Omelia nella festa di S. Benedetto da Norcia, 5 aprile 2016

Omelia nella festa di S. Benedetto da Norcia, 5 aprile 2016

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Omelia nella festa di S. Benedetto da Norcia, 5 aprile 2016
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Festa di S. Benedetto 
Norcia, Basilica S. Benedetto, 05 aprile 2016 
 

Quando Benedetto nacque a Norcia attorno al 480, probabilmente proprio nella casa che sta  sotto il pavimento di questa Basilica, il mondo antico, rappresentato dalla Roma dei Cesari, volgeva al tramonto. Nel contempo, si consolidava e si diffondeva la Roma degli apostoli, di Pietro e di Paolo, la Roma dei martiri. Proprio grazie alla loro memoria, ancora recente, era vivo il senso della presenza di Cristo, al quale tanti uomini e donne non avevano esitato a rendere testimonianza con il sacrificio della vita.

Il loro esempio ha sicuramente esercitato un fascino forte sul giovane Benedetto, che si fa critico e contestatore della realtà in cui vive: rifiuta di lasciarsi trascinare come tanti suoi coetanei nel pantano di una società corrotta e in piena decadenza e decide di troncare gli studi che gli avrebbero assicurato una brillante carriera, incapace però, a suo giudizio, di costruire veramente né l’uomo né il cristiano.

Non per paura Benedetto si allontana dalla vita pubblica, ma perché ascolta una voce misteriosa che gli parla al cuore e lo chiama a seguire un’altra via. Non ci è difficile applicare a lui quanto san Paolo dice di sé: «Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui» (Fil 3, 8-9).

La forza e la luce accumulate dentro, però, come sempre succede alle leggi del Regno di Dio, non dovevano restare un tesoro nascosto: il modello di vita proposto dalla Regola benedettina sarà capace di generare o fecondare una nuova civiltà; Benedetto ancora non sapeva, ma la strada intrapresa e lo stile “nuovo” della sua vita dovevano incidersi nella grande storia religiosa e culturale dell’umanità.

Tutta la vita del nostro Santo realizza quella tensione “verso l’alto” che costituisce il motore del suo pensiero e della sua azione. Benedetto fu per la sua generazione, e ancor più per quelle successive, l’apostolo di quella aspirazione. E tuttavia il messaggio che egli proclamò mediante la sua Regola, sembrava – e sembra ancor oggi – quotidiano, comune e quasi meno “eroico” di quello che sulle rovine della Roma antica lasciarono gli apostoli e i martiri.

In realtà è lo stesso messaggio di vita eterna, rivelato all’uomo in Cristo Gesù, lo stesso, anche se pronunciato col linguaggio di tempi ormai diversi. La Chiesa rilegge sempre lo stesso Vangelo – Parola di Dio che non passa – nel contesto della realtà umana che cambia. Ciò è possibile soltanto se si accoglie l’insegnamento di fondo di san Benedetto, ossia il “quærere Deum”, il cercare Dio come fondamentale impegno dell’uomo: l’essere umano senza Dio non realizza appieno sé stesso e non può essere veramente felice. 

Interpretando i segni dei tempi, Benedetto vide che era necessario realizzare il programma radicale della santità evangelica in una forma ordinaria, nelle dimensioni della vita normale di tutti gli uomini: bisognava che l’eroico diventasse normale, quotidiano, e che il normale, quotidiano, diventasse eroico.

Ecco dunque un pensiero di fondo: non si va o non ci si eleva verso Dio con un metodo spirituale costruito dal basso, frutto dell’ingegno umano. Dio ci ha amato, ha agito, ha parlato per primo (cf 1 Gv 4, 19): di conseguenza, il nostro atteggiamento risponde alla sua iniziativa quando si fa ascolto, adesione, accoglienza del suo messaggio, della sua grazia, del suo amore.

Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, Benedetto viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. La Regola definisce la vita monastica «una scuola del servizio del Signore» (Prol. 45) e chiede ai monaci che «all’Opera di Dio [cioè alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla» (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta: «Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti», afferma (Prol. 35). In contrasto con una autorealizza­zione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), al cui amore nulla deve essere preferito (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace.

La spiritualità del nostro Santo non è una interiorità fuori dalla realtà. Grazie al suo intenso rapporto con Dio, egli diventa più attento ai doveri della vita quotidiana e all’uomo con i suoi bisogni concreti. Così, San Benedetto è un esempio luminoso di santità che indica ai monaci come unico grande ideale Cristo; è un maestro di civiltà che propone un’equilibrata ed adeguata visione delle esigenze divine e delle finalità ultime dell’uomo; è una guida che suscita una fraternità autentica e costante, perché nel complesso dei rapporti umani non si perda di mira l’unità di spirito ma si costruisca e si alimenti la pace.

Il Beato Papa Paolo VI scriveva nella lettera enciclica Populorum progressio: «L’uomo, certo, può costruire il mondo senza Dio. Ma alla fine, senza Dio, non fa altro che costruirlo contro l’uomo». E così si ha la prevalenza dell’economia sulla morale, della temporalità sulla spiritualità. Seguendo l’insegnamento di san Benedetto – quanto mai attuale anche per il continente europeo – siamo in grado di costruire una società più giusta e più solidale; alla sua scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero e di edificare un mondo unito nella fraternità e nella solidarietà.

Viatico per la nostra vita e per il nostro impegno, risuona particolarmente attuale l’esortazione del Santo: «Soccorrere i poveri, visitare i malati, aiutare chi è colpito da sventura, consolare gli afflitti, nulla anteporre all’amore di Cristo. Adempiere quotidianamente i comandamenti di Dio, amare la castità, non odiare nessuno, non alimentare segrete amarezze, non essere invidiosi, non amare i litigi, evitare vanterie, nell’amore di Cristo pregare per i nemici, ritornare in pace con l’avversario prima del tramonto del sole. E non disperare mai della misericordia di Dio» (Reg. 4, passim). Sono “le opere della misericordia” che Papa Francesco ci chiede di riscoprire e mettere in pratica.

Ed è il messaggio che ripete a noi il Giubileo straordinario che stiamo celebrando: il perdono che Dio offre al peccatore è sempre più grande del suo peccato (cf 1 Gv 3,20), è come un cammino rinnovato, una rigenerazione, una possibilità inaspettata di salvezza. Perché solo Dio ha il coraggio di dimenticare completamente quello che è passato e di offrire sempre di nuovo l’abbraccio della sua misericordia e del suo perdono. E Gesù non invita semplicemente a dimenticare e fuggire un passato fatto di morte e di schiavitù, ma impegna a guardare la propria vita con serietà, cioè con gli occhi di Dio, e ad aprirla ad un orizzonte di grazia e di misericordia. Perché l’essere perdonati gratuitamente, senza condizioni, è la forza per riprendere il cammino.

C’è qualcosa di più bello di un cuore puro, ed è un cuore purificato. Lo ottengano anche a noi la grazia di Dio e l’intercessione di san Benedetto.

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