano deve uscire da questa ragnatela di superficialità e di banalità perché egli è in attesa di una persona, di un giorno e di un evento. La persona è Cristo: «Vegliate perché abbiate la forza di comparire davanti al Figlio dell’uomo». Il giorno è quello del giudizio descritto con l’immagine del laccio: come gli uccelli o le altre prede animali piombano senza sospettarlo nella rete tesa, così sarà per gli empi che si troveranno coinvolti nel “giorno del Signore”. L’evento è quello della liberazione ormai vicina.

La riflessione che oggi Gesù ci propone corre proprio al cuore del tempo, al suo valore profondo, al suo senso ultimo. Per il giusto vivere la quotidianità è come essere sempre in attesa di una grande sorpresa. Il tempo è come uno scrigno che contiene l’eterno. Il fedele guarda al futuro con serietà ma non con terrore. Egli agisce per amore e non per paura. L’attesa del giorno del Signore è intensa ma non atterrita; l’impegno deve nascere dall’amore, non da un incubo; la veglia del cristiano è segno di impazienza non di frenesia.

Cristo domanda al discepolo di uscire dalla notte, dal vizio, dall’indifferenza, dai lacci che lo imprigionano alle cose. Vuole che si alzi in piedi e levi il capo verso la luce, l’amore, la verità. Da questa liturgia di Avvento emerge allora un  nuovo ritratto del cristiano: uomo della giustizia, pellegrino sulla via retta, cittadino del giorno e della vita.

Un tale tipo di cristiano devi incarnare nella tua vita devi annunciare ai fratelli senza stancarti, caro Mirco, chiamato oggi all’Ordine sacro del presbiterato. Il sacramento che ricevi, infatti, pone in te e sulla tua esistenza il sigillo indelebile di una consacrazione che ti costituisce sacerdote per sempre: immagine cioè e segno operativo in mezzo al popolo cristiano della presenza di Cristo Gesù, servo di Dio e degli uomini, sommo sacerdote, unico ed universale mediatore per la salvezza di tutti.

Già il Battesimo ha creato in te e in tutti noi una novità sorprendente, inedita ed inesauribile: rendendoci figli di Dio e partecipi della morte e resurrezione di Cristo, ci ha inseriti nel suo popolo sacerdotale che è la Chiesa. Quella nuova creazione non può essere sorpassata: essa resta il fondamento, l’ambito e l’inizio di ogni altra meraviglia che Dio opera per noi, per il suo inesauribile amore.

Eppure, proprio perché battezzato ed inserito in un popolo santo, una nuova creazione Dio fa germogliare e fiorire nel tuo Battesimo: tu diventi ministro di Cristo, ambasciatore da parte di lui, del suo messaggio di riconciliazione. Non sei certo tu che ti costituisci, per tua iniziativa o per delega della comunità, come servo e ministro del Signore, ma è lui che ti ha scelto, lui che ti ha chiamato e sospinto, lui che per vie misteriose ed adorabili ti ha condotto qui per consacrarti irrevocabilmente a sé e renderti strumento idoneo del suo ministero di amore. Come dunque non ricordare in questo momento e non rendere grazie per i tuoi genitori e la tua famiglia, per la Comunità dei Frati Cappuccini e per quella del nostro Seminario che hanno accompagnato i tuoi passi nella vita e nella fede? Come non benedire il Signore per tanti fedeli servitori del Vangelo – e penso con te specialmente a Mons. Tommaso Chianetta – che ti hanno accolto ed aiutato a discernere il progetto di Dio su di te?

Certo, mi dicevi di sentire tutta la tua piccolezza e fragilità e di avere il cuore pieno di trepidazione. Non temere, Iddio assume la nostra debolezza e colma la nostra insufficienza, perché rifulga la potenza della sua grazia e gli uomini sappiano che non da noi, ma dalla sua fedeltà e dal suo amore viene la salvezza (cf 2 Cor, 12, 9-10). Non ti intimorire, ma guarda con fede adorante e con umiltà riconoscente a quello che Dio sta per compiere in te: la sua fedeltà e il suo amore è per sempre; il sigillo del suo Spirito ti segnerà per tutta la vita e si imprimerà, implacabile e dinamico, in tutta la tua esistenza.

