Giorno di Natale 2011

Giorno di Natale 2011

Giorno di Natale 2011

/
/
Giorno di Natale 2011
Share on facebook
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on twitter
Share on facebook
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on twitter
Natale del Signore 2011
Santa Messa del Giorno – Basilica Cattedrale, 25 dicembre

 

«Prorompete in canti di gioia» (Is 52, 9), ci ha detto il profeta nel­la prima lettura. Nonostante il momento delicato che stia­mo vivendo, la società continua ad ob­bedire a questo antico invito e con lo sfolgorìo di mille luci, con la consuetudine de­gli auguri e dei regali, con gli appuntamenti festosi delle fami­glie e delle amicizie, molti­pli­ca in questi giorni i segni di una esuberante allegrezza.

È la connotazione più simpatica del Natale e trae la sua ori­gi­ne dal messaggio che all’improvviso il cielo ha regalato alla ter­ra. «Ecco vi annunzio una grande gioia» (Lc 2, 10), ha pro­cla­mato l’angelo ai pastori ignari e stupefatti che come tutte le notti vigilavano i loro greggi. E subito il giubilo irrompe da una «moltitudine di schiere celesti», che lodano il Signore e in­vocano pace per gli uomini che egli ama (cf Lc 2, 3-14).

 

«Prorompete in canti di gioia, rovine di Gerusalemme» (Is  2, 9). Nella parola di Dio Gerusalemme è spesso la raffigura­zio­ne e la cifra dell’umanità intera. Gli spettacoli che sono sotto i nostri occhi e i guai di cui facciamo quotidiana esperienza ci inducono a pensare che  l’imma­gi­ne della “rovina” non sia del tutto incongrua alla società di oggi e alla nostra stessa esi­stenza.

 

Le “rovine” sono gravi e molteplici: le guerre e le guerriglie non finiscono mai ed insan­gui­nano anche la terra di Gesù; la miseria e la fame atta­na­gliano ancora una gran parte della famiglia umana; i crimini commessi quotidianamente sul­le no­stre strade; il dilagare della droga; il rifiuto ed ora anche l’ag­gres­sione nei confronti di chi è diverso per provenienza, razza, cultura o religione; le disgregazioni familiari che penalizzano irreparabilmente i figli innocenti; l’uccisione della vita nel grembo mater­no, addirittura legalizzata e pubblicamente fi­nanziata; l’innocenza dei minori atrocemente violata. A tutto ciò si aggiunge la preoccupante crisi economica e finanziaria che attanaglia l’Europa e fa sentire le sue gravi conseguenze anche qui da noi. Il mio pensiero solidale e preoccupato si di­ri­ge in modo particolare a quelle famiglie che oggi celebrano il Natale con sofferenza e trepidazione: il posto di lavoro per­du­to o a rischio, lo stipendio mensile che non arriva, nuovi e pe­santi sacrifici economici da affrontare, un futuro che si deli­nea incerto e minacciato. Come ha scritto ieri il Cardinal Ba­gna­sco, Presidente della CEI: «Forse, nel tempo, l’umanità non ha visto abbastanza, o forse non ha voluto guardare, ma una grande mutazione era in atto. Avrebbe costretto a rive­de­re gli stili di vita e, prima ancora, di lavoro, di fare econo­mia e, soprattutto, finanza».

 

Questa, delle «rovine di Gerusalemme», è una triste litania che potrebbe a lungo conti­nua­re; e ci induce a domandarci: come è possibile in questo sfacelo dare spazio alla “gioia” an­nun­ziata dall’angelo?

 

Anche dall’intimo del nostro cuore non ci vengono voci più con­fortanti. Troppo spesso por­tiamo dentro di noi un fardello di amarezze che ci rende stanchi e delusi. Ci affligge la fatica del vivere, la paura del futuro, la mancanza di motivazioni for­ti e di prospettiva e si spegne la speranza. ­­Assorbiti dall’in­gra­naggio del produttivismo e del consumismo, avvertiamo l’in­soddisfazione propria di chi non si prospetta più nessun ideale. Siamo frustrati talvolta dai cambiamenti troppo rapidi e disorientanti, talvolta invece da un immobilismo delle ingiu­stizie che ci impedisce di pensare che le cose possano mi­glio­rare.

