Ingresso in diocesi dell’Arcivescovo

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Omelia dell’Arcivescovo nel giorno dell’ingresso in diocesi

11 ottobre 2009


Cari fratelli e sorelle,
La domanda che quel “tale” rivolse a Gesù più di duemila anni or sono: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?», conserva tutta la sua urgenza ed attualità e tocca da vicino ciascuno di noi. Anche la risposta non cambia, rimane la stessa: “Vieni e seguimi”.

Ancora una volta Gesù si mostra radicale ed esigente: al discepolo egli chiede una scelta totale, libera da compromessi ed accomodamenti, gli chiede di scegliere tra il Dio vivente e le ricchezze morte, tra una vita donata nella gratuità per il bene e una vita trattenuta egoisticamente per sé nella frenesia del godimento o dell’accumulo. Gesù parla di lasciare e di ricevere: la donazione a lui di un pugno di realtà terrestri non significa la loro demolizione, ma piuttosto la loro valorizzazione; quanto si dona viene restituito arricchito ed ampliato. E una gioia profonda, una sicurezza e una pace inaspettata diventano “già al presente” l’eredità di chi ha saputo accogliere Cristo e il suo Vangelo. Ce lo ricorda continuamente Papa Benedetto XVI, quando afferma che «chi fa entrare Cristo nella sua vita non perde nulla, assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande… Non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo» (cf Omelia, 24 aprile 2005).

In questo senso, il discorso di Gesù si collega con la prima lettura, tratta dal libro della Sapienza. Davanti al re Salomone sfilano i beni materiali: troni, ricchezze, salute, bellezza e la stessa luce. Eppure tutte queste realtà appaiono inconsistenti, sono una manciata di fango o di sabbia se comparate con la sapienza, cioè con quel dono che arricchisce l’uomo in profondità: una vita illuminata dalla saggezza che viene da Dio non può essere paragonata con nessun bene materiale.

Il quadro è così fissato e la via è tracciata: d’ora in poi la sapienza, la vita piena si trovano presso Gesù; per ottenerle, bisogna andare da lui e seguire lui. Nel brano evangelico che abbiamo ascoltato, infatti, l’accento non è posto tanto sul «vendi tutto», ma sul «vieni e seguimi»; non si parla primariamente della povertà volontaria, ma della suprema ricchezza che è il possedere Gesù. E la radicalità dell’appello è caratterizzata da uno sguardo: «Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò…» (10,21) , ci dice ancora l’evangelista. Prima di chiamare alla sequela, Gesù ama colui che invita ad essere suo discepolo e gli chiede innanzitutto di accogliere un amore gratuito.

«Vieni e seguimi». Questo invito risuona oggi – imperioso e dolce ad un tempo – per me. Ed io, trepidante e pensoso, ne colgo l’eco nella voce e nella volontà di Benedetto XVI, Vescovo di Roma, che mi manda a voi come Pastore di questa Chiesa, e mi affido allo sguardo d’amore di Gesù. «Vieni e seguimi». La stessa pressante chiamata alla sequela del Maestro, che dalla croce di Alberto “Sotio” tutti abbraccia col suo sguardo d’amore, è rivolta a voi, carissimi fratelli e sorelle della Chiesa diocesana di Spoleto-Norcia, raccolta in questa vetusta e splendida Basilica Cattedrale per un momento privilegiato di grazia nella sua storia secolare. E non è certo la mia umile persona che rende significativo questo momento, ma piuttosto il rinnovarsi, in me e in voi, del mistero di una comunione e di una missione che trae la sua forza, come la sua sorgente, dall’unica missione salvifica di Cristo Gesù.

Attraverso l’evento ecclesiale che stiamo celebrando, infatti, si rinnova per tutti noi l’appello ad affidarci radicalmente alla potenza dell’amore di Cristo, per seguirlo più da vicino nel servizio di Dio e degli uomini. È questo servizio, umile e grandissimo, che Gesù trasmette alla sua Chiesa e, nella Chiesa, in modo precipuo e singolare all’apostolo e al Vescovo. Ed è in questo servizio che la Chiesa di continuo si rinnova e si purifica nel suo pellegrinare sulle strade del mondo (cf S. Agostino, De civ. Dei 18, 51: PL 41, 614). Perciò, oggi che una tale missione è posta sulla mia fragile persona, tutta la Chiesa di Spoleto-Norcia si conferma nel suo impegno cristiano, si rianima nella gioia della speranza, si consolida nei vincoli della carità.

