Notte di Natale 2011

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Natale del Signore 2011
Santa Messa nella Notte – Basilica Cattedrale, 24 dicembre

 

Ancora una volta, questa notte, il Natale ritorna a noi con la consolazione del suo messaggio di speranza, con il fascino dei sentimenti di bontà e di pace che suscita, con l’incanto della sua atmosfera serena.

 La “grande gioia” annunciata a Betlemme dall’angelo, di cui ci ha parlato il Vangelo, è l’entusiasmo per la porta del cielo che si è finalmente disserrata e per l’umanità che ha potuto accogliere il suo Salvatore. Lunghi secoli avevano implorato quel momento. Tutte le genti avevano almeno inconsciamente anelato a un ingresso di Dio nell’oscura e dolorante vicenda umana: un ingresso che riuscisse a dissipare le nebbie degli errori e dei dubbi, a sciogliere le durezze e le malignità dei cuori, a ridare senso e destino a un’esistenza che troppo spesso appare senza valore e senza traguardo. I secoli e le genti attendevano impazienti una manifestazione del Creatore: «O se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Is 63, 19), aveva sospirato il profeta.

Ed ecco che i cieli si dischiudono davvero, nel silenzio notturno di una campagna palestinese. Si dischiudono su una stalla e nasce un bambino. Il Signore è sempre sorprendente e imprevedibile nelle sue iniziative. Anche Isaia – l’abbiamo ascoltato – nel suo grido preannunziatore sembra far vibrare tutta la sua meraviglia: «Un bambino è nato per noi…e sulle sue spalle è il segno della sovranità» (cf Is 9, 5).

 

Dio ha congiunto alla fragilità di un bambino la potenza del suo Regno e l’infinità della sua misericordia. In questo bambino, che è l’Unigenito del Padre, uguale e consostanziale a lui e allo Spirito Santo, Dio è con noi, Dio si è fatto uno di noi, Dio è per noi.

 

Per noi, e specialmente per i più miseri e sventurati. Il Verbo eterno nasce nel tempo e quasi si confonde nella folla delle creature effimere e sottomesse alla sofferenza; dalle altezze divine scende a livello degli umili; si spoglia della potenza e della gloria che da sempre possiede e si fa compagno e fratello di coloro che al mondo non contano e non hanno fortuna.

 

Dopo che la porta del cielo si è aperta per donarci il Signore della verità e della vita, è necessario che ad accoglierlo si apra anche la porta del nostro cuore. La salvezza è discesa dall’alto perché da soli non potevamo salvarci: da soli possiamo solo respingerla. C’è nell’uomo la tragica libertà di dire di no al Dio che è venuto per lui.

 

Se ci ripieghiamo su noi stessi e sul nostro egoistico tornaconto, noi voltiamo le spalle al Salvatore. Per trovarlo bisogna fare come i pastori e i magi: andare a cercarlo con fede semplice e generoso spirito di solidarietà presso coloro con i quali egli si è messo. Andiamo verso gli umili, perché più non siano umiliati. Andiamo verso coloro che soffrono per la giustizia, così da contribuire per quel che possiamo a che un po’ di giustizia sia fatta. Andiamo verso i malati e gli infelici, perché si sentano un po’ meno abbandonati. In questo momento particolare, non manchino la solidarietà e la condivisione con quanti, singoli e famiglie, devono affrontare il peso della crisi e guardano con incertezza e preoccupazione al presente e al futuro.

 

Nella prima lettura abbiamo udito il grido del profeta, che già prevedeva questa ora di gioia: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9, 1). È la luce della verità, che è venuta a rivelarci la nostra origine e la nostra mèta. È la luce che ci offre l’unica risposta plausibile alle questioni sostanziali, che fatalmente fioriscono nell’animo di chi non rinuncia a pensare: senza questa risposta, l’uomo non può serenamente, da creatura ragionevole, né vivere né guardare in faccia alla morte.

 

La pagina del vangelo di Luca, che ci affascina con la sua umanissima semplicità, ha però una pungente nota di tristezza quando dice a proposito di Maria e del nascituro: «Non c’era posto per loro» (Lc 2, 7). L’albergatore di Betlemme aveva trovato posto per tutti, tranne che per il suo Salvatore e Signore.

 

Non càpiti anche a noi di fare altrettanto: di lasciare che la mente, il cuore, la coscienza si ingombrino di mille pensieri senza sapienza, di mille desideri senza nobiltà e senza rettitudine, di mille preoccupazioni effimere e vane. In tal caso, c’è il rischio che Colui che viene e picchia alla nostra porta interiore non trovi più spazio nella nostra intelligenza, nel nostro cuore, nella nostra vita.

 


Nel Natale brillano di una luce più calda e più emozionante le dolci parole che Gesù rivolge a ciascuno di noi dal libro misterioso e splendente dell’Apocalisse: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui; e a tu per tu noi ceneremo insieme» (cf Ap 3, 20).

 

Se sapremo aprire la nostra porta, sarà davvero un buon Natale. È l’augurio e la preghiera che il Vescovo di questa Chiesa depone per tutti voi sull’Altare del Signore.

 

 

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