Omelia notte di Natale 2010

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Natale del Signore 2010: omelia della notte
Sabato 25 dicembre, chiesa Cattedrale di Spoleto
 
 
«Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2, 11), proclamano gli angeli ai pastori e a noi. Dio viene in mezzo a noi, si fa uomo per darci la sua vita e la salvezza. Ma è proprio vero?

Da molte parti si sente affermare nei modi più disparati che Dio è lontano e non si cura degli uomini. In effetti, c’è una realtà dura: è il ripetersi di episodi crudeli, di situazioni tragiche, dove l’uomo è vittima della cattiveria dei suoi simili o di inesorabili leggi fisiche, di malattie, di minorazioni che distruggono la sua personalità. Dov’è questo Dio, dove la sua attenzione alla sua creatura, dove la sua conclamata bontà? Sembra che Dio sia lontano, indifferente alle sorti della sua creatura, di questo piccolo uomo abbandonato in balia di tutte le forze avverse e chiamato a difendersi con le sue capacità, ad arrangiarsi da solo.
Oppure si va dicendo che Dio è stanco degli uomini che, invece di essergli fedeli e di seguire la sua legge, continuano a combatterlo, a disobbedirgli, a ribellarsi. Le catastrofi naturali, le gravi situazioni di ingiustizia e di oppressione, le malattie, diventano nella mente di alcuni – o di molti – castigo di Dio, quasi una sua vendetta. La nostra esperienza umana, incapace quasi sempre di sopportare e di continuare ad amare e aiutare chi sembra non meritarsi niente, la nostra piccola riserva di amore e di bontà che subito si esaurisce, conducono a pensare che anche Dio si comporti così e che anche lui ad un certo punto abbandoni l’uomo al suo destino o peggio lo castighi, quasi per fargli pagare quanto ha rifiutato o rinnegato.
E così diciamo che Dio è stanco degli uomini e li abbandona: è il silenzio di Dio. Le uniche parole che di fatto riecheggiano sulla terra sono parole di odio, di violenza, di terrore, parole di distruzione, di complotti, di agguati, parole di morte. La società sembra calpestare ogni rispetto verso la persona e verso gli ideali più alti: le parole di verità, di giustizia, di amore, non risuonano più nei discorsi comuni; o non sono se non false coperture a disegni di violenza e di opportunismo. Anche il mondo cristiano, o che dice di essere tale, sembra talvolta non portare la voce di Dio, o portare una voce fioca e debole che non riesce a superare il frastuono assordante della pubblicità e delle propagande contrarie. E questo silenzio pesa sulle coscienze più rette e mette nelle altre un senso di solitudine che viene facilmente rimosso nella distrazione e nella superficialità, nel compromesso quotidiano, nell’arrangiarsi sfruttando cose e persone.
E se Dio invece parlasse ancora, se fosse vicino all’uomo, e fosse l’uomo piuttosto a non volerlo vedere, a non volerlo sentire? Se fosse l’uomo che ha paura di venire soffocato dall’infinita grandezza di Dio, di perdere la padronanza su di sé e sulle cose, di dover riconoscere la sua vera situazione di creatura e non di padrone, autonomo e autosufficiente?
In questa notte rischiarata dalla stella, la Chiesa proclama al mondo – umilmente ma con ferma convinzione – la sua fede: Dio non si è dimenticato dell’uomo, non si è allontanato da lui; Dio è ancora qui, con noi, e Dio viene ancora. Anzi mai come oggi, quando l’uomo ha esplorato anche le più recondite possibilità della sua intelligenza, è possibile vedere dappertutto segni di Dio e leggere la sua parola. Bisogna formarsi l’orecchio, certo; bisogna imparare la lingua di Dio, misteriosa ma pur eloquente, perché Dio parla ancora; Dio semina ancora nel mondo le tracce della sua presenza e del suo amore; getta ancora a piene mani nella storia i segni della sua passione per l’uomo che è sua creatura, suo figlio, ed è sempre in qualche modo legato a quell’uomo perfetto che è Gesù, uomo e Dio.
Ma questo non basta. Dio non viene soltanto in tanti modi velati e nascosti; Dio entra nella storia del mondo: c’è un momento in cui l’uomo si accorge di avere accanto a sé, in un altro uomo uguale a lui, una presenza misteriosa che sorpassa infinitamente le sue possibilità. È Gesù che nasce a Betlemme: ecco il mistero del Natale. È un fatto storico ed è un mistero: si tratta di un bambino qualunque che nasce come tutti i bambini, anche se in una cornice di estrema povertà e solitudine, da una donna sposata ad un uomo ma senza il suo concorso fisico, è un bambino che lungo gli anni manifesterà di non essere un uomo come gli altri, rivelando di essere Dio, il figlio di Dio venuto per congiungere in modo ormai irreversibile l’uomo con Dio. Non è soltanto un avvenimento di venti secoli or sono: ogni anno è Natale, ogni giorno è Natale. Se vogliamo, se restiamo aperti e disponibili alle gesta di Dio, se non ci chiudiamo in pregiudizi o in atteggiamenti orgogliosi di autonomia esasperata, Dio è sempre colui che viene, colui che si rivela e si fa capire. Perché non si è stancato né pentito di aver creato l’uomo: egli viene ad abitare con noi, a condividere la nostra situazione perché sa che è una situazione positiva e buona, se noi la viviamo così come lui stesso l’ha pensata. E se Dio viene ancora perché non accoglierlo? Perché non lasciarsi sedurre da quell’antico evento che di fatto ha scosso le fondamenta del vivere umano? Perché non cercare la strada sulla quale Dio ancora ci aspetta, anzi sulla quale ci sta venendo incontro?
C’è un orgoglio da vincere: non siamo noi i padroni assoluti di noi stessi, i costruttori solitari della nostra storia, gli inventori geniali del nostro destino. Siamo creature, usciti dalle mani di chi ha voluto farci esistere e che ora vuole farci rinascere ad una vita nuova, ad un rapporto più pieno con lui.
C’è una pigrizia da superare: non basta quello che nasce e cresce da solo nel povero giardino del nostro vivere quotidiano, quello che non chiede fatica, quello che già troviamo dentro di noi; non bastano quegli elementi che sembrano naturali, solo perché emergono in noi senza essere da noi generati. Siamo chiamati a decidere, a scegliere, a conquistare qualcos’altro che ci viene offerto come risposta alle attese più profonde e più vere del nostro animo, siamo chiamati a fare la fatica e lo sforzo per non deludere noi stessi.
C’è una paura da sfatare: non tutto in noi è visibile, garantito, misurato e pesato, e libero da sorprese: anzi, ciò che più ci attira è proprio ciò che sembra misterioso, ignoto, non assicurato. In realtà, siamo fatti per il nuovo, per il grande, per il rischio. Ma c’è sempre la paura di perdere, di non godere abbastanza, non si vuole aprire la mano per cogliere ciò che viene offerto lasciando andare ciò che ci sembra di stringere già.
La novità suprema, l’Eterno, l’Infinito, Dio, ci chiama e si offre a noi: Natale è Dio che viene ancora. Bisogna allora aprirgli le porte, offrirgli ancora una volta almeno una grotta, una stalla di fortuna, un luogo povero e dimesso, in una parola: un angolo del proprio cuore. Basta almeno un gesto sincero: e lui lo renderà presepio, coro di angeli, stella straordinaria, commozione di pastori, annuncio dei Magi, gioia di salvezza.
E sarà davvero un “buon Natale”. Così sia per tutti noi, con l’augurio della gioia e della pace che dalla grotta di Betlemme si diffondono sul mondo.

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