Omelia ordinazione presbiterale Bartolomeo Gladson Sagayaraj

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Omelia ordinazione presbiterale di Bartolomeo Gladson Sagayaraj

Spoleto, Basilica Cattedrale, 13 gennaio 2018

 

Le parole di san Paolo che abbiamo appena ascoltato nella seconda lettura, mentre richiamano la forza della fede di San Ponziano e il coraggio con cui ha affrontato il martirio, ci fanno pensare anche alla fragilità della condizione umana e all’indispensabile aiuto della grazia necessario per rispondere alla chiamata di Dio. La trepidazione, il riconoscimento della propria piccolezza, la sproporzione rispetto al compito ricevuto sono gli stessi atteggiamenti che accompagnano ogni presbitero quando riflette sul ministero al quale il Signore lo ha chiamato. Perché le difficoltà di essere preti, oggi, nascono sempre più spesso dalla coscienza di essere troppo deboli e impotenti di fronte al compito grande che il Signore ci affida.

Caro Bartolomeo, nel momento in cui stai per ricevere il sacramento dell’Ordine che ti costituirà come presbitero nella Chiesa di Spoleto-Norcia, non dovrei parlare delle fatiche legate al ministero, perché la partenza è sempre bella, entusiasmante, serena e positiva. Poi, si dice, le cose cambiano, come in tutte le esperienze della vita, che portano con sé luci ed ombre, gioia e dolore, attese e speranze, a volte deluse. Tuttavia – l’abbiamo ascoltato – «siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi» (2 Cor 4, 8-9). Basta il poco che abbiamo per provocare un miracolo. Un miracolo che è opera della disponibilità pur minima di noi poveri uomini e della forza salvifica di Cristo. Può sembrare strano, ma ci vuole e l’uno e l’altro elemento insieme: la debolezza umana, disponibile ad offrire quel poco che ha, e la potenza che viene dall’alto e moltiplica il poco facendolo diventare moltissimo (cf Mt 14, 13-21).

In questo prodigio possiamo vedere lo specchio della nostra vita di presbiteri: il Signore ci chiede di dare il massimo di quello che abbiamo, anche se è poco o nulla rispetto a quello che dobbiamo fare per rispondere alle estese esigenze delle persone e comunità cui siamo mandati. Quello che conta è la nostra fede in lui, il nostro amore per lui. Gesù non ha forse detto che il regno dei cieli è il più piccolo di tutti i semi e che la stessa fede è come un pizzico di lievito rispetto alla massa di farina, ma che entrambi hanno in sé una tale potenza di fecondità e di vita da diventare un albero gigante ed una forza capace di spostare le montagne (cf Lc 13, 18-21)? Così è della nostra povera risposta alla sua chiamata. Non temere dunque, caro Bartolomeo, e il che questa sera pronunci sia sereno, forte e fiducioso, affinché non solo oggi o domani, ma sempre, tu possa contare sull’amore preveniente del Signore che ti ha scelto e che opererà con te per portare a compimento l’opera che ha iniziato nella tua giovane vita.

Il mio pensiero, cordiale e riconoscente, va in questo momento al tuo papà e alla tua mamma, trepidanti e commossi, venuti dall’India per presentare al Tempio il loro unico figliolo, come fecero un giorno lontano Giuseppe e Maria con il piccolo Gesù (cf Lc 2, 22-24). Ringrazio poi la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue e il Seminario Regionale di Assisi che hanno curato la tua formazione, e le comunità parrocchiali di San Nicolò, di Baiano e di Trevi che sono diventate la tua casa spoletina.

