Omelia Giorno di Natale 2017

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Omelia Giorno di Natale

Spoleto, Basilica Cattedrale, 25dicembre 2017

 

Nel Vangelo che è stato appena proclamato si dichiara con solennità che «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14): possiamo leggere queste parole come un compimento dell’oracolo del profeta Isaia, nel quale si annuncia che le sentinelle faranno riecheggiare con esultanza il loro grido, perché «vedono con gli occhi il ritorno del Signore a Sion» (Is 52, 8). Il passo della Lettera agli Ebrei – nel quale Gesù viene presentato come colui per il quale tutto fu creato (cf Eb 1, 2. 3) – offre una felice corrispondenza con il Vangelo che afferma: «il Verbo era Dio… il Verbo si fece carne» (Gv 1, 1, 14).

Simone Weil scriveva: «Questa terra purtroppo offre molte resistenze all’amore». Sarebbe davvero saggio ripensare a questa frase ogni qualvolta ci si inabissa nelle profondità del Prologo del Vangelo di Giovanni: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto» (Gv 1, 9-11). È vero, la terra degli uomini offre delle resistenze all’amore di Dio; ma non per questo Egli ha mai cessato di amarlo…

Questa notte di Natale l’umanità intera è stata invitata a contemplare un bambino neonato: ogni nascita è un miracolo di per sé, è un dono di Dio. E questa mattina l’evangelista Giovanni afferma che quel bambino è il Verbo di Dio, è la sua Parola, la piena rivelazione del suo amore per l’uomo. Creato ad immagine e somiglianza di Dio, l’uomo è così grande che, malgrado il peccato, conserva imperitura in sé questa grandezza. E oggi Dio realizza il desiderio che conservava e coltivava nel cuore fin dall’eternità: condividere la vita degli uomini per offrire loro la possibilità di partecipare della sua vita divina. Ci troviamo così davanti ad un enorme disegno d’amore che ci sorprende e ci supera: se Dio è nato da una donna ed ha assunto la nostra fragilità esistenziale è stato per permetterci di nascere alla sua vita e per chiamare ogni uomo a diventare suo figlio nel Figlio Gesù. Da sempre l’uomo aspira a diventare dio ma senza Dio: è stata la tentazione primordiale, insinuata dal demonio ad Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden (cf Gen 3, 5). È per soddisfare questa sete di infinito che l’uomo corre dietro al potere, ingordo nella smania di accumulare ricchezze, di decidere ciò che è bene e ciò che è male senza tenere in alcun conto la volontà e il progetto del suo Creatore.

E questa corsa genera una cultura della morte che affascina pericolosamente il pensiero contemporaneo, fino a voler determinare nei tempi e nelle modalità anche il momento finale della vita umana, presentando questo presunto “traguardo” come una conquista di civiltà, la quale in realtà ne esce umiliata e avvilita. Di fronte alle derive eutanasiche che sembrano svilupparsi e crescere, di ben altra cultura abbiamo bisogno: di quella cioè che spinge ad aiutare il malato nel momento in cui la morte si approssima. Perché una cosa è aiutarlo a morire; altra cosa è farlo morire. La morte, infatti, anche quando è cercata, è sempre una sconfitta. La vera dignità è quella che esperimenta la persona fragile e malata quando viene curata con delicatezza e tatto e accompagnata con affetto e generosa dedizione; quando è circondata da relazioni umane autentiche, che la aiutano a custodire il significato della vita e a scoprire un senso nella sofferenza e anche nella morte.

Se il Verbo si è fatto carne, è per dirci chi è Dio per l’uomo e chi è l’uomo per Dio. In Gesù, Dio ci rivela il suo progetto per l’uomo e con l’uomo. Così, dal giorno della creazione, si sviluppa nella storia del mondo e nella storia personale di ciascuno un “piano” dove Dio e l’uomo sono associati grazie ad un’alleanza nuova e definitiva, e questo piano, nascosto nei secoli, si manifesta in piena luce nella persona di Gesù Cristo. Il piccolo Gesù che adoriamo nel presepio è il segno della salvezza e dell’amore di Dio. Nella sua piccolezza conosciamo la straordinaria potenza di Dio, che è talmente grande da amarci al punto di farsi piccolo; in Gesù, Dio si svuota di sé in qualche modo, per condividere fino in fondo la nostra sorte, anche nella morte. Perché condividere è la forma suprema dell’amare.

E Dio non ha fatto tutto ciò per finta: ha preso carne nell’umile seno di una ragazza chiamata Maria, come tutti i bambini ha avuto bisogno di imparare e di crescere, ha ricevuto ogni cosa dai genitori e dalle altre persone del villaggio, spesso povere e illetterate. L’amore autentico non sa imbrogliare o fingere e Dio si è talmente identificato con l’uomo e con la sua fragilità che ogni uomo, ad ogni latitudine, sotto ogni razza, ci deve ricordare Dio. Allora non è eccessivo o rischioso affermare che, dopo Natale, Dio e l’uomo sono un tutt’uno, e amare Dio è amare l’uomo, toccare l’uomo è toccare Dio. Da ogni volto traspare l’immagine di Dio e, a scrutarli bene, i due volti risplendono di una straordinaria somiglianza: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen 1, 27). Così il mistero del Natale non è lontano da noi, è piuttosto al cuore delle nostre vite.

Natale, infine, annuncia già la croce, mostra cioè quella follia d’amore che ci testimonia fino a che punto Dio ci ama e fino a che punto noi siamo chiamati ad amare: avendo amato i suoi, li amò sino alla fine (cf Gv 13, 1). Ora, l’uomo nel suo peccato cerca di sopprimere Dio e attraverso questa soppressione nega l’amore, ma se si può distruggere l’immagine di Dio che è l’uomo, non sarà assolutamente possibile uccidere la presenza di Dio in questa immagine.

«A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio», ci dice ancora Giovanni (Gv 1, 11-12). Di nuovo, queste parole sublimi e consolanti ci mostrano il cammino di vita che ci traccia il Natale: diventare figli di Dio e così diventare fratelli e sorelle tra noi. Questo è il percorso di ogni santità, i passi che conducono alla vera gioia, alla vera vita; e felice sarà colui che ripone la sua gioia nel Signore e procede su questa strada.

«Venite, camminiamo nella luce del Signore», ci esorta il profeta (Is 2, 5). E sarà un buon Natale. Per noi e per tutti.

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