Omelia nel giorno di Natale, 25 dicembre 2015

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Giorno di Natale
Spoleto, Basilica Cattedrale, 25 dicembre 2015

 

Benvenuti in questo Duomo, cari amici che desiderate celebrare con me il giorno santis­si­mo del Natale. Giorno di sentimenti profondi, di emozioni, di grandi pensieri; giorno di pre­ghiera, di contemplazione e di adorazione. Tutti noi, anche quelli che forse vanno poco in chiesa o addirittura sono entrati qui per la pri­ma volta, siamo venuti a questa Messa con qualche attesa, con qualche speranza, pur se forse non sappiamo esprimerla. È la speranza di essere riportati al nostro essere più ve­ro, di ritrovare la nostra semplicità e schiettezza originaria, quelle che abbiamo magari vissuto da bambini davanti al presepio.

Eppure le letture bibliche che sono state proclamate non sono affatto semplici; non ci par­lano di per sé né di Betlemme, né del presepio e nemmeno di Gesù Bambino, cioè di real­tà che istintivamente ci aspettiamo. Sono invece testi di alta teologia, dedicati al mi­stero del­l’Incarnazione, e richiedono da parte nostra una meditazione seria, un’appli­ca­zio­ne della mente.

Già la prima lettura, dal libro del profeta Isaia (52,7-10), che evoca il grido di gioia delle sen­ti­nelle di Gerusalemme che vedono da lontano i profughi rientrare dall’esilio, mette in noi quel brivido di letizia che vorremmo sperimentare almeno per un momento in questa giornata. La seconda lettura (Eb 1,1-6) e il brano del Vangelo (Gv 1,1-5. 9-14), invece, parlano il lin­guag­gio della rivelazione di Dio nel Figlio, il linguaggio del Verbo eterno che si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi. Ci chiediamo allora che cosa può voler dire alla nostra fantasia e al nostro cuore l’espres­sione: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». È l’affermazione che sta al centro della pagina evangelica e che riassume, nella sua brevità, tutto il mistero del Natale.

Pensiamo a qualche brano più concreto del Vangelo, che probabilmente ricordiamo anche se vagamente: Gesù che piange davanti alla tomba del suo amico Lazzaro; Gesù che accarezza i bambini che vengono portati a lui; Gesù che guarda con tenerezza il gio­vane ricco che gli domanda che cosa fare per essere perfetto; Gesù che esulta di gioia di fronte alla fede dei piccoli; Gesù che si indigna di fronte alla durezza degli ipocriti; Gesù che è invaso dalla tristezza, nel giardino della sua agonia; Gesù che si lascia inchiodare al­la croce e muore nella solitudine.

Sono tutti episodi che ci fanno comprendere come il mistero di Dio si è fatto lacrime e pian­to, si è fatto carezza e tenerezza; l’Assoluto si è fatto esultanza e giubilo; il Santo ha preso la misura e la figura dell’indignazione e della collera; l’Inaccessibile ha assunto la ve­ste della tristezza e del dolore; il Trascendente ha preso la forma della debolezza; l’On­ni­potente ha assunto la figura della morte in solitudine. E questo tra noi, per noi, in mezzo a noi.

Quando dunque avremo richiamato tante pagine del Vangelo che raccontano i sentimenti e la vita quotidiana di Gesù, e le avremo applicate al mistero trascendente e al­tissimo di Dio, forse capiremo meglio il significato dell’annuncio proclamato fin da questa notte: «Il Verbo si è fatto carne». Capiremo qualcosa del senso del Natale, cioè di una presenza del divino nella storia concreta di un uomo, di una presenza del mistero di Dio tra noi; di un Dio che prende su di sé le nostre debolezze quotidiane, che condivide la no­stra esistenza spesso affaticata e stanca, che entra nel mistero della nostra sofferenza e della nostra morte.

