Omelia alla Messa Crismale, 13 aprile 2022

Omelia alla Messa Crismale, 13 aprile 2022

Omelia alla Messa Crismale, 13 aprile 2022

/
/
Omelia alla Messa Crismale, 13 aprile 2022
Share on facebook
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on twitter
Share on facebook
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on twitter

 

Omelia nella Messa Crismale

Spoleto, Basilica Cattedrale, 13 aprile 2022

Abbiamo appena ascoltato il testo che racconta l’inizio del ministero di Gesù a Nazareth. L’istantanea raccoglie Io sbocciare della sua missione, descrivendola con i tratti del profeta su cui rimane lo Spirito del Signore, consacrato con il profumo delI’unzione, mandato a proclamare “l’anno di grazia del Signore”: a questo anche noi siamo chiamati, per questo siamo mandati, come ci ricorda insistentemente Papa Francesco. E ben sappiamo che tutto il nostro camminare nel tempo, «fra le persecuzioni e le incomprensioni del mondo e le consolazioni di Dio» (S. Agostino, De Civ. Dei 18, 51, 2; PL 41, 614) costituisce questo “anno di grazia”.

I lunghi mesi della pandemia che abbiamo vissuto ci hanno rammentato che siamo tutti sulla stessa barca. Ed ora ci troviamo a dover affrontare “una nuova stagione”, dove sarà necessario e urgente ritrovare l’essenziale, cioè puntare con decisione sul nucleo della vita cristiana: annuncio, preghiera, comunione (cf At 2, 42). Sarebbe un grave errore ricominciare semplicemente come se dovessimo chiudere una parentesi. Perché le crisi servono anche per crescere e cambiare. L’esperienza ci sta insegnando infatti che, se vogliono avviare un profondo rinnovamento e una vera conversione della pastorale, le Pievanie non possono evitare la fatica di passare attraverso alcuni varchi per dare inizio a nuovi processi di vita e di evangelizzazione. Diversamente si ridurranno a gestire in modo più razionale e coordinato l’esistente, ma non promuoveranno un cambiamento di mentalità e di indirizzo (cf EG nn. 15. 27).

È un impegno che nasce anche dal Cammino Sinodale che stiamo compiendo con tutte le Chiese in Italia e dalla Visita Pastorale che sto realizzando alle diverse pievanie. Mentre rinnovo il ringraziamento ai sacerdoti e alle comunità che mi hanno riservato fin’ora un’accoglienza cordiale e fraterna, sento il dovere di riconoscere con voi i doni e i messaggi dello Spirito seminati dentro le tante esperienze che fioriscono e animano il popolo cristiano, di ascoltare la domanda più volte espressa di formazione alla vita interiore, di rinnovare l’impegno a concentrarci maggiormente sul nuovo che nasce piuttosto che sulla capacità di mantenere il più possibile il reticolo organizzativo costruito nel tempo. Per diventare ogni giorno una Chiesa capace di generare.

“Generare”: prima di essere un atto, è un dono, prima di essere un compito, è uno stile. Alcuni anni fa, un interessante studio affermava che per essere “generativi” occorre coltivare alcuni atteggiamenti, declinati in cinque verbi: desiderare, concepire, mettere al mondo, prendersi cura, lasciar andare[1]. Il sogno di una Chiesa generativa dovrà alimentarsi sempre di nuovo al ritmo di questi cinque atteggiamenti coltivati dentro di noi e nel presbiterio, anzi con tutte le nostre comunità e pievanie.

* desiderare, innanzitutto. È forse il punto su cui dobbiamo lasciarci toccare di più il cuore! Sentiamo l’esigenza di rimetterci continuamente in gioco, di non rassegnarci al quieto vivere? La situazione attuale ci richiede un passaggio decisivo nella forma di esercizio del ministero: da un sacerdote mediatore del sacro che si pensa come guida solitaria a un prete in un ordine presbiterale che non può pensarsi isolato, ma sempre inserito in uno stile di comunione e collaborazione. Perché il Vangelo lo si può dire solo insieme; perché il Vangelo è l’annuncio di una comunione donata da Dio che chiede di essere rappresentata da uomini e donne che la vivono per primi tra loro. «Dall’amore che avrete gli uni gli altri», ovvero dallo stile con cui lavorerete insieme, «tutti vi potranno riconoscere» (cf Gv 13, 35).

