Omelia nel Giorno di Natale, Duomo di Spoleto, 25 dicembre 2020

Omelia nel Giorno di Natale, Duomo di Spoleto, 25 dicembre 2020

Omelia nel Giorno di Natale, Duomo di Spoleto, 25 dicembre 2020

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Omelia nel Giorno di Natale, Duomo di Spoleto, 25 dicembre 2020
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Nella pagina che abbiano appena ascoltato, l’evangelista Giovanni dichiara con solennità che «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14). Siamo di fronte al racconto di un fatto avvenuto oltre duemila anni fa… Che cosa può interessare a noi, oggi?

L’interesse sta nel fatto che questa vicenda riguarda Dio stesso, di cui manifesta la gloria e, di conseguenza, tutti gli uomini, che egli ama. Quel Dio che siamo portati a pensare come assiso nell’alto dei cieli, immerso nell’eternità, è entrato nella nostra vita umana accettando, come ogni persona che nasce al mondo, di limitarsi a un tempo – lui che è eterno – e a un luogo – lui che è infinito -: al tempo di Cesare Augusto, in una località sperduta della Palestina. Questo episodio lontano dice il modo di essere di Dio, il suo atteggiamento nei confronti dell’uomo, la sua disponibilità ad adattarsi alle esigenze di coloro a cui vuol bene, anche a rischio di passare inosservato, di essere frainteso e persino rifiutato. Ora, come nei comportamenti concreti riusciamo a cogliere il modo di essere di una persona, così nel Natale possiamo riconoscere com’è Dio: non soltanto Egli si inserisce in un tempo e in un luogo, ma lo fa anche in un certo modo: in una stalla e non in una reggia, nel silenzio e non nel clamore, per un piccolo gruppo di poveri pastori e non per coloro che occupano i primi posti nella società. Se questo è il suo stile, possiamo stare certi che nessuno resterà escluso dalla sua attenzione.

È proprio per questa ragione che anche noi possiamo riconoscere in Gesù il nostro salvatore. Proprio per quel limite e per quella piccolezza che, invece, ci fanno spesso dubitare di lui. Venendo tra noi, Dio non ci dà semplicemente un aiuto o qualcosa; ci dona se stesso e rimane al nostro fianco, né più ci abbandona. Quel Natale, avvenuto un giorno lontano, è l’inizio di una presenza che non finisce, di una salvezza che viene offerta gratuitamente ad ogni creatura. Perché la salvezza non si compra e non si vende; è un dono, come l’amore, il tempo, l’amicizia, la pace, il silenzio, la preghiera.

«Venne tra i suoi», dice ancora l’evangelista. Nel Natale Dio realizza il desiderio che coltivava nel cuore fin dall’eternità: condividere la vita degli uomini per permettere loro di condividere la sua vita divina. È un enorme disegno d’amore che ci sorprende e ci supera. L’amore autentico, infatti, non sa imbrogliare o fare le cose per finta e Dio si è talmente identificato con l’uomo e con la sua fragilità che ogni uomo, di ogni razza e ad ogni latitudine, ci deve ricordare Dio. Allora non è eccessivo o rischioso affermare che, dopo Natale, Dio e l’uomo sono un tutt’uno, e amare Dio è amare l’uomo, e toccare l’uomo è toccare Dio. Da ogni volto traspare l’immagine di Dio e, a scrutarli bene, i due volti risplendono di una straordinaria somiglianza: «Dio creò l’uomo a sua immagine; ad immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen 1, 27).

Ogni Natale è diverso dagli altri e questo, in particolare, sarà probabilmente tra i più difficili. Siamo come travolti, in tutti i sensi e da tutti i punti di vista: familiare, sociale, sanitario, finanziario, materiale, e anche sul piano spirituale. Ma un Natale meno scintillante non è un Natale meno autentico. Ricerchiamo allora nel nostro cuore quello che conta realmente, ciò che è davvero indispensabile, quei sentimenti e quei gesti che ci rendono uniti a coloro che amiamo. Anche su questo tempo strano e ingestibile il Natale proietta la sua luce e ci suggerisce scelte e atteggiamenti: in un’epoca ricca di sfide e di tentazioni, sta a noi saper assumere le une e respingere le altre.

La pandemia ci ha fatto scoprire un mondo fragile. In altri contesti sociali la fragilità è parte del quotidiano ma noi, abituati al comfort, pensiamo di averla rimossa. O di negarla. La tentazione è proprio quella di nasconderla, di crederla superficiale, facilmente sormontabile. Il credente sa invece che Dio stesso si è reso fragile e vulnerabile nel suo Figlio prima bambino poi crocifisso. Non dimentichiamo che la forza di Dio si manifesta pienamente nella debolezza (cf 2 Cor 12, 9).

Il clima ansiogeno in cui siamo immersi fa crescere la paura o, piuttosto, le paure, con le angosce sottili che generano e nascondono; paure certo legittime ma che ci paralizzano. Esattamente quello che vuole il Tentatore per farci fare quello che desidera. È necessario custodire uno spirito aperto e confidente, ancorato nella fede, come ha fatto Gesù (cf Lc 4, 1-13). Dobbiamo imparare a non aver paura della paura.

Il distanziamento sociale, necessario sul piano sanitario, induce purtroppo altre prese di distanza: un distanziamento psicologico che ci allontana dall’altro, alimenta il disinteresse e anche la diffidenza. Papa Francesco nella sua recente Enciclica Fratelli tutti ci ricorda che la fraternità non conosce distanze fisiche. Il mio prossimo, anche se lontano, non cessa di essere prossimo. Le nostre mani, così sanificate dalla soluzione idro-alcolica, non siano impedite di sporcarsi nel servizio ai fratelli.

Portiamo mascherine per non respirare il virus. Ma è da tempo che portiamo maschere. Più sottili, più discrete di questi piccoli tessuti. Maschere per illuderci di essere altri. Il Tentatore ama che ci mascheriamo, che interpretiamo un personaggio che non siamo noi. Dobbiamo invece essere noi stessi, restare noi stessi. Al di là delle nostre voglie di mascherarci.

«A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1, 11-12). Di nuovo le sublimi e consolanti parole dell’evangelista ci mostrano il progetto di vita che ci traccia il Natale: diventare figli di Dio e così diventare fratelli e sorelle tra di noi. Il contagio da cui fuggiamo non ci impedisca di essere contagiosi dell’amore di Dio. Perché non esiste un credente a-sintomatico, incapace cioè di contagiare gli altri con la scintilla dell’amore, della testimonianza e della condivisione. Questo è il cammino della vera gioia, della vera vita. Auguro a voi e a me di saperlo percorrere, con la luce che si diffonde dalla capanna di Betlemme e illumina le nostre menti e riscalda i nostri cuori. È la mia preghiera per voi, cari fratelli e sorelle, e per quanti ci seguono attraverso i canali social della diocesi, perché anche quello di quest’anno sia davvero per tutti un buon Natale!

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