La presenza e la condivisione della nostra vita da parte di Dio non è solo di 2015 anni fa; essa continua e si manifesta nel nostro tempo, oggi, in questo santo giorno. Perché Gesù, Figlio di Dio e Verbo del Padre, si fa ora perdono attraverso le parole del perdono della Chiesa nel sacramento della penitenza; Gesù ci parla attraverso le parole della Mes­sa che stiamo celebrando; Gesù si fa cibo tra le mie mani che consacreranno il pane eu­ca­ristico; Gesù viene nel nostro cuore come nutrimento e come amico. Dio vuole entrare fino in fondo nella nostra umanità per renderla partecipe della sua energia divina, che attraversa tutti i tempi, penetra nell’oggi e ci fa vivere, qui ed ora, l’inizio della pienezza eter­na.

Continua l’evangelista Giovanni: «Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare tra noi, e noi abbiamo visto la sua gloria». La gloria che si è mostrata nella semplicità del presepio è stata contemplata nell’amore del Crocifisso, è esplosa nella gloria del Risorto, è presen­te oggi sotto i veli del sacramento. Il Verbo si è fatto Bambino, è diventato membro della raz­za umana, si è fatto uomo, è morto, è risorto, si fa presenza viva a ciascuno di noi. A noi è chiesto semplicemente di riconoscerlo, di aprire le braccia alla sua venuta, di acco­glier­lo con disponibilità e generosità. Per questo qualche giorno fa abbiamo aperto anche in questa Cattedrale la Porta Santa. È un simbolo che ha radici antiche. Ma la radice primaria sta nell’essere una porta che si apre per tutti coloro che cercano Dio, l’unica porta che con­ta.

Mentre i potenti chiudono le porte, mentre tanti, troppi non sanno a che porta bussare per trovare casa, pane e lavoro, mentre le porte della solitudine si chiudono su troppi giovani, su trop­pi anziani, mentre infiniti dolori non sanno a che porta picchiare con il silenzio delle lacrime, il Giubileo ci dice che la “Porta” è aperta, è vicina; non sta in un Tempio lontano, sul monte, ma vicino. La porta aperta dice quello che la fede del po­po­lo cristiano sa da sempre: non siamo figli di un Dio che sta lontano, dietro porte chiuse, raggiungibile solo a costo di fatiche disumane. Siamo amici di un Dio che ha aperto gratuitamente, che ha mandato il suo Figlio ad essere porta, a scardinare le serrature della legge, a far saltare gli alti battenti della morte. La “porta santa” – si dice -, ma è santa perché è un segno di Lui. Il rito conta, ma non è nulla se non introduce a una car­ne, una casa, una comunità, un luogo dove la vita ispirata al Vangelo di Gesù diventa ogni giorno bella e buona. Così, siamo invitati a scoprire nel Figlio incarnato il volto misericordioso del Padre e, riconoscendoci sempre di nuovo peccatori perdonati, diventare a nostra volta, singoli e comunità, come una “porta santa” che permette a chi ci accosta di scoprire e gustare la bontà, la tenerezza e la fedeltà di Dio.

Ogni atto di accoglienza, di giustizia, di perdono, di comprensione, di so­lidarietà che sapremo compiere sarà il coronamento naturale della celebrazione del Natale. Così gli auguri che ci scambiamo avranno il sapore della misericordia e della consolazione e sgorgheranno davvero dall’esperienza che la nascita del Figlio di Dio in noi, in cia­scuno di noi, è fonte di pace, di serenità, di apertura di cuore, di libertà, di cambiamento di vita.

Preghiamo insieme, gli uni per gli altri. Preghiamo affinché la luce del Verbo incarnato illu­mini e rischiari tante situazioni confuse, tanti luoghi di dolore. E affidiamo le nostre preghiere e i nostri desideri all’intercessione di Maria, Madre di Gesù, che nel silenzio adorante contempla il volto del Verbo che in lei ha preso carne e, in lui, contempla il volto di tutti gli uo­mini e le donne della terra, specialmente dei più sofferenti nel corpo e nello spirito.

Con questi sentimenti, ci diciamo: Buon Natale!

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