Omelia nel Giorno di Natale, Duomo di Spoleto, 25 dicembre 2019

Omelia nel Giorno di Natale, Duomo di Spoleto, 25 dicembre 2019

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Omelia nel Giorno di Natale, Duomo di Spoleto, 25 dicembre 2019
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Perché celebrare una Messa tra i ruderi di una chiesa, fosse anche una Concattedrale?

Può essere innanzitutto un esercizio dolce e nostalgico della memoria, che ci riconduce ai Natali prima del terremoto, quando qui si veniva in famiglia a celebrare la nascita del Salvatore. E mentre li accarezziamo con lo sguardo, il volto sfigurato di Santa Maria Argentea e queste pietre accatastate parlano al cuore…

Può essere un gesto di solidarietà verso i tanti terremotati. Anche la comunità cristiana ha perduto la sua casa. Qui essa si edificava come popolo di Dio per mezzo dell’ascolto della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la testimonianza della carità. E anche Dio ha dovuto lasciare questa casa, privata ormai di luci e di suoni, divenuta muta riproposizione della sorte a Lui toccata il giorno stesso della sua nascita: «non c’era posto per loro nell’alloggio», dice il Vangelo (cf Lc 2, 7). La sobrietà del luogo che ci accoglie, preparato per l’occasione senza sottrarre fondi e mezzi destinati ad altre finalità, richiama in maniera eloquente la povertà e la semplicità della grotta di Betlemme

Questa celebrazione può essere ancora un grido di dolore e di speranza: dolore per il prolungarsi dell’attesa che affievolisce fino a spegnerli sogni e progetti; speranza che, nonostante tutto, mantiene viva la fiducia nell’uomo e nella sua capacità di lavorare efficacemente per l’edificazione del bene comune, al di fuori e al di sopra di interessi e fazioni.

Può essere infine una implorazione accorata che sale a Dio affinché continui a prendersi cura provvidente dei suoi figli, e si rivolge alle Istituzioni perché il grande cantiere della ricostruzione imbocchi finalmente il cammino della concretezza.

Il Vangelo che abbiamo ascoltato racconta che i pastori si recarono senza indugio a Betlemme, dove trovarono il Bambino adagiato nella mangiatoia. Questa particolare “fotografia” ci offre una significativa chiave di lettura dell’evento che oggi celebriamo nella liturgia: quel Bambino che è nato è in un certo senso un bambino come tutti gli altri. Invano si cercherebbe in lui qualche segno che ne indicasse l’origine divina. Ma la straordinaria precarietà della sua prima sistemazione, inaccettabile anche per i poveri pastori beduini che possedevano almeno una tenda propria, colpisce chi passa di là per caso o si sente chiamato a quel luogo da una voce dall’alto.

Per ogni uomo, anche per chi non crede, il disagio di questa giovane famiglia senza tetto è un invito ad aprire il cuore. Chi poi si avvicina alla capanna di Betlemme con gli occhi della fede vi legge un segno eloquente, anche per i giorni di maggiore benessere, di ciò che ha valore e di ciò che non conta agli occhi di Dio.

Ci sono tanti in mezzo a noi a cui manca casa, stabilità o sicurezza – penso certamente ai terremotati, ma anche a chi deve affrontare la precarietà del lavoro, a quanti sono costretti a fuggire dal proprio Paese per non subire ingiustizia, corruzione e guerra e trovano una tomba nel Mediterraneo o muri in Europa; penso ancora a coloro per cui la casa non è più una casa, perché l’affetto è morto o languisce.

E ci sono tanti – diciamolo meglio: siamo in tanti – che dicono di credere in Cristo, proclamano che il Bambino nel presepio è il Maestro e il Signore, ma nel comportamento pratico preferiscono di gran lunga l’avere all’essere. Non è peccato l’avere: anche Gesù ha avuto per un tempo una casa, un lavoro e uno stile di vita dignitoso, conforme a quello della gente laboriosa del suo popolo. Ma è peccato mettere l’avere e il potere davanti ai valori più importanti dell’esistenza. Non c’è nessuna realtà né personale, né sociale, né politica, né ecclesiastica che non debba restare sottomessa a questo principio. È questa la profonda “questione morale” che sta alla radice di tanti mali nel nostro tempo.

Il fascino del Natale, più forte di tutte le luci multicolori accese dal consumismo, è qui: il Figlio di Dio che si fa carne offre un senso alla vita, all’uomo, alle cose semplici, a cui nessuno dovrebbe sottrarsi, per giungere alla piena verità di sé. Solo Gesù, infatti, può dare speranza al mondo, solo Lui rivela il fine globale della storia, in risposta all’anelito che mai come oggi avvertono tutti i popoli e tutte le persone di ogni lingua, razza e nazione.

Non è possibile celebrare la nascita di Gesù senza credere all’avvento di una umanità nuova ricreata a sua immagine, vittoriosa del male e della morte, e senza impegnarsi ogni giorno a questo fine. Natale è credere che ogni essere umano vale più di tutti gli universi perché è amato da Dio; è credere che gli uomini possono diventare talmente lucidi e coraggiosi da preferire l’umiltà all’orgoglio, l’amore alla violenza, il servizio vero e la solidarietà operosa alle dichiarazioni altisonanti e all’autoaffermazione, per costruire una società dove l’immagine, il denaro ed il successo non siano la misura di tutto. Natale è credere che nella storia, che in questa storia che noi viviamo, talmente segnata dalla sofferenza, l’ultima parola apparterrà alla vita e all’amore.

E allora a Gesù che viene tra noi chiediamo il dono di un’esistenza rinnovata, di una politica con più fiato, di una maggiore attenzione a chi ci sta accanto, di una più grande fiducia nelle istituzioni, meno egoismi privati e più coraggio pubblico, l’apparire di prospettive capaci di giustificare i sacrifici che dobbiamo affrontare, un tempo per tutti di concordia, serenità e pace.

Affidiamo il nostro desiderio e la nostra preghiera all’intercessione di Maria, Madre del Figlio di Dio, che nel silenzio del presepe contempla il Volto del Verbo incarnato carne e, in lui, vede e accoglie ciascuno di noi come suoi figli. E sarà, davvero, un buon Natale!

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