Non mancano né mancheranno, nel mio e nel vostro cammino, i momenti di difficoltà e di prova, e forse anche – Dio non voglia! – quelli della stanchezza e del tradimento; la mia e la nostra debolezza può trepidare dinanzi alla richiesta di donazione, di fedeltà e di amore generoso. Anche i discepoli opposero a Gesù il loro sconcerto e la loro paura: «E chi può essere salvato?», gli domandarono quel giorno. Ma lui, profondo conoscitore del cuore umano (cf Gv 2,25), replicò con una parola di speranza: «Tutto è possibile a Dio». La grazia divina, infatti, rende possibile ciò che sembra umanamente assurdo e impossibile; e Ponziano, Benedetto, Scolastica, Rita, Chiara della Croce, Pietro Bonilli e gli altri numerosi santi e beati di questa terra spoletana-nursina ne sono continua consolante testimonianza. La nostra forza, infatti, non viene da noi, ma dall’alto (cf Lc 24, 49). E con essa continueremo a percorrere le vie dell’annuncio, della testimonianza e della carità, avendo come bussola sicura che orienta e guida il cammino l’insegnamento del Concilio Vaticano II – aperto dal Beato Giovanni XXIII proprio l’11 ottobre di quarantasette anni fa -, e i documenti del recente Sinodo diocesano – celebrato sotto la guida sapiente dell’Arcivescovo Riccardo Fontana.

Nel momento in cui la mia vita si lega alla vostra, mentre la mia vicenda umana e cristiana si coinvolge nella vicenda terrena di questa Chiesa veneranda, mi presento a voi dicendo, come Giuseppe nello stupendo racconto biblico: “Sono il vostro fratello!” (Gn 45, 4).

Sono vostro fratello, figli e figlie tutti di questa Chiesa diocesana. Battezzato ed inserito come voi nel popolo di Dio, devo ascoltare con voi la Parola del Signore, quella che l’autore della lettera agli Ebrei ci ha presentato «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio, … che discerne i sentimenti e i pensieri del cuore»; devo leggere e decifrare con voi alla luce di questa Parola i segni dei tempi; devo farmi carico con voi della purificazione continua della nostra fede, del rinnovamento della nostra testimonianza, della passione ardente di recare al mondo di oggi il lieto annunzio della salvezza.

Sono vostro fratello, cari sacerdoti diocesani e religiosi, legati ormai a me in un vincolo sacramentale e ministeriale, che auspico divenga presto anche umano ed affettivo. Senza di voi non potrò far nulla per questo popolo di Dio; senza la vostra comunione sarà tremendamente solitaria e infeconda la mia vita di Vescovo. In questo anno sacerdotale posto sotto gli auspici del Santo Curato d’Ars, tutti indistintamente vi saluto e vi abbraccio, rendendo omaggio alla dedizione, al sacrificio e allo zelo apostolico con cui quotidianamente adempite al vostro ministero: la vostra lealtà e la vostra comunione mi aiuteranno a corrispondere alla chiamata di Dio, affinché la gioia della Buona Novella sia da tutti conosciuta, esperimentata ed amata.

Iniziando il ministero episcopale in mezzo a voi, amo fare memoria affezionata e riconoscente della figura luminosa dell’amato Papa Giovanni Paolo II, che ho avuto il dono e la grazia di conoscere e servire da vicino per lunghi anni. Guardo a lui come a modello da seguire ed esempio da imitare: il suo ministero ed il suo magistero rimangono per me scuola altissima ed insostituibile di amore e di servizio per Cristo e per la Chiesa.

Infatti, nel salire oggi questa cattedra episcopale come 116.mo successore di San Brizio, non dimentico e non posso dimenticare – anche se ciò accresce la mia confusione – l’incisiva espressione del grande Vescovo Agostino: «Se con voi sono cristiano, per voi sono vescovo» (Serm. CCCXL, 1: PL 38, 1483). «Nell’esercizio del loro ufficio di padri e di pastori – mi avverte il Concilio Vaticano II – i Vescovi siano in mezzo ai loro fedeli come chi serve: come buoni pastori che conoscono le loro pecorelle e sono da esse conosciuti, come veri padri che eccellono per il loro spirito di carità e di zelo verso tutti» (CD 16).

