Omelia dell’Arcivescovo nel giorno della solennità dell’Assunta

Omelia dell’Arcivescovo nel giorno della solennità dell’Assunta

Omelia dell’Arcivescovo nel giorno della solennità dell’Assunta

/
/
Omelia dell’Arcivescovo nel giorno della solennità dell’Assunta
Share on facebook
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on twitter
Share on facebook
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on twitter

Solennità dell’Assunta
Spoleto, 15 agosto, chiesa Cattedrale

 


 

«L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte» (1Cor 15,27). Le parole di Paolo, risuonate poc’anzi nella seconda lettura, ci aiutano a comprendere il significato della solennità che celebriamo: in Maria, assunta in cielo al termine della sua vita terrena, risplende la vittoria definitiva di Cristo sulla morte, entrata nel mondo a causa del peccato di Adamo. Affrontando, attraversando e vincendo la morte, Gesù ci ha riscattati dalla schiavitù del peccato e del male.

 

Nel trionfo della Vergine, la Chiesa contempla oggi Colei che il Padre ha scelto come vera Madre del suo Figlio unigenito, associandola intimamente al disegno salvifico della Redenzione. Guardando a lei – accolta dalle schiere degli angeli ed incoronata dal Padre, così come Filippo Lippi la rappresenta nello stupendo affresco del catino absidale della nostra Basilica Cattedrale – l’intera vicenda umana, frammista di luci e di ombre, si apre alla prospettiva dell’eterna beatitudine; se l’esperienza quotidiana ci fa toccare con mano quanto il pellegrinaggio terreno sia sotto il segno dell’incertezza e della lotta, la Vergine assunta nella gloria del Paradiso ci assicura che mai verrà meno il soccorso divino.

L’uomo moderno, forse più che nel passato, è preso da interessi e preoccupazioni materiali; cerca sicurezza e non di rado sperimenta solitudine e angoscia. Uno sguardo attento rileva nella società contemporanea un’attesa spasmodica di qualcosa che oltrepassi i limiti angusti della sfera sensibile della vita per aprirsi a prospettive esaltanti, capaci di assicurare alla vita stessa un senso vero e profondo.

E che dire poi dell’enigma della morte? L’assunzione di Maria è un evento che ci interessa da vicino proprio perché ogni uomo è destinato a morire. Ma per il credente la morte non è l’ultima parola; essa – ci assicura il mistero che stiamo celebrando – è transito verso la vita che non muore, è passaggio verso la beatitudine riservata a quanti operano per la verità e la giustizia e si sforzano di seguire Cristo.

Pertanto, dinanzi al mistero della morte, sorgente perenne di indagini, di tristezze e di paure, il discepolo del Crocifisso-Risorto non è nel buio, anzi, per essere in linea con la fede che professa, deve portare agli uomini una buona novella. Questo dovere di carità gli si impone oggi con maggiore urgenza, quando molti dei nostri contemporanei ignorano il messaggio di Cristo risuscitato e cercano di esorcizzare la paura della morte ricorrendo a quelle che san Paolo chiamava «vane filosofie» (cf 2Tm 2,14). Occorre rispondere ad alcuni permanenti interrogativi: esiste qualcosa al di là della morte? sussiste qualche cosa di noi stessi al termine del passaggio su questa terra? non sarà il nulla che ci attende? A nostro conforto risponde, ancora una volta, l’insegnamento della Chiesa che interpella e motiva la fede e la speranza: «Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna». Per cui «vivere in cielo è “essere con Cristo”. Gli eletti vivono “in lui”, ma conservando la loro vera identità, il loro proprio nome». Questi brani del Catechismo della Chiesa Cattolica (cf nn. 1020; 1025), che esprimono la fede, rimandano il credente ad affidarsi completamente all’amore di Dio, il quale mai si separerà da noi (cf Rm 8, 38-39). Perciò, scrive san Paolo: «Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui» (2Tm 2,11). Qui sta la novità radicale ed essenziale della vita e della morte cristiana.

Un’esistenza credente, se è vera, consapevole e consequenziale, è fondata sulla speranza evangelica di quello che verrà, cioè sulla certezza della vita eterna. Il cristiano non deve né dimenticare né minimizzare le parole del Risorto: «Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11,25). Credere che Cristo è risorto dai morti ed ora e nei secoli è, rimane e sarà “il Vivente” (cf Ap 1, 17b-18), oltre ad impegnarci nella vita di ogni giorno a rendere conto della speranza che è in noi (cf 1Pt 3,15), ci obbliga a testimoniare quanto abbiamo da Lui ricevuto per puro dono mediante la fede. Cristo è “il nostro futuro eterno”: da sempre la Chiesa, seppur con modi e mezzi diversi, proclama questa ferma speranza.

