Omelia Assunta 2020

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Omelia dell’Arcivescovo nella solennità dell’Assunta
Spoleto, Basilica Cattedrale, 15 agosto 2020
 

La festa dell’assunzione della Vergine Maria ci ricorda una delle verità più belle del nostro essere non solo cristiani, ma donne e uomini: nessuno di noi è destinato alla morte definitiva; siamo stati creati per la vita! Anche se a causa del peccato e della fragilità della natura umana tutti subiremo la morte, ci attende una vita senza fine nella resurrezione del nostro corpo (cf 1 Cor 15, 21-22). Questa celebrazione apre dunque la mente e il cuore ad una prospettiva “altra”: alzando gli occhi verso Maria assunta in cielo in anima e corpo vediamo quel che rimane (e, dunque, ciò che vale) della nostra esistenza terrena dopo che la morte vi avrà posto fine. In un certo senso possiamo dire: rimane tutto. Il nostro corpo conserva come scolpita in sé tutta un’esistenza: gioie, dolori, ferite, emozioni, paure… e lo porteremo con noi nella casa di Dio.

Per questo, da sempre i cristiani guardano al corpo umano e alla sua collocazione nel mondo con venerazione e discrezione, perché vi vedono inscritta l’immagine stessa di Dio creatore (cf Gen 1, 26-27) che lo chiama a condividere la sua vita immortale; per questo sentono il dovere di annunciare senza interruzione la visione biblica e di fede circa l’esistenza dell’uomo sulla terra. Una visione che oggi è minacciata e aggredita da tante correnti di pensiero che propugnano una vera “rivoluzione antropologica”, da una ideologia che intende condizionare la società e la stessa persona umana, pretendendo di imporre una pericolosa declinazione concreta della “dittatura del relativismo”.

Come ebbe a dire alcuni giorni fa il Presidente della Conferenza Episcopale italiana, il nostro Paese soffre da tempo di «un lungo e temibile inverno demografico» che rende sempre più incerto il futuro, restringe gli orizzonti e conduce ad un declino economico, culturale e umano. Siamo di fronte ad una vera e propria “crisi di civiltà” alla cui radice si colloca un cambio di mentalità collettiva che ha mutato la concezione della natalità fino a rovesciarla completamente: non più una ricchezza per i genitori e la società, bensì una causa di miseria, un impedimento al successo e, in alcuni casi, una fonte di angoscia; la famiglia e i figli sono considerati come un intralcio all’affermazione e all’autodeterminazione del singolo, un ostacolo alla carriera lavorativa e perfino all’arricchimento personale (cf intervista del Card. Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI, al quotidiano Avvenire del 16 luglio u.s., p. 5). Di fronte ad un tessuto sociale che si sta polverizzando, bisogna ricuperare la consapevolezza che la nascita di un bambino è un dono per tutti e non un peso per pochi. Non è una questione di destra o di sinistra: tutti coloro che hanno responsabilità politiche e amministrative, indipendentemente dall’appartenenza partitica, sono chiamati a trovarsi concordi nel favorire politiche affidabili e continuative in favore della famiglia.

In queste settimane, poi, stiamo assistendo al dibattito – non solo politico, ma anche culturale – circa la proposta di legge sull’omofobia. Nel nostro Paese, così come nel resto del mondo, è in atto una strategia fatta passare come azione di prevenzione e di contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. Ogni tipo di discriminazione è un atto intollerabile, e ferma e totale deve essere la sua condanna. Ma diventa azione delittuosa e anticostituzionale introdurre un reato di opinione verso chi non si allinea con un determinato pensiero e continua a parlare di matrimonio eterosessuale, di madri e donne, di papà e uomini. Abbiamo diritto al rispetto della libertà di espressione e di giudizio, come di educazione e di formazione delle giovani generazioni. Purtroppo è in atto una operazione ideologica che ha pretese egemoniche tali per cui rischia di essere definito e perseguito come “omofobo” chiunque ritenga un valore la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Occorre ritrovare urgentemente la verità delle idee, delle parole e delle azioni.

E, finalmente, arriviamo alla liberalizzazione della pillola abortiva Ru486. Anche in agosto, anche in un Paese sul baratro della catastrofe economica, sociale, politica, si trova il tempo per questa che un Ministro della Repubblica ha definito in un tragico ed infelice post su Facebook «un passo avanti nella civiltà». In realtà, il fallimento di una società incapace di favorire la vita viene pagato dalle donne, lasciate sole con la loro sofferenza, fisica e psicologica, mentre una tragedia viene trasformata in un diritto. È legittimo domandarsi a cosa serve lo sforzo benemerito per salvare il più gran numero di vite umane dalla pandemia se poi se ne uccidono migliaia con l’aborto. Siamo di fronte alla schizofrenia e all’inganno di un sistema di pensiero che in alcuni casi difende strenuamente la vita e in altri legittima e promuove la morte in nome di una libertà che non ha alcun legame né con la verità né con l’amore. Il bersaglio di una pillola abortiva non è affatto un ammasso di cellule ma un essere umano come i tanti ricoverati in questi mesi nelle terapie intensive per il Covid-19. Non possiamo non auspicare che si converta il cuore della politica, che prima fra tutti ha il compito di mettere in pratica le parole dei nostri fratelli ebrei: «Chi salva una vita umana salva il mondo intero».

