Omelia ordinazione diaconale frà Giampiero Cognigni

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Ordinazione diaconale di frà Giampiero Cognigni, OFM Capp.
Spoleto, chiesa di S. Pietro, 7 novembre 2010

 

«Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi» (Rm 12, 6), ci ha ricordato l’apostolo Paolo nella seconda lettura. E noi siamo qui questa sera ad accogliere e celebrare i doni con i quali continuamente il Signore arricchisce e rende bella la sua Chiesa.

 Chiamato dal Signore Gesù per l’amore misericordioso del Padre e ricevendo ora il primo grado del sacramento dell’Ordine, tu sarai costituito, caro Giampiero, ministro qualificato della carità e del servizio. Il ministero diaconale, infatti, così come appare nel libro degli Atti e nella tradizione viva della Chiesa, sottolinea il valore del servizio, che è espresso dalla carità, come tipica funzione ecclesiale. Come diacono, perciò, tu sarai segno sacramentale e permanente di quella vocazione al servizio per cui si continua nel popolo di Dio la missione e l’atteggiamento di Cristo, servo di Jahvé.

In te, caro Giampiero, si rinnova il mistero della Chiesa, che è quello di essere un popolo di chiamati; in te rifiorisce, nel suo valore sempre creativo, il gesto d’amore infinito col quale Gesù chiama, interpella, sospinge alla sequela: «Vieni, seguimi» (cf Mc 10, 21). Non possiamo, infatti, dimenticare che alla radice più profonda del nostro essere sacerdoti, come del nostro essere cristiani, vi è la chiamata, vi è l’iniziativa divina carica di amore, vi è l’appello e la scelta di Dio, in Cristo Gesù.

 

Tu lo sai, come noi tutti ben lo sappiamo. Se vai indietro negli anni, se ripensi al tratto di strada che hai percorso e cerchi di coglierne il senso misterioso e profondo, allora ti accorgi che non tu, non le tue qualità, non i tuoi meriti, ma Dio ti ha spinto fin qui. Con amore delicato e fedele ti ha inseguito e ti ha raggiunto; ti ha atteso ai crocicchi più impensati; anche dopo ripulse e infedeltà ti ha chiesto, insistente, il tuo sì.

 

Ed ora, pur consapevole della tua fragilità e del peso che ti assumi, «pieno di gioia e di Spirito Santo» (cf At 13, 52), riconosci con la Chiesa la sua voce e ti lasci catturare per sempre. E non si tratta di una notazione psicologica per esprimere un momento singolarmente intenso, ma transeunte, della tua vita; non è una emozione che vogliamo esternare e tradurre in umane parole.

 

La nostra esistenza ha la sua base nella chiamata e nella risposta a questa chiamata. La causa fontale della nostra consacrazione è il nostro rapporto di fede e di indiviso amore con Cristo, che ci chiama a seguirlo, che ci vuole sua continuazione ed immagine, che ci sceglie per una missione ed un servizio: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15, 16). Per questo il Signore può dire ai suoi apostoli – e in loro anche a noi – «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15, 15). Per questo il Signore dice ora anche te, così come ha detto agli apostoli e a noi: «Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore» (Gv 15, 9).

 

No, non è prima di tutto un ufficio o una funzione esterna che ti viene oggi conferita; né questa potrebbe caratterizzare fino in fondo la tua esistenza. È il dono dell’amore supremo di Cristo che ti viene offerto; è la richiesta di una fedeltà totale a lui nella fede, nell’amore, nella sequela appassionata e generosa del suo Vangelo.

 

A questa chiamata, a questo imperscrutabile rapporto di amore, l’ordinazione sacra pone ora il suggello permanente. L’imposizione delle mani da parte del Vescovo e la preghiera di tutta la Chiesa sono il segno sacramentale dell’unzione dello Spirito, che scende in te e tocca intimamente la tua personalità, segnandoti di uno speciale carattere che oggi ti configura a Cristo servo e domani, nell’ordinazione presbiterale, ancora a lui, capo della sua Chiesa, popolo sacerdotale.

 

Tu sarai perciò, nell’umiltà della tua persona, immagine vivente del Signore Gesù, che «non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 45). Non sarà tuo quello che farai, ma sarà di Cristo, di cui dovrai essere trasparenza e strumento, per indicare a tutti la sua presenza in mezzo alla comunità dei credenti.

 

Per questo il Diaconato che ricevi non è per te, ma di Cristo e per gli altri. La consacrazione è per la missione: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi», dice Gesù (Gv 20, 21). Divenuto amico di Cristo, di una amicizia che deve ogni giorno rinnovarsi ed approfondirsi, tu sarai, per questo, servo degli altri, e tutta la tua vita dovrà spendersi, senza limiti e senza riserve, nel dono di te agli altri. È la missione del servo di Dio, preannunciata dal profeta e compiuta in Gesù, che deve continuare in te: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18-19).

 

Per questo la Chiesa ti accoglie con gioia e speranza, come dono grande del Signore, come la sua assicurazione di voler rimanere con noi a continuare nella storia la sua opera di salvezza e di amore; per questo l’Ordine dei Frati Minori Cappuccini ti accoglie come fratello, unito nel vincolo della missione; per questo i poveri, i sofferenti, i peccatori, gli umili, ti aspettano, perché tu ti ponga accanto a loro in un servizio fraterno di carità, di speranza e di pace, in un cammino di comune ricerca e di dinamica attesa del Regno di Dio che viene.

Nella comunione con Cristo, sotto l’azione dello Spirito, per essere testimone e partecipe della sua morte e della sua resurrezione; nella comunione con il tuo Ordine, in una unità di amore, di corresponsabilità e di filiale obbedienza; nella comunione con gli uomini, tutti mendicanti di Dio, ai quali sono destinati il tuo ministero e la tua vita. Soltanto questa apertura e disponibilità a Cristo e agli altri ti darà la gioia, senza rimpianti, di esserti lasciato afferrare dal Signore Gesù: e nessuno ti strapperà dalla sua mano (cf Gv 10, 29).

 

Vieni, dunque, caro Giampiero, per ricevere la grazia dello Spirito, che segnerà per sempre la tua vita. Vieni: e possa tu custodire puro ed immacolato il dono del ministero, con carità integra fino «allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4, 13).Vieni: tu sei ora per noi il segno di Dio, il pegno della sua misteriosa ed operosa presenza d’amore in mezzo alla sua Chiesa, pellegrina quaggiù.

 

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