Omelia Assunta 2018

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Omelia nella solennità dell’Assunta
Spoleto, Basilica Cattedrale, 15 agosto 2918
 

«L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (Lc 1, 46-47). Rispondendo al saluto di Elisabetta, Maria ci invita a lodare il Signore, fonte di ogni bene, e a contemplare le meraviglie con cui Dio, dopo essersi rivelato nella storia di Israele, si appresta a compiere, nel figlio che ella porta in grembo, il suo disegno di salvezza. La visione dell’Apocalisse – è la prima lettura – racconta del bambino appena nato, «destinato a governare tutte le nazioni»: Cristo è presentato come il Signore della Chiesa e della storia che sconfigge le forze del male per salvare gli uomini.

Alla luce del disegno di Dio si rivela la grandezza di Maria, chiamata a cooperare «in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime» (LG 61). Infatti, ricevendo ai piedi della croce Giovanni come figlio (cf Gv 19, 26), la madre di Gesù diviene madre dei credenti. Essa si trova così associata alla comunità messianica da cui vengono alla luce il Salvatore e quanti sono chiamati a testimoniare e perpetuare la sua presenza sulla terra.

La pagina della prima lettera ai Corinzi che abbiamo ascoltato parla ancora di Cristo, «risuscitato da morte, primizia di coloro che sono morti». Egli chiama tutti gli uomini a ricevere la vita in lui: vita pienamente umana, con un corpo che sarà, secondo il linguaggio di San Paolo, non più debole, mortale, soggetto ai limiti e alle vicissitudini dell’esistenza, bensì glorioso, pieno di forza, spirituale, rivestito di immortalità, ma sempre vero corpo di una creatura umana destinata ad una felicità senza ombre in un incontro con Dio e con i fratelli che non avrà mai fine. Per provvido disegno del Padre, al termine del suo pellegrinaggio terreno, Maria è stata introdotta con il corpo e l’anima nell’esistenza nuova che si aprirà anche per noi alla fine dei tempi con la risurrezione dei morti.

Confessando il destino di luce e di gloria che attende ogni essere umano, non possiamo non pensare a quei corpi umiliati – e dunque ai bambini, alle donne e agli uomini – fatti oggetto in queste settimane di insulti e di violenza e seguire impassibili i telegiornali che raccontano di naufragi di barconi, di migranti respinti e, più recentemente, di navi senza un porto dove approdare e di episodi di xenofobia e di aggressioni a sfondo razziale, ora definite anche “gogliardate”. Se ricordiamo la domanda rivolta da Dio a Caino: «Che cosa hai fatto di tuo fratello?» (cf Gen 4, 9), non ci possiamo rassegnare al consolidarsi di una opinione pubblica fomentata da maestri senza morale e da imprenditori della paura che pretendono di dividere la società in due gruppi: “quelli come noi” e “gli altri”, due categorie non ugualmente umane, e perpetuano un sistema che, continuando a vendere armi ai loro Paesi, fabbrica i poveri e poi non li vuole perché danno fastidio.

Non si può certo considerare un viaggio di piacere una delle più disperate transumanze umane della storia, che ha trasformato il Mediterraneo in un vorace sepolcro; né pensare che sia facile la vita di chi, sopravvissuto, si ritrova privo di tutto in un Paese sconosciuto, talvolta in condizioni subumane di miseria e di sfruttamento, impossibilitato a costruire e tanto meno ad immaginare il suo futuro. Se espressioni e atteggiamenti di tanto disprezzo per il dolore e la dignità altrui possono liberamente circolare senza incontrare lo sconcerto e l’indignazione generale, questo significa che già sono entrati nelle nostre case, da dove stanno trafugando il rispetto per l’altro e la solidarietà che, come ha recentemente affermato il Presidente della Repubblica, fanno parte del Dna degli italiani.

A questo accrescersi di una barbarie di pensiero e di azione, bisogna opporre una resistenza morale e civile, che impedisca alla nostra civiltà – culla della cultura che ha ispirato l’intangibilità della persona umana e della vita – di regredire alla brutalità di quella della pietra e della clava, che vuole affermare il diritto della forza anziché la forza del diritto e perciò continua a costruire muri, reali o immaginari, invece di ponti. Non si tratta di essere buoni, ma di essere giusti; non di fare opere buone ma di rispettare e, se necessario, ripensare il diritto dei popoli.

Ascoltiamo Papa Francesco: «Di fronte alle sfide migratorie di oggi, l’unica risposta sensata è quella della solidarietà e della misericordia; una risposta che non fa troppi calcoli, ma esige un’equa divisione delle responsabilità, un’onesta e sincera valutazione delle alternative e una gestione oculata. Politica giusta è quella che si pone al servizio della persona, di tutte le persone interessate; che prevede soluzioni adatte a garantire la sicurezza, il rispetto dei diritti e della dignità di tutti; che sa guardare al bene del proprio Paese tenendo conto di quello degli altri Paesi, in un mondo sempre più interconnesso» (Omelia nella Messa per i migranti, 6 luglio 2018).

Anche la nostra diocesi – come tante altre in Italia – accoglierà prossimamente nelle sue strutture alcune famiglie di profughi provenienti dai corridoi umanitari aperti dal nord-Africa e forse anche dalla Siria. È purtroppo solo un piccolo gesto, che acuisce il senso di frustrazione per non poter aiutare tutti, ma che intende contribuire a mantenere vivi anche qui da noi l’interesse e la sensibilità verso una tragedia che non è né piccola né trascurabile. Sappiamo bene, infatti, che salvare un uomo è salvare il mondo. Per questo mi permetto di rivolgere un appello rispettoso e cordiale alle Istituzioni civili del nostro territorio affinché considerino a loro volta la possibilità di realizzare un segno altrettanto concreto di accoglienza e responsabilità, dando vita ad una catena di aiuto e di amicizia che non conosca barriere di lingua, cultura, razza e religione. È vero che il nostro è un territorio provato forse più di altri dalla crisi economica e poi dal terremoto; ma è anche vero che «non c’è nessuno così ricco che non abbia bisogno di ricevere e nessuno così povero che non abbia qualcosa da dare» (don Oreste Benzi). Se non è possibile ignorare le croci che pesano sulle nostre spalle nel quotidiano cammino dell’esistenza, non è lecito trascurare il dovere di servizio, spesso faticoso, che ci lega ai fratelli, specialmente ai poveri, ai sofferenti, agli emarginati.

Guardiamo fiduciosi alla Vergine Maria, riascoltando le parole di Paolo VI, prossimo Santo: «All’uomo contemporaneo, non di rado tormentato tra l’angoscia e la speranza, prostrato dal senso dei suoi limiti e assalito da aspirazioni senza confini, turbato nell’animo e diviso nel cuore, con la mente sospesa dall’enigma della morte, oppresso dalla solitudine mentre tende alla comunione, preda della nausea e della noia, la beata Vergine Maria, contemplata nella sua vicenda evangelica e nella realtà che già possiede nella città di Dio, offre una visione serena e una parola rassicurante: la vittoria della speranza sull’angoscia, della comunione sulla solitudine, della pace sul turbamento, della gioia e della bellezza sul tedio e la nausea, delle prospettive eterne su quelle temporali, della vita sulla morte» (Marialis cultus, 57).

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