Omelia Notte di Natale 2017

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Omelia Notte di Natale

Spoleto, Basilica Cattedrale, 24 dicembre 2017

«Che cosa oggi tiene accese le stelle?», si domandava qualche tempo fa un noto giornalista. Nella crisi del nostro tempo cercava una strada che aiutasse l’uomo ad uscire dal malessere e la scorgeva ricomponendo i frammenti di un tempo passato nel quale si faceva fatica a vivere, ma dove era sempre accesa una speranza nel futuro. Oggi abbiamo bisogno di un aiuto grande per vedere nella notte e non credere che le tenebre abbiano vinto la luce; per essere certi che, dopo la notte, l’alba torna a spuntare; per alzare lo sguardo e vedere che nella notte brilla un mistero che ci riguarda.

Questo mistero profondo ci dice che, quando il Figlio di Dio si è incarnato, il cammino della storia e dell’umanità è stato profondamente modificato. La creazione tutta intera che, secondo le parole di San Paolo, geme nelle doglie del parto attendendo la piena manifestazione dei figli di Dio (cf Rom 8, 22), ha conosciuto questa manifestazione nella persona di Gesù, il Dio fatto uomo: Dio, in Gesù Cristo, riprende a camminare con gli uomini. È il grande annuncio del Natale!

L’Unigenito del Padre è entrato nella nostra vicenda, per così dire, in punta di piedi, come del resto era stato previsto da un antico testo ispirato: «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose – così era scritto – e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale» discese sulla terra (cf Sap18,14-15). Chi si aspettava che la salvezza di Dio arrivasse con una manifestazione di potenza e fragore ha dovuto ricredersi e imparare che le scelte di Colui che è il Trascendente sono diverse e lontane dalle vie pensate e vagheggiate dagli uomini.

Quando Dio viene incontro all’uomo di solito è notte. Questa intuizione trova fondamento e sorgente nel mistero del Natale che si celebra con sapiente disposizione, appunto, in questa notte santa. Quando Dio viene è notte. Ogni cosa è avvolta dall’oscurità, assicura san Luca nella pagina evangelica appena proclamata: «C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge» (Lc 2, 8). Ma questa notte dev’essere interpretata anche in senso spirituale. Infatti, già la voce antica del profeta Isaia preannunciava: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9, 1). Possiamo intendere e spiegare questa “terra di ombra e di oscurità” in modi diversi; ma prima di tutto, istintivamente, la identifichiamo con il momento storico nel quale la Provvidenza ci ha posti. Abbiamo l’impressione di vivere in un tempo nel quale le tenebre si estendono intorno a noi, sensazione che si accentua quando confrontiamo le notizie drammatiche e dolorose che quasi quotidianamente smentiscono le grandi speranze che ciascuno cerca di coltivare e di ravvivare per il presente e per il futuro. Gli avvenimenti dell’anno che sta morendo concorrono a confermare questo sentimento. L’oscurità, l’ombra sembra guadagnare terreno, occupare le ultime zone franche di libertà e di pace di cui abbiamo così tanto bisogno!

Ma esiste anche un’altra terra tenebrosa, più terribile ancora e più angosciante: si trova nel profondo stesso del nostro cuore. È proprio lì che l’usura del tempo, la disillusione e il sentimento di impotenza sembrano voler soffocare gli ultimi singulti di speranza seminati in noi. Questo deserto interiore è davvero più cupo, ben più oscuro e opaco di tutti quelli che il nostro tribolato mondo può creare intorno a noi, perché esso ci lascia assolutamente sprovvisti, spogliati di tutto, infinitamente soli.

Ma è proprio lì, in questo paesaggio di ombre e di oscurità, in questa terra inospitale e nuda, che Dio ha scelto di venirci incontro. Noi pensiamo o crediamo spesso che siano necessarie circostanze favorevoli perché Dio possa avvicinarsi a noi. La notte di Natale ci offre invece la prova contraria. Per venire a noi Dio pone un’unica condizione: ha bisogno della nostra notte, come fu quella di venti secoli fa, in territorio di Palestina.

Ed è ciò che hanno ben compreso i pastori di Betlemme. È perché non ne sono degni, e soprattutto perché sono intimamente persuasi di non esserlo, che Dio li ha invitati ad andare a contemplare il primogenito di Maria. Vanno e vedono. Non discutono, non sono increduli, non recalcitrano perché non capiscono, ma ascoltano il cuore. Il loro cuore li avverte che c’è qualcosa di inverosimile in quanto sta accadendo, qualcosa più grande dell’intelligenza umana, e credono alle sorprese di Dio: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». I pastori, gente semplice, sanno che Dio è più grande di noi, che Dio sorprende sempre. E dopo aver visto il Bambino «tornarono, glorificando e lodando Dio» che aveva aperto loro gli occhi del cuore (cf Lc 2, 15-20).

È questa la chiave, così semplice che non arriviamo neanche a pensarla, dell’incontro con il nostro Dio. Egli verrà a visitarci, a colmare ogni vuoto, a dissipare ogni dubbio, perché avremo avuto la semplicità di cuore di riconoscere le nostre tenebre e anche di abitarle. Davvero, il Signore ha bisogno della povertà di ciascun uomo come ha avuto bisogno dell’umiltà della sua serva, dell’umile fanciulla di Nazareth, Maria, per poter realizzare in lei le sue meraviglie.

In quella che la tradizione ha sempre immaginato come la più dolce dell’anno, la notte del Natale, siamo invitati ad offrire a Dio, senza falsi pudori, le nostre notti e le nostre tenebre, perché Gesù venga a nascere nei nostri cuori e perché gli angeli possano di nuovo far udire il loro canto e proclamare la gloria di Dio e la pace agli uomini.

«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9, 1). «Venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2, 5). E sarà un buon Natale. Per noi e per tutti.

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