Ecco quanto cercherò di fare. E so che in questo non mi mancherà, se saprò corrispondervi, la grazia del Signore. È lui, infatti, «il pastore e il custode» (1 Pt 2, 25) delle nostre anime; della sua presenza dovrò essere un umile eppure efficace segno; con lui dovrò incessantemente confrontarmi, supplicando che il suo Spirito continui a dare misteriosamente forma al volto della nostra Chiesa. Grave responsabilità, formidabile peso! Ma voi, fratelli sacerdoti, voi persone consacrate, voi fedeli tutti, lo renderete portabile questo peso, se non leggero, guardando al vostro Vescovo come al centro di unità e di pace, come al maestro della fede, come a colui che presiede in nome di Cristo nella carità. Sì, perché in ultimo non trovo altra motivazione né altro sostegno al mio rapporto con voi se non nella carità e nell’amore.

Anche a me, come a Pietro, il Signore chiede con struggente insistenza: «Mi ami tu? Mi ami più di costoro?». E la mia risposta, assai più di quella di Pietro, è trepidante e commossa: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (cf Gv 21, 15. 17). E in questo amore a Cristo si contiene e si espande il mio amore per la Chiesa di Spoleto-Norcia, che è sua, e per tutti voi, che siete di lui. So che quando si ama non ci si stanca: confido pertanto, con l’aiuto di Dio, di non stancarmi mai.

Perciò voglio dirvi che vi considero pienamente degni della mia dedizione e del mio affetto. Voi siete un dono per me, e come tali fin dall’inizio – da quando cioè mi è stata comunicata la volontà del Santo Padre Benedetto XVI – vi ho accolti e considerati. Dal giorno della mia nomina, infatti, mi sono sentito circondato da un abbraccio corale di cordialità e fraternità da parte di Mons. Vicario Generale e del Collegio dei Consultori, e di tanti – sacerdoti, religiosi, religiose e laici – che in mille modi si sono stretti attorno a me nel segno della preghiera e della comunione ecclesiale.

Alle persone consacrate a Dio e al servizio del suo popolo, a quelle che si uniscono a noi in preghiera nel silenzio dei Monasteri e a quelle qui presenti, la mia stima e la mia riconoscenza. Mi faccio voce di tutti nel chiedere loro di manifestarci con la gratuità dell’amore le ragioni della speranza che hanno posto in Cristo Signore e di rimanere in mezzo a noi richiamo profetico del primato del Regno di Dio (cf Decreti del Sinodo, n. 197).

Ai fedeli laici, presenti nelle parrocchie e nelle Associazioni, Movimenti, Comunità e Confraternite, ai Ministri straordinari dell’Eucarestia ed agli Operatori della carità rivolgo il mio saluto cordiale e li ringrazio per il generoso impegno teso a costruire la città di Dio nella città degli uomini, affinché si affermi finalmente la civiltà dell’amore. Anche a loro, riprendendo il Sinodo diocesano, riconsegno «la santità come meta del cammino comune e come stile quotidiano della vita del discepolo del Signore». Essa infatti costituisce «l’identità specifica del popolo di Dio e la proposta sempre sconvolgente che il cristiano offre al mondo» (Ibid., n. 213).

Alle famiglie cristiane il mio incoraggiamento e la mia ammirazione: siete la culla naturale dell’amore e della vita; mostrate alla nostra società – spesso così povera e distratta – che possibile volersi bene nella fedeltà e nel sacrificio; che la bellezza e le difficoltà di un amore che dura per sempre rendono fecondo di frutti ogni impegno; che l’accoglienza, la promozione e il rispetto della vita, in ogni momento del suo sviluppo terreno, costituiscono la più grande ricchezza per l’umanità (cf Ibid., nn. 653-660). Anche alle famiglie in situazioni particolari vada il mio saluto cordiale: il Vescovo e la Chiesa diocesana, coniugando amore per la verità e amore per le persone, vi riconoscono ed accolgono come “membra vive” della comunità e vi amano come una madre che segue di più i figli che sono in difficoltà (cf Ibid., nn. 703 e 698). Penso poi alle famiglie segnate dal dolore e dalla malattia e a quelle provate dall’attuale situazione economica: mentre le invito a custodire la speranza, assicuro loro la prossimità e l’aiuto concreto della comunità cristiana, così ricca di iniziative e realizzazioni di solidarietà anche attraverso la benemerita Caritas diocesana.

