Omelia nella festa di S. Benedetto da Norcia 2018

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Omelia per la festa di S. Benedetto
Norcia, Piazza S. Benedetto, 21 marzo 2018 
 

«Figlio mio, se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti… comprenderai l’equità e la giustizia, la rettitudine e tutte le vie del bene». Le parole del sapiente dell’Antico Testamento, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, risuonano nel prologo della Regola che San Benedetto ha redatto per i suoi monaci: «Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno» (Prologo, 1).

Le sue disposizioni non pretendono l’impossibile, sono improntate ad un realismo che tiene conto dei limiti caratteristici della natura umana. Da questo punto di vista, la Regola non è soltanto un monumento di cultura monastica, ma anche un testo ancora attualissimo. Se lo rileggessero con attenzione, anche i politici di oggi potrebbero trovare indicazioni preziose per la loro azione di governo… Perché l’indole comunitaria del monastero benedettino ha favorito nella popolazione lo sviluppo di precise caratteristiche umane e sociali: l’aiuto fraterno, l’accoglienza e l’ospitalità ai viaggiatori, l’attenzione ai poveri di ogni tipo, sono tra gli elementi della Regola di Benedetto che in Italia come altrove si tradussero in cultura popolare.

Infatti, tra queste nostre contrade è nato il pensiero che ha fatto grande la civiltà europea. Senza Benedetto, senza Francesco, che Europa sarebbe? Senza i Santi che hanno reso l’Umbria bella e famosa, cosa saremmo diventati? Quello che purtroppo stiamo diventando: uomini e donne sradicati, apparentemente forti e invece fragilissimi, incapaci di distinguere il giorno dalla notte, il vero dal falso, il bene dal male. Ma se tutto è interscambiabile, non siamo mai costretti a scegliere. E un essere umano che rinuncia alla quotidiana necessità di compiere una scelta che determini e qualifichi il suo cammino continua a regredire in umanità.

Guardando al nostro tempo, lo vediamo stanco e deluso e a volte anche tanto violento, espressione di un mondo e di una vita insignificanti. Nasce allora spontanea la domanda: che cosa rende questo mondo insignificante? Non sarà il tentativo costante di volerlo costruire in funzione di finalità che non sono degne dell’uomo? Ricercando sempre più il denaro e l’agio, ci priviamo della gioia della condivisione; accettando tutti i compromessi purché le nostre ambizioni e la nostra sete di potere vengano soddisfatti, impediamo agli altri di crescere; soddisfacendo gli istinti più bassi, facciamo sì che gli uomini si ripieghino su se stessi, incapaci di godere della gioia del fratello e di collaborare alla sua realizzazione.

Il terremoto della Valnerina ha non solo ha provocato gravi danni al patrimonio artistico e ambientale, ma ha creato anche una cesura tra il passato e il futuro. Si sono persi i punti di riferimento, non si riconoscono più i luoghi familiari dove si è vissuti: è qualcosa che dagli occhi passa al cuore e si trasmette al cervello; è come l’Alzheimer di una comunità. Perché il terremoto – attraverso le ferite prodotte al paesaggio, agli edifici pubblici e privati, alle opere d’arte – ha ferito il cuore e la mente delle persone, ha reciso di colpo le radici: quello che si credeva solido è crollato, quello che credevamo nostro non esiste più. Si sopravvive, certo, ma si tratta di una sopravvivenza segnata da una amara sterilità e continuamente minacciata e ferita dal peso invincibile delle burocrazie e – Dio non voglia – da grossi giochi di potere e di interesse realizzati sulle spalle della gente.

L’annuale celebrazione di San Benedetto ci aiuti dunque a rinnovare un patto sociale e civile, a riscoprire le buone ragioni dello stare insieme, a resistere alla tentazione dello scoraggiamento e della delusione, a non lasciarci abbattere dal moltiplicarsi dei segni di logoramento, visibili anche quando lo spazio pubblico si configura come palestra di scontro con l’avversario e non di proposizione di idee, come abbiamo dovuto tristemente constatare nelle ultime settimane sul palcoscenico italiano.

Qualche giorno fa, tra le macerie della Basilica di San Benedetto è stata accesa la fiaccola benedettina che ieri sera ha fatto ritorno da Berlino. Il Santo nursino e la città tedesca, colpita a suo tempo dagli orrori della seconda Guerra Mondiale, ci parlano di ricostruzione e ci lanciano un messaggio. E tutti impariamo che non basta ricostruire muri, siglare accordi politici ed economici, stipulare alleanze, se vogliamo garantire a noi e a chi verrà dopo di noi un presente e un futuro degni e sicuri. Occorre “ricostruire l’uomo dal di dentro”, nella sua dignità e nella sua libertà, nell’accoglienza reciproca e nel rispetto delle diversità, alla scuola di ideali “alti”, capaci di motivare e rinsaldare la coesione sociale e di dare vita ad un progetto di civiltà che ponga al centro la persona umana e i suoi valori inalienabili.

Come ha scritto dopo la scossa dell’ottobre 2016 un’autrice contemporanea, «dal genio di Benedetto dobbiamo imparare un’altra volta ad edificare, cioè a costruire essendo coscienti che ogni costruzione, ogni azione, per essere tale deve contenere in sé l’idea di un bene comune verso cui tendere. Dobbiamo ricostruire una dimora al cui centro ardono le fiamme di un braciere. Dobbiamo ricostruire le mura, certo, ma anche riaccendere il fuoco, perché il fuoco illumina, riscalda, cucina e permette di scorgere nell’oscurità il volto dell’altro. È di questo che abbiamo un estremo bisogno»[1].

Non cessi San Benedetto di sostenerci con la sua intercessione e di indicarci la via con il suo esempio.


1 Susanna Tamaro sul Corriere della sera, 4 novembre 2016.

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