Omelia nella festa di S. Ponziano, Duomo di Spoleto, 14 gennaio 2022

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Omelia nella festa di S. Ponziano, Duomo di Spoleto, 14 gennaio 2022

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Ad ogni ritorno del 14 gennaio – insieme con le Autorità civili e militari, che saluto e ringrazio per la loro presenza, e con tutta la città e la diocesi – ci è caro celebrare la memoria di Ponziano, un giovane ardente e generoso, che con il vigore di una fede limpida ha presieduto al configurarsi di questa comunità cristiana, segnando del suo nome la nostra vicenda e la nostra identità. Venerazione e affetto per lui dicono oggi i nostri riti. Ma non solo: dicono anche intensa gratitudine. Riconosciamo infatti che San Ponziano ha esercitato bene la funzione di patrono e di difensore che i nostri padri gli hanno affidato. Sotto la sua protezione la città ha attraversato nei secoli vicissitudini turbinose – raccolte nell’immagine sempre eloquente del terremoto – rimanendo viva e vivace. Per questo noi – pur con i problemi e le difficoltà (che sulla terra sono immancabili) e pur con le debolezze di pensiero e di comportamento che oggi affliggono non solo noi ma l’intera società – abbiamo di che rallegraci di essere spoletini.

Scrutando l’avventura umana e spirituale del giovane martire possiamo individuare le due coordinate essenziali della sua esistenza, che ancora oggi costituiscono esempio luminoso da seguire. La prima lo qualifica come discepolo del Signore, che ha detto: «Chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8, 35). Non a tutti è dato il martirio di sangue, è vero, però a tutti i suoi discepoli Gesù chiede di donare la vita per amore del Padre e la salvezza dell’umanità. È dunque una forma di martirio tutta l’esistenza del credente che si impegna a vincere ogni giorno il male con il bene, accettando su di sé con atto libero il male che c’è dentro e attorno all’uomo, per annientarlo con il fuoco dell’amore e del perdono. Tutti possiamo vivere così, attingendo nell’Eucaristia la forza e il nutrimento per fare della vita cristiana un dono per il mondo, con uno stile di accoglienza reciproca, di dialogo, di perdono, di collaborazione, di speranza, con i gesti di una ricca umanità. «Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti», ci ha appena ricordato San Paolo (Rom 12, 17-18). Alla scuola di Ponziano, torniamo dunque a testimoniare con coraggio il messaggio salvifico del Vangelo, capace, oggi come allora, di cambiare il male in bene, le tenebre in luce, la disperazione in fiducia, la violenza in pace, la morte in vita!

Il Covid-19 ci sta conducendo, forse anche nostro malgrado, ad affrontare le questioni fondamentali del perché della vita e della morte, del senso della sofferenza e della capacità di sopportarla, della gioia per la quale l’uomo è fatto, della sua sete di infinito e di bellezza, della sua libertà che va sempre coniugata con la responsabilità; si rilevano esigenze mai prima avvertite, bisogno di nuovi rapporti, ricerca di un fondamento sicuro, capace di dar senso a tutto. Ed è già un modo diverso di guardare a questi tempi, scoprendovi addirittura un contenuto positivo e provvidenziale.

Gli effetti della pandemia – che sembra non aver fine – vengono a confermare l’espressione ripetuta con insistenza nei mesi passati: «Nulla sarà più come prima», e dobbiamo riconoscere che il suo prolungarsi sta generando in noi profondi cambiamenti. Ma cambiare significa riflettere, con il pensiero e l’immaginazione affettiva, sull’esperienza fatta, ipotizzare comportamenti diversi e sceglierli, personalmente e come comunità. Ciò che accade fuori è l’occasione accidentale, ma non imprime la direzione di senso al cambiamento; cambiare è qualcosa che viene da dentro. Invece di ricominciare a vivere come prima, proviamo a dare significato a ciascuna delle cose che facciamo. Per non continuare a mentirci e a farci del male, ignorando le questioni che contano. Guardare le ferite che questo tempo ci ha procurato, riconoscerle negli altri, ci conduce alla reciprocità e alla fratellanza. Così, l’altro diventa un dono, oltre che una parte fondamentale della mia esistenza e del mio essere.