È sempre purtroppo attuale la divisione della comunità di Corinto biasimata dall’Apostolo, dove i battezzati parteggiavano chi per Paolo, chi per Apollo o per Cefa, chi per Cristo (cf 1 Cor 1, 12-13). Magari riuscivano a dar vita anche a belle iniziative, ma poi le avvelenavano con le loro discordie e finivano per allontanare, anziché attrarre. Le energie profuse nei reciproci attacchi sono sottratte all’annuncio del Vangelo e alla carità. La sanificazione delle relazioni comincia dalla lingua: più silenzio, più preghiera, più ascolto e servizio e meno mormorazioni, meno passione per le polemiche sterili e per gli sfoghi risentiti.

* concepire: questa seconda azione, come ogni umano concepimento, può essere frutto soltanto di un atto d’amore! Generare la Chiesa è un gesto di passione, di amore tenero e forte, di incontro che esige attesa vigile, pazienza, parola, silenzio, fedeltà quotidiana e seria. Si può concepire solo dentro un disegno comune, con il desiderio di costruire una storia insieme. Ad un certo punto – come nel cammino di una coppia – è necessario non rimanere eterni adolescenti, bisogna mettere al mondo la vita, far brillare la forza della Iuce perché vinca sulle tenebre. Se non vogliamo rimanere sterili, se al termine dei nostri giorni non si dovrà raccontare solo quante strutture abbiamo conservato o costruito ma quanta vita abbiamo sprigionato e liberato, allora è giunto il momento di concepire. Per generare bisogna parlare ciascuno la propria Iingua capendo quella deII’altro. Nessuno perde la sua identità, ma genera nuove storie di vita, apre orizzonti di speranza. Non possiamo trascurare il soffio dello Spirito che aleggia sul nostro tempo!

* mettere al mondo: è il miracolo della vita che nasce, è la gioia di una Chiesa che si Iascia toccare dal soffio di Dio. Auguro a ciascuno di voi di saper mantenere vivo il ricordo dei giorni in cui il ministero vi ha dato gioia profonda per aver trasmesso fiducia e speranza, quando avete donato la pace nel sacramento della Riconciliazione, asciugato qualche lacrima, riempito una casa della parola che rincuora, distribuito una carezza che consola, quando avete dato un pane ad un povero. “Mettere al mondo” è insegnare a “stare-al-mondo” e a “stare-nel-mondo”. Per questo la Chiesa non può rimanere rinchiusa in se stessa ma è naturalmente missionaria, inviata per immettere nella carne di ciascuno la forma della vita bella e affascinante, gioiosa e generosa del Risorto. Ricordiamolo: noi siamo amministratori e non creatori della vita, servi nel ministero e non padroni del gregge, membri del corpo del Signore e non dirigenti di una impresa della fede (cf 2 Cor 1, 24). Se non si può concepire da soli, anche per insegnare a “stare-al-mondo” io ho bisogno di te, il vescovo ha bisogno del suo presbitèrio, il parroco dei suoi confratelli e dei suoi collaboratori, i collaboratori di tutta la comunità. Insegnare a “stare-nel-mondo”, oggi, richiede l’armonia di molti, la passione di tutti, la sapienza degli anziani, la solidità degli adulti, la fresca energia dei giovani.

* prendersi cura: questa quarta azione fa la differenza. È il momento della fedeltà del ministero, di una generosità distesa nel tempo, perché non teme la prova, tiene in mano le emozioni, coltiva la retta intenzione e la libertà del cuore. Tutti dobbiamo imparare sempre di nuovo ad amare questa nostra Chiesa, e non solo il nostro orticello, ad amarla insieme, di un amore folle, senza calcoli meschini. “Prendersi cura” è la forma eminente della carità pastorale, è il cuore del pastore, è la gioia di una comunità che beve alla sorgente fresca e zampillante, è la grazia di una parrocchia che sprigiona attorno a sé fascino e bellezza. “Prendersi cura” è il luogo della maturità umana del prete, della sua crescita spirituale, della serenità del dono, della tenerezza delle relazioni. “Prendersi cura”, ancora, è ciò che vorremmo sentir dire di noi l’ultimo giorno, perché nel silenzio è stato il segreto di ogni giorno della nostra vita sacerdotale.

