Ordinazione presbiterale Simone Maggi

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Ordinazione presbiterale di Simone Maggi
Spoleto, chiesa cattedrale, 7 dicembre 2010

La solennità dell’Immacolata ci pervade sempre di profonda leti­zia in­te­riore. Vogliamo innanzitutto rendere lode a Dio per il me­ra­vi­glioso dono riservato a Maria di Nazareth di essere santa fin dalla concezione, di non essere mai sfiorata dal pec­ca­to e dal ma­le.

Il mistero che celebriamo incoraggia e conforta dunque il nostro cammino, spesso incerto e oscuro, illumina il senso della storia, ri­schiara di luce anche i momenti difficili e trepidanti che il mondo sta vivendo. Esso afferma infatti che c’è nel mondo e nella storia, mal­grado ogni ap­pa­renza contraria, una sorgente pura, da cui deriva un torrente di grazia che ringiovanisce il mondo.

Il libro della Genesi, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, ci dice che l’uomo, posto da Dio al centro della sua opera crea­tri­ce, non ha voluto dialogare con lui, non ha creduto alla sua Paro­la, si è ribellato al suo disegno, ha preferito un futuro diverso, ha usato male la li­ber­tà donatagli dal Creatore. Questo ci ricorda l’a­spet­to conflittuale della vita cristiana: essa non si misura soltanto dai progressi fatti, spesso difficili da valutare; non si tratta di un sem­plice pro­cesso evolutivo. La vita cristiana si misura anche dal­la sua capacità di resistenza al male, dal­la lotta contro le ten­tazioni che assalgono e cercano ogni giorno di demolire o logo­rare la nostra fede e la nostra speranza.

Il brano evoca poi per contrasto l’esperienza di Maria, che è più po­tente di ogni esperienza di male. L’Immaco­la­ta è il segno della vit­to­ria di Dio sul male, perché procla­ma la li­ber­tà dall’eredità del peccato. E noi sappiamo che Maria ci è vi­ci­na, ci aiuta nella lotta quo­tidiana contro ciò che si oppone al Van­gelo e alla costruzione di un mondo che sia riflesso del regno di Dio, regno di pace e di verità, di amore e di giustizia.

Oggi, ancora una volta, Maria ci assicura che ciascuno di noi può es­sere colmato della grazia divina, perché siamo chiamati ad es­se­re santi e immacolati nella carità, come ci ha ricordato san Pao­lo nella seconda lettura. L’origine e il termine del­l’uo­mo non sono dunque il non senso, il caso o il caos, ma la certez­za di es­se­re amati e lo svelamento pieno di questa certezza.

Ma il mistero dell’Immacolata non è soltanto l’esaltazione della benevolenza del Padre verso colei che sarebbe stata la madre del suo Figlio, ma anche l’esaltazione della risposta libera e amo­ro­sa di Maria alla chiamata di Dio. Nel testo del vangelo di Luca, Maria viene salutata dall’an­ge­lo come «piena di grazia», cioè di santità e di bellezza divina, sia perché è stata redenta in modo su­blime, sia perché ha accolto questa grazia, l’ha custodita, l’ha fatta crescere, affi­dan­dosi alla parola del Signore di cui si è di­chia­rata serva, e diventando poi discepola perfetta di Gesù. Ha creduto possibile l’impossibile e in quel momento, dicendo “si” al­la pro­po­sta di Dio, il miracolo si è compiuto, il Verbo si è fatto carne nel suo seno, l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mon­do è venuto in mezzo a noi. Maria ha permesso alla grazia di in­va­­de­­re la storia del mondo, di creare quell’umanità rinnovata di cui lei è l’esempio più perfetto, più splendido.

È lo stesso “si” di Maria, i suoi atteggiamenti interiori ed esteriori, la stessa sua generosità e il medesimo suo affidamento al pro­­get­to di Dio, che oggi vengono richiesti a te, caro Simone, men­tre ti accosti trepidante a questo al­tare per ricevere il dono altissi­mo e tremendo del sacerdozio di Cristo.

In te infatti si rinnova il mistero della Chiesa, che è quello di es­se­re un popolo di chiamati; in te rifiorisce, nel suo valore sempre creativo, il gesto d’amore infinito col quale Ge­sù chiama, inter­pel­la, sospinge alla sequela: «Vieni, seguimi» (cf Mc 10, 21). Non pos­sia­mo, in­fatti, dimenticare che alla radice più profonda del nostro essere sacerdoti, come del nostro essere cristiani, vi è la chia­ma­ta, vi è l’iniziativa divina carica di amore, vi è l’appello e la scel­ta di Dio, in Cristo Gesù.

Per questo il Signore può dire ai suoi apostoli – e in loro anche a noi – «Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Pa­dre l’ho fatto conoscere a voi» (ibid. 15); per questo il Signore dice ora an­che a te, come ha detto agli apostoli: «Co­me il Padre ha amato me, così anch’io ho a­mato voi. Rimanete nel mio amore» (ibid. 9).

