Omelia nella Notte di Natale, Duomo di Spoleto, 24 dicembre 2020

Omelia nella Notte di Natale, Duomo di Spoleto, 24 dicembre 2020

Omelia nella Notte di Natale, Duomo di Spoleto, 24 dicembre 2020

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Omelia nella Notte di Natale, Duomo di Spoleto, 24 dicembre 2020
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Non ci risulta difficile questa sera riconoscerci nel popolo che cammina nelle tenebre di cui ci ha parlato il profeta Isaia nella prima lettura, o con i pastori di Betlemme che vegliano nella notte, come ci ha raccontato l’evangelista Luca.

Ormai da mesi anche noi e il mondo intero siamo come immersi in una oscurità che sembra inghiottire tutto e tutti, bloccare il ritmo della vita e la quotidianità delle relazioni, impedire qualsiasi programma o progetto, mentre ci richiama continuamente con duro realismo una delle dimensioni fondamentali dell’esistenza: quella fragilità e provvisorietà che vorremmo con tutte le forze allontanare dal nostro orizzonte… Ci sentiamo dei naufraghi in un mare ignoto e pericoloso, siamo impauriti, disorientati, e preoccupati, mentre si diffonde il contagio della solitudine, si disgregano le reti che tengono insieme la società, si accentuano le divisioni tra le nazioni, le culture, i continenti; e una comunicazione soggetta all’istinto e aliena dalla riflessione induce a chiudersi, genera l’illusione di poter fare da soli, di poter vivere sani in un mondo malato. Stiamo vivendo “con il fiato corto”, come se fossimo in convalescenza persistente da un Coronavirus dell’anima, che ci toglie a tratti i sapori e gli odori del vivere.

Ma anche per noi, come per il popolo di Israele e i pastori della campagna di Betlemme,

rifulge questa sera una grande luce: «Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2, 11-12). La Parola di Dio fatta carne, che non tramonta, risplende nelle tenebre e illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cf Gv 1, 9), si è manifestata ai padri e ai profeti con parole ed eventi, si è fissata nelle Scritture, ha ispirato i sapienti e finalmente, nella pienezza dei tempi, si è fatta carne in Gesù di Nazaret (cf Eb 1, 1-2). Egli non cessa mai di visitare il suo popolo e di piantare saldamente la sua tenda nel mezzo delle vicende umane (cf Gv 1, 14); per venire al mondo non ha bisogno di orari da rispettare né di condizioni favorevoli, non ha neanche bisogno di una casa tutta sua; gli basta poco, pochissimo: solo un cuore disponibile che lo accolga. È questo il grande annuncio che squarcia le nostre tenebre e ci reca consolazione e conforto. È questa la vera festa.

Il tempo di pandemia che stiamo vivendo ci obbliga ad una maggiore attenzione, ad una frugalità non apparente, ci spoglia di quelle abitudini che da accessorie sono diventate spesso il motivo stesso della celebrazione del Natale. È l’enorme macchina di festeggiamenti con cui abbiamo infarcito – fino quasi a nasconderlo – l’evento che fonda la ragione di tutto: una nascita in un luogo povero, fatto di stenti e difficoltà; una nascita che cambia l’uomo e il mondo e il tempo. Grazie alla spoliazione di quell’opulenza che mette al centro di tutto tradizioni altre rispetto all’unica che conti veramente, possiamo tornare alla grandezza della semplicità.

Il Natale “povero” che stiamo celebrando può essere un’occasione per rientrare un po’ in noi stessi, capendo che la soluzione ai tanti problemi che ci affliggono non passa da un attivismo affannato, da una accelerazione insensata, dal ritorno frettoloso a quello che abbiamo sempre fatto. Ricondotti all’essenziale del Vangelo da quello che accade nella vita di tutti i giorni, abbiamo la possibilità di celebrare un Natale diverso, un po’ più povero, con meno amici, meno familiari, meno regali. Ma forse anche con meno frenesia e con più raccoglimento, più riflessione, più spiritualità.

Abbandoniamo allora la triste attesa nostalgica che tutto torni ad essere come prima, così da poter andare avanti come se niente fosse successo; mettiamo in campo una sobrietà che sappia rendere un minimo di onore alle centinaia di morti che ogni giorno fanno umanamente più povero e affettivamente più triste il nostro Paese. E celebriamo il Signore che viene a portare anche a noi un annuncio di pace e di liberazione.

La notizia è che il presente può cambiare, che il futuro possiamo costruirlo migliore, anche se oggi siamo in guerra contro il virus e contro le sue lunghe conseguenze economiche e sociali; la notizia è che un tempo nuovo può essere cercato e costruito nell’opera di uomini e donne che rammentano di essere umani, e di essere tutti fratelli. Il Natale ci parla di un mondo che si fa nuovo a partire dalla fragilità di un Bambino. Racconto concreto che ci sollecita a reimparare ciò di cui abbiamo più bisogno: tornare a saper sperare, per affrontare creativamente le preoccupazioni che ci affliggono.

La capacità di uscire positivamente dalla pandemia ha dunque strettamente a che fare con la disponibilità ad ascoltare l’annuncio di Betlemme: il nostro destino sta in una promessa di amore che intravvediamo e che ancora si deve compiere nella sua pienezza. Ecco dunque il dono che, per credenti e non credenti, può portarci questo Natale: essere tempo di rigenerazione, rito collettivo di riapertura della speranza, stagione di meraviglia per accogliere e poi accompagnare la vita nuova che deve venire.

Gesù che nasce a Betlemme non è una favola, è storia. Ma a differenza di tutte le altre storie, in quella notte di duemila anni fa la storia diventa salvezza. Salvezza che è un vagito che riecheggia nelle notti di questa umanità mascherata e disperata. Anche per noi Dio torna a farsi Bambino e invoca la mangiatoia del nostro povero cuore per deporvi un germe di vita. Noi gli ripeteremo allora l’invocazione che risuona sulla terra e penetra i cieli: «Vieni, Signore Gesù!». E sentiremo, come un sussurro che rassicura e consola, la sua risposta: «La mia gioia è stare con i figli degli uomini» (cf Pr 8, 31). E sarà un buon Natale!

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