Natale del Signore 2010: omelia del giorno

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Natale del Signore 2010: omelia del giorno
Sabato 25 dicembre, chiesa concattedrale di Norcia
 
 

«Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14). Non c’è modo migliore di questa frase lapidaria dell’apostolo Giovanni per esprimere la verità del mistero ricorrente del Dio fatto uomo. Discepolo di Gesù durante i tre anni della sua vita pubblica, testimone della sua resurrezione, Giovanni ci trasmette con queste parole il frutto di una lunga contemplazione di Colui che ha ascoltato, veduto con i propri occhi, toccato con le sue mani (cf 1 Gv 1, 1).

Natale è il mistero della prossimità di Dio. Dio. Un nome che, così spesso, evoca per noi un essere lontano, difficile, inaccessibile, talvolta addirittura considerato totalmente estraneo alla storia. E invece, dal giorno della sua nascita a Betlemme, noi scopriamo in Gesù Cristo un Dio che sposa la nostra condizione umana, un Dio vicino, accessibile, presso il quale i più piccoli e i più poveri trovano un’accoglienza privilegiata.
Celebrare il Natale in verità significa lasciarsi abitare da Gesù Cristo, perché Natale è la rivelazione di un mondo abitato dall’Amore. Già nel secondo secolo il vescovo di Lione, sant’Ireneo, lo esprimeva con parole mirabili: «Dio s’è fatto uomo per abituare l’uomo a ricevere Dio e per abituare Dio ad abitare nell’uomo».
Non scopriamo pienamente la bellezza di una casa se non nella luce dell’amore di una famiglia dalla quale e per la quale essa è stata pensata, preparata, costruita. Succede la stessa cosa per l’universo: i progressi incessanti della scienza ci permettono di spingere sempre più lontano la sua scoperta, la sua esplorazione; ma la scienza non ci dice nulla circa l’origine e la finalità di questo mondo immenso nel quadro del quale si svolgono, da millenni, la storia dell’umanità e ciascuna delle nostre storie personali. E fino a quando le domande che portiamo nel più intimo di noi stessi: da dove vengo? dove vado? non hanno trovato risposta, rimarremo insoddisfatti.
Ascoltiamo l’apostolo Giovanni ripeterci in questa liturgia di Natale: «In principio era il Verbo… e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1, 1-3). L’universo esiste grazie alla parola creatrice di Dio e non possiamo prendere pienamente coscienza di noi stessi senza riconoscerci chiamati all’esistenza da questa parola. Però – Giovanni lo constata dolorosamente – il nostro sguardo è cieco: «La luce risplende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta» (Gv 1, 5). E l’autore della lettera agli Ebrei ci dice, come per invitarci a contemplare la lunga e paziente prevenienza di Dio: «Dopo aver parlato all’uomo molte volte e in diversi modi… in questi giorni, Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio… per mezzo del quale ha creato anche il mondo» (Ebr 1, 1-2).
Il mondo nel quale viviamo ha la medesima origine del Figlio di Maria ed è per mezzo suo che noi ne scopriamo pienamente il senso. Il Figlio che, eternamente, si riceve dal Padre e ama il Padre; il Figlio che, con Lui, nello stesso Spirito, crea il mondo, si fa uomo per farci comprendere il disegno d’amore che si sviluppa nella creazione; abita in mezzo a noi per insegnarci a fare continuamente della nostra vita e dell’universo un’opera d’amore a gloria del Padre.
Per questo, Natale è lasciarsi abitare da Gesù Cristo, grazie al quale si realizzano in noi le parole di Giovanni: «A quanti lo hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1, 12). Lasciarsi abitare da Cristo significa riceversi con lui dalle mani del Padre come un invito a vivere e a crescere nell’amore per lui e per i fratelli. Perché fare della propria vita una risposta d’amore a Colui che ci crea, lungi dall’essere alienante, ci fa ritrovare il cammino della vera libertà. Lasciarsi abitare da Cristo significa sentirsi, con lui, solidali di tutti gli uomini, senza alcuna  discriminazione; significa credere nel divenire umano e, meglio ancora, nella vocazione divina eterna di ciascuno.
Non possiamo celebrare la nascita di Gesù senza credere all’avvento di una umanità nuova ricreata a sua immagine, vittoriosa del male e della morte, e senza lavorare ogni giorno con lui a questo fine. Natale è credere che ogni essere umano vale più di tutti gli universi perché è amato da Dio; è credere che gli uomini possono diventare talmente lucidi e coraggiosi da preferire l’umiltà all’orgoglio, l’amore alla violenza, il servizio al dominio e allo sfruttamento, per costruire una società dove il denaro ed il successo non siano la misura di tutto, per mettere la potenza della tecnica al servizio della vera libertà. Natale è credere che nella storia, che in questa storia che noi viviamo, talmente segnata dalla sofferenza come un parto doloroso, l’ultima parola apparterrà alla vita e all’amore, perché la storia appartiene a Dio che è venuto ad abitare in mezzo a noi, con noi, per farci abitare in lui.
Della luce divina del Natale che dissipa le tenebre dell’insignificanza della nostra vita e della storia del mondo, noi siamo, in quanto cristiani, i testimoni. Come Giovanni Battista, è nostro dovere rendere testimonianza alla luce perché tutti credano in Gesù Cristo (cf Gv 1, 7). Perché ogni cristiano nella Chiesa è chiamato ad essere il segno di Colui che ha piantato la sua tenda in mezzo a noi.
Non annunziamo un Dio estraneo all’uomo. «Il Verbo – ci dice ancora Giovanni – illumina ogni uomo» (Gv 1, 9). È già presente nel più profondo di ogni essere. Dobbiamo attirare incessantemente l’attenzione su una tale presenza nascosta senza dubitare mai dell’esistenza nell’uomo, anche nel più sfigurato, dell’Amore creatore che gli dona vita, dell’Amore salvatore che vuole ricrearlo a sua immagine. Ogni volta che aiutiamo i nostri fratelli, come noi siamo stati aiutati, a scoprire ciò che esiste di più vero in essi, noi li mettiamo sulla strada di Dio.
E la caratteristica distintiva del vero testimone è l’umiltà. Come Maria, come Giovanni Battista, egli si mette da parte davanti alla luce interiore che ha contribuito a risvegliare. Succede alla vita cristiana come alla mangiatoia: è attraverso la semplicità e la povertà con le quali accoglie il Cristo che essa rivela la sua presenza. In fondo, come ha detto un giorno un rabbino, «non è l’uomo che attende il Messia, è il Messia che attende l’uomo».
Sorelle, fratelli, andiamo incontro al Signore che viene! È l’invito che la liturgia ci rivolge in questi giorni. Vuole anche essere l’espressione del mio augurio per questa comunità parrocchiale di Norcia, che affido all’intercessione di Maria di Nazareth e di Betlemme, Madre del Signore e Madre della Chiesa.

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