Spesso i ragazzi della Cresima che incontro mi dicono: «Non ti sei mai pentito di esserti fatto prete?» oppure «Sei contento di essere sacerdote e vescovo?». Dietro a queste domande c’è la forte pressione della cultura dominante, che rifiuta scelte definitive, il “per sempre” che caratterizza le grandi vocazioni, dal Sacerdozio al Matrimonio alla Vita consacrata. Mantenersi una via di fuga e di possibile cambiamento delle scelte compiute significa fondarle sulla sabbia e sminuirne talmente la forza iniziale da renderle provvisorie e, alla lunga, instabili e fragili di fronte a possibili difficoltà o prove.

La stabilità dell’amore di Dio e della sua scelta sono garanzia che mai verrà meno la sua fedeltà, vera roccia su cui fondare il “per sempre” della propria risposta di fede e di amore. Noi crediamo dunque fermamente che la predilezione del Signore sta a fondamento della nostra vocazione, come lui stesso ci ricorda: «Non vi chiamo più servi, ma amici. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (cf Gv 15, 15. 16). Questa certezza, animata dalla fede, deve però essere sempre alimentata con l’amore del Signore, con la preghiera, la comunione fraterna con il Vescovo e gli altri presbiteri, il servizio appassionato e generoso al popolo di Dio.

In quanto ad essere contenti della vocazione sacerdotale, anche qui la domanda deriva dall’idea, abbastanza diffusa, che il prete non sia felice, perché la sua sarebbe una vita di rinuncia e di sacrifici. È quanto gli stessi apostoli dicono a Gesù: «Noi abbiamo lasciato lavoro, casa, moglie, figli e parenti e ogni cosa per seguirti; che cosa ne avremo in cambio?». E Gesù li rassicura: «Voi, che mi avete seguito, riceverete cento volte tanto su questa terra e la vita eterna» (cf Mt 19, 27-29). E aggiunge che nessuno potrà togliere la gioia che egli ha loro donato (cf Gv 16, 22). Ecco quello che deve sempre guidare il prete nella sua missione: essere testimone e comunicatore della gioia che ha ricevuto dal Signore.

È una gioia che si arricchisce ogni giorno di più, poiché vediamo i miracoli che Gesù compie in mezzo al suo popolo per opera nostra. Certo è un’opera piccola, debole e umile come un granellino di senapa, ma pur sempre necessaria per volere di Cristo, che si è voluto legare strettamente all’azione del presbitero, annunciare il Vangelo per mezzo della sua bocca, benedire, assolvere, consacrare per mezzo delle sue mani, sostenere chi vacilla o è nella sofferenza e nel bisogno con il cuore di pastore e amico del suo ministro.

Cari amici,

oggi la nostra Chiesa diocesana gioisce per la grazia che il Signore le concede di poter ordinare un nuovo presbitero. Invochiamo su Bartolomeo la potenza dello Spirito Santo,  l’intercessione di Maria Santissima, madre di ogni sacerdote, e di San Ponziano, affinché mai venga meno la gioia che, in questo momento, inonda il suo cuore e sostiene la sua volontà di perseverare negli impegni che assume davanti a tutta la comunità. L’Eucaristia, che ogni giorno celebrerà per il popolo di Dio, confermi i suoi propositi e sia cibo di fortezza e di consolazione per la sua fede, fonte di comunione piena con Cristo, modello del suo servizio gratuito e donato per tutti gli uomini. E il Padrone della messe continui a mandare operai nella sua messe, grazie alla nostra preghiera (cf Lc 10, 2), all’impegno disponibile delle famiglie cristiane, all’accompagnamento delle comunità ecclesiali e all’esempio, bello e trascinante, che noi sacerdoti siamo chiamati a dare alle nostre comunità.

Vieni dunque, caro Bartolomeo, e sali fiducioso l’altare del Signore (cf Sal 43, 4) per ricevere la grazia dello Spirito che segnerà per sempre a tua vita. E possa tu custodire puro e immacolato il dono del ministero, con carità integra fino «allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4, 13). Vieni. Tu sei ora per noi il segno di Dio, il pegno della sua misteriosa ed operosa presenza d’amore alla sua e nostra Chiesa, pellegrina quaggiù.

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