 

Il guardare in faccia la nostra situazione non vuole guastare la serenità natalizia ma piuttosto conferire ancora maggiore rilievo al dono che ci è venuto dall’alto; quel dono che ci con­sen­te di lasciarci conquistare dall’entusiasmo del profeta che ha detto a tutte le nostre miserie: «Prorompete in canti di gio­ia, rovine di Gerusalemme, per­ché il Signore ha consolato il suo popolo» (Is 52, 9).

 

La gioia esiste e, ci ha detto l’angelo, è alla portata di tutti: «Vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2, 10). La gioia esiste ed è offerta a chiunque la cerca con cuo­re sincero. La gioia esiste, e ce l’ha recata dal cielo il Fi­glio eterno di Dio. Questa è la so­stanziale “verità” del Natale.

 

Il segno per riconoscerla è inaspettato e sconcertante, come sono di solito le iniziative di salvezza di Colui che ha chiarito di sé: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55, 8). «Questo è per voi il segno: – ha in­dicato ai pastori il mes­sag­gero di Dio – troverete un bambi­no avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2, 12).

 

Un bambino! Vale a dire, quanto di più debole, di più fragile, di più indifeso ci è dato di im­ma­ginare. Ma sta scritto: «Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti» (1 Cor 1, 27). Quel bambino rende presente tra le nostre preoc­cu­pazioni e i nostri disagi l’ineffabile sorriso di Dio, che è ca­pa­ce di fugare e di vincere ogni ragione di sfiducia e di abbattimento.

 

Sulla distesa della vicenda umana – così monoto­na e così ri­pe­titiva di sciagure e di colpe – finalmente è apparso qual­co­sa di diverso e di nuovo: il bambino che duemila an­ni fa è na­to a Betlemme è quasi il fiore che buca la neve e sboccia sul gelo, ini­zio di una primavera inarrestabile che alla fine ringio­va­nirà il volto della terra e trasfor­me­rà in giardino di letizia il de­serto delle nostre tristezze.

Ci chiediamo: come si fa a entrare nella realtà di rinnova­men­to e di gioia offerti a tutti dall’evento che celebriamo og­gi? La risposta sta nella pagina luminosa del vangelo ­di Gio­vanni, che abbiamo ascoltato: «A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diven­ta­re figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali da Dio sono stati generati» (Gv 1, 12-13). Ac­co­gliere nella fede coerente ed operosa il Signore Gesù; ac­co­glierlo non come uno dei grandi uomini, uno dei maestri di religiosità e di morale, una delle possibili guide nei molte­pli­ci per­corsi spirituali, ma come l’unico e necessario Salvatore di tut­ti, come «la luce vera che illumina ogni uomo» (Gv 1, 9), co­me il Verbo che «si fece carne e venne ad abitare in mez­zo a noi» (Gv 1, 14). Questo è l’inizio della nostra risurrezione da tut­te le possibili “rovi­ne”, è «la vittoria che ha sconfitto il mon­do» (1 Gv  5, 4), la sola strada della rinascita nostra e dell’inte­ra umanità.

 

Questo Natale può cambiare davvero la nostra vita, se lo vo­glia­mo. Non siamo riuniti in Duomo solo per commemorare un evento del passato, non celebriamo il Natale solo perché spin­ti da sentimenti di commozione e di tenerezza suscitati in noi dal Bambino. Noi viviamo il Natale se ci lasciamo coin­vol­gere dall’annuncio di Betlemme a livello personale, socia­le, religioso. Personale, vivendo la vita con sobrietà, ridimen­sio­nando i nostri desideri di avere e di soddisfare il nostro egoi­smo; a livello sociale, ricercando la giustizia nei rapporti con gli altri e preoccupandoci del loro bene; a livello religioso, dando lode e gloria a Dio e servendolo in umiltà e letizia. So­lo così il nostro Natale sarà veramente “buono”.

 

Buon Natale a tutti voi – allora -, alle vostre famiglie, ai vostri ca­ri; buon Natale alla nostra città, alla nostra diocesi, al no­stro Paese, a tutti gli uomini e donne di buona volontà. «Glo­ria a Dio e pace sulla terra».

ultime pubblicazioni

ultime pubblicazioni

Seguici su Facebook