Ogni giorno della tua esistenza dovrà vivere di questo dono; do­vrà misurarsi su questo im­pe­gno; dovrà ripetere, con la trepida­zione di Pietro e con l’intima e sincera tensione della ricerca: «Si­gnore, tu sai tutto, lo sai che ti voglio bene» (Gv 21, 17). Soltanto que­sta apertura e disponi­bi­lità a Cristo e agli altri ti darà la gioia, senza rimpianti, di esserti lasciato “afferrare” dal Signore Ge­sù e di avergli donato non solo qualche tempo o qualche aspetto del­­la vita, ma la vita tutta intera.

Diventerai così strumento ammirabile dell’opera della salvez­za, come lo è stata la Vergine Maria: «Perché – come afferma Papa Benedetto XVI nella sua recente lettera ai seminaristi – gli uomini avranno sempre bisogno di Dio, anche nell’epoca del dominio tecnico del mondo e della globalizzazione: del Dio che ci si è mostrato in Gesù Cristo e che ci raduna nella Chie­sa … Dio vive, e ha bisogno di uomini che esistono per Lui e che Lo portano agli altri. Sì, ha senso diventare sacerdote: il mondo ha bisogno di sacerdoti, di pa­sto­ri, oggi, do­mani e sem­pre, fino a quando esisterà» (Benedetto XVI, Lettera ai seminaristi, 18 ottobre 2010).

Insieme con mamma Orsola e papà Lanfranco, con Luca e i nonni, con don Settimio Berzetta – dal cielo – , il parroco che ti ha battezzato e ti ha visto muovere i primi passi da semina­ri­sta, ci rallegriamo questa sera perché accogliamo in te il dono di Dio, perché per mezzo tuo e nel ministero che qui inizi Dio con­tinua a prendersi amorevole cura di tutti noi che siamo suo popolo. In questa Basilica Cattedrale, è tutta la Chiesa di Spo­leto-Norcia che, con il suo Vescovo, i sacerdoti, i religiosi ed i fedeli laici, ti accoglie con gioia e speranza ed attende da te la parola che salva ed il sacramento che la edifica.

Ma la nostra gioia è in un certo senso velata da tristezza e trepi­da­zione: con l’ordi­na­zione presbiterale di don Simone il nostro Seminario rimane vuoto, nessun altro giovane si sta preparando al sacerdozio. Crediamo fermamente che il Signore non farà mai mancare il mi­nistero sacerdotale alla sua Chiesa, ma pro­prio per questo io, come Vescovo, sento il do­ve­re di lanciare ai giovani qui presenti un appello accorato: «Chi fa en­trare Cristo nella sua vita non perde nulla, assolutamente nulla di ciò che ren­de la vita libera, bel­la e grande… Non ab­bia­te paura di Cri­sto! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo» (cf Bene­det­to XVI, Omelia, 24 aprile 2005). La nostra Chie­sa, la Chiesa che vi ha generato alla fede, ha bi­sogno di voi e tende umilmente la mano per bussare al vostro cuore: nessuno avrà il coraggio di do­na­re la vita per il Vangelo e per il servizio dei fratelli?

E poi: è tutto il popolo cristiano che deve preparare, nelle sue famiglie esemplari, il buon terreno do­ve la semente possa ger­mo­gliare e produrre; è tutto il popolo cristiano che deve manife­sta­re la sua attesa e la sua stima verso il sacerdote, creando co­sì il clima favorevole al dischiudersi dei giovani alle cose di Dio; è tutto il popolo cristiano che deve domandare umilmente ciò che Dio solo può dare, pregando, secondo il comandamento del Maestro, perché mandi operai nel­la sua messe (cf Mt 9, 38). Tutto il popolo, ma primi fra tutti gli stessi sacerdoti, all’esempio, al fervore, alla fe­del­tà dei quali è sospeso l’intero avvenire della Chiesa.

Caro Simone, ti accompagniamo dunque con la nostra amicizia e la nostra preghiera: la Vergine Maria metta nel tuo cuore il suo “si” e con la sua intercessione ti ottenga di conformare tutta la vita all’azione salvifica di Gesù, sommo ed eterno sacerdote. All’azione di lui povero: nel distacco con­creto da ogni umano po­te­re e da ogni interesse terreno; di lui vergine: nel totale e indiviso amore al Padre, nel generoso dono di te ai fratelli, nel­l’attesa esclusiva del Regno; di lui servo ob­bediente sino alla morte: nell’ascolto della sua parola, nell’obbedienza al suo pre­cet­to d’a­mo­re, nell’accettazione della sua volontà, nella confor­mi­tà alla sua passione, perché tu possa partecipare della gioia della sua resurrezione.

E «il Dio della pace … ti renda capace di ogni opera buona e ti con­ceda di fare la sua volontà; anzi egli compia in te tutto ciò che gli piace per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen» (cf Eb 13, 20).

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