Al servizio e per l’annuncio della luce che la fede in Cristo risorto proietta su tutte le epoche e le situazioni della vita dell’uomo, si collocano e si comprendono i provvedimenti pastorali annunciati tempo fa e che oggi diventano effettivi. Sapete tutti infatti, cari fratelli e sorelle, che numerosi sacerdoti sono stati chiamati ad assumere una nuova responsabilità pastorale per il bene delle diverse comunità della nostra Archidiocesi. In questo contesto, anche la Basilica Cattedrale ritroverà la sua completa fisionomia parrocchiale, al servizio dei fedeli del centro storico. Alcuni altri sacerdoti, poi, per raggiunti limiti di età, lasceranno la guida diretta di una parrocchia: volendo manifestare la gratitudine e l’apprezzamento di tutta la nostra Chiesa diocesana per il lungo e generoso ministero, li ho ascritti al Capitolo Cattedrale, conferendo loro la dignità di Canonici onorari.

Se da una parte queste “operazioni” hanno generato qualche sofferenza e dispiacere per gli inevitabili distacchi che provocano – sofferenza e dispiacere che dicono in maniera eloquente quanto la gente voglia bene ai suoi preti e quanto i nostri preti sappiano “donare la vita” per il popolo loro affidato -, dall’altra, i movimenti che si realizzeranno nelle prossime settimane possono costituire un vero momento di grazia per le singole persone e per le comunità.

Innanzitutto perché permettono a tutti di fissare ancora una volta lo sguardo e il cuore su Cristo Gesù, l’unico che non cambia (cf Eb 13,8), l’unico vero pastore e custode delle nostre anime (cf 1Pt 2,25), al quale noi sacerdoti – mirabile e tremenda responsabilità – prestiamo la voce e i gesti mentre nei segni sacramentali rinnoviamo in suo nome il mistero della salvezza.

E poi perché il cambiamento, se vissuto nella prospettiva della risposta libera e disponibile ad una chiamata (cf Gen 12,1), suscita novità, risveglia energie inaspettate, mette in movimento la mente e cuore, permette di rinnovare stili e schemi pastorali. «Evangelizzare… è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, per essere il canale del dono della grazia», scriveva Paolo VI nel 1975 (cf Evangelii nuntiandi, n. 14). Le nostre parrocchie, costituite dalla comunità credente animata e servita da un presbitero, sono sul territorio la presenza reale e sperimentabile della Chiesa, e vogliono rispondere – pur con i limiti e le povertà che le contraddistinguono, ma anche con la luminosa testimonianza della loro fede e la generosità delle loro opere – a questo dovere e a questa missione irrinunciabile. Esse intendono essere il luogo nel quale si vive e si annuncia il Vangelo, come fermento di una umanità nuova, che abbia come fine il regno di Dio, come condizione la libertà dei suoi figli, come statuto il precetto dell’amore (cf Messale Romano, Prefazio comune VII).

Nella mia responsabilità di Padre e Pastore di questa Chiesa diocesana, mandato a pascere il gregge di Dio (cf 1Pt 5, 2-3) non per fare da padrone sulla sua fede ma per essere collaboratore della sua gioia (cf 2Cor 1,24), invito tutti a vivere questi eventi, che ad uno sguardo superficiale possono apparire come una semplice operazione di geografia o strategia ecclesiastica, come un dono del Signore che viene a visitare il suo popolo nella novità dello Spirito che continua ad animare e vivificare la Chiesa.

È questa Chiesa che si raccoglie oggi attorno alla Vergine Maria e a lei si affida fiduciosa, invocandola come “Porta del cielo”, “Regina degli angeli” e “Rifugio dei peccatori”. Per il credente e per ogni uomo e donna di buona volontà che cerca senso e meta non illusori ma definitivi, la festa di oggi è segno di sicura speranza e di un sicuro destino di gloria. Raccogliamone dunque l’insegnamento: la nostra vita di ogni giorno, pur segnata da prove e difficoltà, scorre come un fiume verso l’oceano divino, verso la pienezza della gioia e della pace; comprendiamo che il nostro morire non è la fine, ma l’ingresso nella vita che non conosce la morte; il nostro tramontare all’orizzonte di questo mondo è un risorgere all’aurora del mondo nuovo, del giorno eterno.

«D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1,48). Così esclama la Madre di Cristo nell’incontro con l’anziana parente Elisabetta. Il Vangelo poco fa ci ha riproposto il Magnificat, che la Chiesa canta ogni giorno. È la risposta della Madonna alle parole profetiche di santa Elisabetta: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,45). In Maria la promessa si fa realtà: beata è la Madre e beati saremo noi suoi figli se, come lei, ascolteremo e metteremo in pratica la parola del Signore.

Possa l’odierna solennità aprire il nostro cuore a questa superiore prospettiva dell’esistenza. Possa la Vergine, che oggi contempliamo risplendente alla destra del Figlio, aiutare tutti a vivere credendo «nel compimento della Parola del Signore». E così sia.

ultime pubblicazioni

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo.

ultime pubblicazioni

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo.

Seguici su Facebook