Ciò che ti distinguerà per sempre, specificando il tuo Battesimo, sarà la tua speciale configurazione a Cristo capo e sposo della Chiesa. L’imposizione delle mani fa del prete un uomo «riservato per lo Spirito Santo» (cf At 13,2) e destinato, per suo dono irreversibile, ad un servizio e ad un ministero, il servizio ed il ministero stesso degli Apostoli, chiamati nella speciale sequela di Cristo ad essere testimoni della sua resurrezione, ambasciatori in suo nome del messaggio di salvezza, dispensatori dei suoi divini misteri. Dovrai perciò commisurarti direttamente con Cristo, il servo,
il ministro, il sacerdote, il pastore e guida della sua Chiesa: questo rapporto verticale, insostituibile e vivo, deve qualificare il modo proprio e permanente della tua esistenza cristiana e dare sviluppo di fede e di ardore a tutta la tua personalità.

Ma proprio questo dono della configurazione a Cristo nel suo sacerdozio dovrà renderti disponibile, in totale dedizione, al servizio della Chiesa nel mondo. Valga anche per te il monito e l’incentivo di Paolo: «L’amore di Cristo mi spinge» (cf 2 Cor 5,14) e impara da lui, e insegna anche a noi, a farti tutto a tutti; a considerare il tuo sacerdozio un servizio sacro del Vangelo; a vedervi una donazione umile e totale a tutto il popolo di Dio, nella comunione con il Vescovo e con i tuoi confratelli.

Ed infine, prima di ricevere tanto dono di grazia e tanto peso di responsabilità che investe tutta la tua vita, il Signore e la Chiesa chiedono il tuo assenso, la promessa irreversibile del tuo amore. Perché non è possibile affidarti il gregge del Signore, metterti al suo servizio, caricarti – oggi specialmente – di un tale peso, se non ami davvero e senza tentennamenti il Signore Gesù: un amore indiviso a lui, nella luce della fede, nella passione di ogni giorno, sarà l’unica vera esigenza della misura della tua fedeltà.
Cristo Gesù ti chiede oggi, ancora una volta, se gli vuoi bene. Tutti sappiamo quanto questa incalzante domanda risvegli in noi il ricordo di tante infedeltà, ponga continuamente l’interrogativo al nostro riemergente egoismo e ci spinga ogni giorno a scelte rinnovate, mettendoci talvolta anche dinanzi ad angosciose alternative. Ma l’amore per Gesù non si dà: lo si riceve per l’effusione dello Spirito Santo. Basta che gli diciamo il nostro sì, umile, forte, virile, gioioso, leale.

Sostenuto e quasi “portato” dall’affetto e dalla preghiera di tutta la comunità diocesana di Spoleto-Norcia che noi qui rappresentiamo, lo dici tu questo sì, ora, davanti al Vescovo che ha la gioia di donare per la prima volta un prete alla Chiesa che gli è stata affidata; lo dici questo sì al cospetto dei nostri Santi e della Vergine Maria, invocata in questa nostra Basilica Cattedrale come madre e regina? Lo dici, nell’intimo del cuore, a Cristo Signore, risorto e presente, che ti conosce e ti ama, che ti elegge e ti chiama, che ti consacra e ti manda?

Fra poco, caro Mirco, sarai prete. Per sempre. La Chiesa ti attende; gli uomini, vicini o lontani, ti aspettano ed hanno bisogno di te. Come Gesù nel Vangelo, tu non puoi rimandarli digiuni: hanno fame e sete di Dio, hanno bisogno della sua parola e del suo pane che salva (cf Mc 6, 35-44). Vai loro incontro, con cuore sereno e fiducioso: come servo e non come padrone, come amico e non come dominatore, come ministro di Cristo e dispensatore dei suoi misteri. L’umile e trepidante sì che pronunci ora davanti a noi possa accompagnarti, come croce e come gloria, per tutta la vita, e
fare di te, che accogliamo con gioia come presbitero della nostra Chiesa, un segno credibile dell’amore di Dio.
 

 

Ordinazione presbiterale di Mirco Boschi
Spoleto, 28 novembre 2009

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