In questa situazione, la comunità ecclesiale non intende arretrare nel suo impegno di evangelizzazione familiare. E quando si parla di “vangelo della famiglia” non ci si riferisce soltanto a tutto quanto riguarda l’approccio pastorale e catechistico, ma ad una gamma vastissima di interventi educativi e sociali. Dalle scuole agli oratori, dai gruppi famiglia all’accompagnamento delle persone separate e divorziate, dalla promozione dell’associazionismo familiare al volontariato per la vita, dalla rete dei consultori familiari al sostegno dell’adozione e dell’affido. Per tutte queste realtà, la crisi della famiglia, l’emergenza denatalità e il sostegno all’aborto documentati in questi giorni in modo preciso e impietoso da statistiche, analisi e proiezioni, preoccupano ma non disorientano.

Certo, la politica deve fare quanto possibile per offrire strumenti alle famiglie che non vogliono arrendersi al declino. Nuovo welfare, aiuti alla natalità e alle giovani coppie, fattore famiglia, conciliazione famiglia-lavoro, iniziative per sostenere l’impegno educativo in una logica sussidiaria, sono le misure da cui si può e si deve ripartire. Ma si rende necessaria e urgente anche l’azione culturale e pratica di tutti coloro che hanno a cuore il presente e il futuro dell’umanità. La “crisi di civiltà” può essere trasformata in una svolta capace di affrontare le incertezze e le preoccupazioni del presente facendole diventare una grande occasione di rinascita. È il grande compito di tutti gli uomini e donne di buona volontà che continuano a credere che i valori del matrimonio, della generatività e della famiglia rappresentino un bene a cui nessuna società può rinunciare.

Il nostro mondo materialista ha come tolto a tanti l’anima e il cuore, ha privato di quei buoni sentimenti che fanno la vita e costruiscono la convivenza in una città, in un paese, in un palazzo o in una casa: la bontà, la solidarietà, il perdono, la magnanimità, lo sguardo e il giudizio benevoli, il rispetto, la cortesia, la sincerità, l’amicizia. Al contrario, anche nella nostra bella Spoleto, si moltiplicano le polemiche gratuite, l’animosità, la malizia nello sguardo e nel giudizio sugli altri, il pettegolezzo, la litigiosità, la prepotenza delle parole e dei gesti, la mancanza di rispetto, l’inimicizia. E tutti stiamo peggio, mentre la società si imbarbarisce e la gente sembra come impazzita. Esempio ulteriore di questo progressivo e tragico imbarbarimento sociale è l’omicidio di un giovane di Spoleto, avvenuto questa notte davanti ad una discoteca di Bastia Umbra. Di fronte a tali gesti disumani si rimane senza parole, ma non si può rimanere indifferenti ed inerti.

Il canto di Maria – che abbiamo ascoltato nella pagina evangelica – ci apre ad una nuova prospettiva del vivere, perché ci ricorda le parole di una donna che ha trovato forza non nella potenza o nella ricchezza ma in una fede semplice che le ha permesso di pronunciare il suo sì (cf Lc 1, 38). Il Magnificat insegna che è necessario essere umili e grati, benevoli e responsabili, altrimenti si finisce per costruire una società di individui convinti di sé e pieni di orgoglio, che si combattono quotidianamente.

Sappiamo bene che non è tutto facile e spontaneo. Il male esiste, è forte, ed è significato, nel brano dell’Apocalisse proclamato nella prima lettura, dal drago rosso che minaccia la donna. Occorre essere consapevoli dell’azione subdola ed efficace di questo nemico. Per combattere ogni giorno la lotta contro il potere del male, la festa di oggi ci viene a dire che dobbiamo guardare un po’ più verso il cielo, cioè verso Dio, sollevando lo sguardo da noi stessi, rinunciando a considerarci il centro del mondo. Imitiamo la Vergine Maria: ascoltiamo il Signore che ci parla; come fece Lei, usciamo da noi stessi incontro agli altri, a cominciare dai poveri e dai bisognosi; ribelliamoci all’individualismo; costruiamo città e paesi sull’amore reciproco e non sul litigio e sul pettegolezzo, come spesso avviene.

Al centro di questa prospettiva a cielo aperto oggi noi contempliamo Maria che canta di gioia, felice. Nulla come la chiusura su noi stessi può renderci tristi. Se, invece, viviamo aperti a Dio e attenti agli altri la nostra vita sa di qualcosa. Non è uno sforzo. È il modo più bello di vivere, perché è l’unico che corrisponde a quella duplice prospettiva – un cielo oltre la terra – che ci fa essere persone umane. Capaci di andare al di là di ciò che si vede e di amare al di là di ciò che conviene.

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