Ai giovani di questa Archidiocesi, sentinelle del mattino, amici carissimi proprio perché giovani, rilancio la sfida di Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura di essere i santi del nuovo millennio! Non abbiate paura di volare in alto!». Desidero che i quattro verbi proposti dal Sinodo diocesano per la nostra pastorale giovanile: annunciare, mostrare, accompagnare, condividere (cf Ibid., nn. 16-19), siano i pilastri che reggono e motivano il mio stare con voi. A tutti do appuntamento per sabato sera, qui in Cattedrale: vi aspetto!

Ai Responsabili della cosa pubblica, con i quali desidero mantenere un rapporto rispettoso e leale, l’assicurazione della mia volontà e della mia disponibilità a ricercare, promuovere e costruire il vero bene, con la sapienza e la luce che vengono dal Vangelo, per ogni uomo e ogni donna, senza distinzione di razza, cultura o provenienza. Anche a loro chiedo di unire gli sforzi con tutte le altre “agenzie educative” per trasmettere alle giovani generazioni esempio di rettitudine, onestà, coerenza e dedizione, sia nella sfera pubblica che in quella privata.

Guardo poi a quanti sono a me legati da vincoli di famiglia, di fraternità e di amicizia. Desidero innanzitutto riservare un pensiero affettuoso alla mia mamma lontana, certamente presente qui accanto a me con l’intuizione del cuore, a lei che accompagna giorno per giorno con trepidazione e in preghiera la vita e il pellegrinare del figlio. Non posso dimenticare, oggi specialmente, la raccomandazione che mi fece quando le comunicai la mia elezione all’episcopato, cinque anni fa: «Soprattutto, non ti montare la testa. Ciò che conta è essere un bravo prete».

Ringrazio tutti coloro che hanno voluto essere oggi con me: penso ai Sacerdoti di Susa, mia diocesi di origine, e in particolare alla mia parrocchia di Sant’Ambrogio, qui presente con il Sig. Sindaco ed il parroco don Romeo Zuppa, che quarant’anni fa mi accolse in Seminario e da allora non ha cessato di accompagnarmi con sapienza e fraterna amicizia.

Saluto i Sigg.ri Cardinali che mi onorano della loro presenza ed i Vescovi concelebranti: il Nunzio Apostolico in Italia e gli altri Presuli amici, in particolare i membri della Conferenza Episcopale umbra. Uno di loro mi ha scritto: «Venga con fiducia e con coraggio, il Signore è con lei. E anche noi siamo con lei, con una sincera preghiera». Grazie a tutti: segno evidente di comunione e di collegialità, il vostro salire con me l’Altare del Signore in questa chiesa Cattedrale mi conforta e mi consola.

Mi rivolgo ancora a quella che amavo definire “la mia diocesi virtuale”, raccolta attorno all’antica sede titolare di Acquapendente, che fu mia: sono i tanti amici – sacerdoti, religiosi e laici, giovani e meno giovani – sparsi nel mondo e qui presenti questa sera, incontrati a Roma, o in occasione delle Giornate Mondiali della Gioventù o ancora nel corso dei viaggi apostolici del Santo Padre. La vostra presenza mi è di incoraggiamento e sostegno; il vostro posto rimane intatto nella mia mente e nel mio cuore.

Ultimo, ma certamente non per importanza, il mio pensiero si dirige alla grande famiglia del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e al suo Presidente il Cardinale Giovanni Lajolo. Cari amici, la vostra presenza numerosa ed eloquente mi permette di ripetervi quanto dissi lo scorso 16 luglio: custodisco come tesoro prezioso gli anni di lavoro comune e, specialmente, la vostra amicizia e la ricchezza del rapporto umano che insieme abbiamo costruito. Sono certo che la lontananza che da oggi ci separa è e rimarrà puramente geografica.

E infine voi tutti, fratelli e sorelle, figli e figlie di questa santa Chiesa di Spoleto-Norcia, lasciate che, pieno di speranza e di fiducia, a ratifica di questo primo incontro nel Signore il vostro nuovo Arcivescovo vi ripeta le parole, la promessa e l’augurio dell’apostolo Paolo:
«Ringrazio Iddio per tutti voi nelle mie preghiere, ricordando ininterrottamente, davanti a Dio, nostro Padre, la vostra fede operosa, l’ardua carità, la perseverante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo» (1 Ts 1, 2-3). E voi, da parte vostra, non cessate di accompagnarmi con l’amicizia e la preghiera, affinché nel compimento della missione apostolica affidatami io non abbia mai a vergognarmi del Vangelo.

E tutti, e ciascuno, come lui solo sa fare: Dio ricompensi!

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