La seconda delle caratteristiche di Ponziano – peraltro già richiamata – è quella di Patrono di Spoleto, titolo di gloria e di impegno che i cittadini gli hanno attribuito. Mentre ci rallegriamo della sua protezione, esperimentata nel tempo e che oggi insieme ancora invochiamo contro un virus insidioso e maligno, non possiamo non considerare come al suo patrocinio debba corrispondere sia in campo civile che ecclesiale una rinnovata coscienza di comunità.

Se vogliamo dare un volto veramente umano al nostro con-vivere, dobbiamo sentirci e riconoscerci come una comunità di vita, capace di condividere valori, prospettive, diritti e doveri, capace di pensarsi dentro un futuro comune, da costruire insieme. Un tale percorso significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, pur se in diversa misura, protagonista del presente e del futuro di questa società.  Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri, consapevoli di ciò che ci unisce più di quanto ci divide, senza aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore il mondo. C’è bisogno di attenzione, di approfondimento continuo, di cercare e riconoscere il bene, di farlo durare e dargli spazio. Questo modo di procedere permette di avvedersi di molte buone pratiche, di fecondi scambi, dell’importanza della diversità, della presenza di menti e di cuori disponibili ad un impegno serio, lucido e generoso.

Lo stile di attenzione con cui la comunità si guarda intorno e si prende operosamente cura della vita delle persone e delle istituzioni, garantisce il terreno e l’atmosfera necessaria per riconoscere e far maturare i germogli di un “amore politico e sociale” (cf Lettera Enciclica “Fratelli tutti”, 180), superando le tristi schermaglie autoreferenziali, il consociativismo di comodo o, magari, perfino l’arroganza, l’opportunismo e l’ottusa demagogia.

Non si tratta di un ingenuo ideale, ma di un modo di porsi, da qualunque parte si stia dell’agone sociale. A tal proposito, Papa Francesco suggerisce una seria revisione di vita e dice: «Pensando al futuro, in certi giorni le domande devono essere: “A che scopo? Verso dove sto puntando realmente?”. Perché, dopo alcuni anni, riflettendo sul proprio passato, la domanda non sarà: “Quanti mi hanno approvato, quanti mi hanno votato, quanti hanno avuto un’immagine positiva di me?” ma “Quanto amore ho messo nel mio lavoro? Che impronta ho lasciato nella vita della società? Quali legami reali ho costruito? Quali forze positive ho liberato? Quanta pace sociale ho seminato? Che cosa ho prodotto nel posto che mi è stato affidato?”». Chi agisce onestamente ed ha di fronte a sé la prospettiva del bene comune, «ha la sicurezza che non va perduta nessuna delle sue opere svolte con amore, nessuna delle sue sincere preoccupazioni per gli altri, … nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola attraverso il mondo come una forza di vita” (cf ib.,197. 195). Diceva don Primo Mazzolari – e le sue parole rimangono pienamente attuali – che era tempo di attrezzarsi per metterci un poco alla volta all’opposizione. Ma precisava: non all’opposizione degli altri ma di noi stessi, delle nostre grettezze, dei nostri egoismi, se necessario anche delle nostre ambizioni.

In questo tempo non è lecito permettere all’apatia e alla rassegnazione di inchiodarci nella tristezza di una esistenza piatta; dobbiamo uscire dal torpore e dal miope ripiegamento sul proprio particolare e ritrovare il gusto di guardare in avanti, la voglia di avere un futuro, l’energia necessaria a costruire per le generazioni che verranno una società più vivace, più pronta a comprendere il senso ultimo delle cose, in grado rispettare e di esaltare i veri valori dell’esistenza.

San Ponziano, difensore della nostra città e della nostra diocesi, ci sorregga nell’impresa e venga con la sua protezione e la testimonianza della sua vita ad accompagnare il nostro cammino. E preghi per noi!

 

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