* infine, l’ultima azione è quella di “lasciar andare”. Generare vuol dire lasciar partire, scoccare, con l’arco della nostra carità, la freccia che entra nel futuro! La Chiesa «non è mia, non è nostra, ma è del Signore!», diceva Papa Benedetto XVI. Chi è pastore così, chi “Iascia andare”, genera vita cristiana e fecondità umana attorno a sé. È l’esperienza dei grandi santi della carità: non si sono messi al centro, ma sono stati “in mezzo” come chi serve (cf Lc 22, 27).  Servivano la carità di Dio e I’amore del prossimo. E così hanno affascinato altri allo stesso sogno e alla comune impresa: hanno visto che molti li seguivano, perché li avevano lasciati andare, li avevano educati non a seguire Ioro, ma il Signore.

Ogni anno la Messa del Crisma ci esorta a fare ritorno a quel “sì” alla chiamata di Dio che abbiamo pronunciato nel giorno della nostra ordinazione sacerdotale e che fra poco saremo invitati a rinnovare insieme. «Eccomi!», abbiamo detto allora come Isaia. Poi il Signore stesso, mediante il ministero del vescovo, ci ha imposto le mani e noi ci siamo donati alla sua missione. Preghiamo questa sera affinché quel “sì” venga sempre riacceso in noi, affinché venga sempre nuovamente nutrito alla fiamma viva del Vangelo.

Rinnoviamo ora, con il gaudio dello Spirito, l’azione eucaristica che riassume in sé tutto il nostro ministero sacerdotale. E mentre ripensiamo al passato e misuriamo il futuro; mentre condividiamo la gioia di quanti celebrano un anniversario di ordinazione: don Sebastiano Urumbil 25 anni, Mons. Eugenio Bartoli 50 anni, Mons. Oreste Baraffa 55 anni, P. Mario Di Quinzio, degli Agostiniani di Cascia, e P. Angelo De Sanctis, dei Passionisti della Madonna della Stella, 60 anni; mentre con gratitudine facciamo memoria di Mons. Giampiero Ceccarelli, di don Guerrino Conti, di p. Giorgio Giamberardini, dei Passionisti; mentre ci sentiamo uniti e solidali con tutto il popolo fedele; cantiamo a Cristo e per Cristo al Padre, nello Spirito Santo, il nostro cantico di lode, di riconoscenza, d’amore.

E si prolunghi questo cantico, forte e sereno, sicuro eppure trepidante, in tutti i passi del nostro cammino, finché si muti nell’esultanza piena del nostro incontro con Cristo, sacerdote vero ed eterno. «A lui, che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen» (Ap 1, 5-6).

[1] cf M. MAGATTI – C. GIACCARDI, Generativi di tutto il mondo unitevi!, Milano 2014

ultime pubblicazioni

ultime pubblicazioni

Seguici su Facebook

iscriviti alla newsletter dell’archidiocesi spoleto norcia

Rimani aggiornato sulle novità ed eventi importanti della nostra Diocesi.

stemma-archidiocesi-spoleto-norcia-bianco

archidiocesi spoleto norcia

© Archidiocesi di Spoleto-Norcia | Via Aurelio Saffi, 13 – 06049 Spoleto (PG)
Telefono: 0743.23101 | Fax: 0743.231036 | E-mail: segreteria@spoletonorcia.it

iscriviti alla newsletter dell’archidiocesi spoleto norcia

Rimani aggiornato sulle novità ed eventi importanti della nostra Diocesi.

stemma-archidiocesi-spoleto-norcia-bianco

archidiocesi
spoleto norcia

© Archidiocesi di Spoleto-Norcia | Via Aurelio Saffi, 13 – 06049 Spoleto (PG)
Telefono: 0743.23101 | Fax: 0743.231036 | E-mail: segreteria@spoletonorcia.it