Omelia riapertura cappelle

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Riapertura al culto delle Cappelle del Santissimo Sacramento e della Santissima Icone
Spoleto, domenica 9 ottobre 2011, Basilica Cattedrale

 

Un grande annuncio di speranza e di gioia attraversa la liturgia della Parola di questa domenica: è un messaggio di consolazione di Dio al suo popolo, là dove il profeta Isaia afferma che Dio toglierà il velo di lutto, farà sparire la morte, asciugherà ogni lacrima. La storia e la letteratura di tutti i popoli è piena di queste im­pennate di speranza che conducono, specialmente in momenti di grande calamità, a vagheggiare un futuro meraviglioso. Così l’uomo, ferito e deluso da profeti dell’utopia e da abili venditori di illusioni preoccupati di tante cose fuorché del bene comune, sogna un mondo migliore dove la giustizia, il progresso, la tranquillità non siano appannaggio di alcuni ma ricchezza di tutti. E altrettanto spesso esperimenta frustrazione e scoraggiamento.

Che cosa distingue le promesse del profeta biblico da quelle analoghe dei profeti di oggi? Il fatto che, a differenza di queste ultime, le promesse di Dio si realizzano in un evento preciso: la venuta di suo Figlio Gesù come redentore e salvatore dell’umanità. Egli – dirà san Paolo – è il “sì” di Dio a tutte le sue promesse (cf 2 Cor 1, 19-20).  La sua nascita tra gli uomini è, infatti, il suo matrimonio con la natura umana; da qui prende le mosse l’esistenza del Regno.

 

Nella pagina evangelica che abbiamo ascoltato Gesù raccon­ta di una festa di nozze con diversi invitati. Il Regno dei cieli è il festino di nozze; Gesù ne è lo sposo; Dio Padre, il re della parabola, l’autore e l’origine dell’interro progetto. In tutte le civiltà il banchetto è se­gno di amicizia e di dialogo. Nella Bibbia, esso è anche segno di salvezza, di intimità e comunione con Dio nella gioia di appartenere al suo popolo. Il Signore prepara un banchetto succulento a cui sono chiamati a partecipare indistintamente tutti i popoli della terra, a condizione che gli invitati superino le miserie umane, perché Iddio li pone sotto la sua guida ed apre per loro un orizzonte di felicità.

 

Ogni celebrazione eucaristica è come un banchetto festoso, durante il quale si esperimenta la gioia del mangiare insieme e dell’incontrare coloro che – come noi e con noi – sono stati invi­tati. Ci invita lo stesso Signore che prepara con grande cura le vivande e i posti a tavola: è un permanente matrimonio tra lo Sposo e la Sposa, tra il Signore e la sua Chiesa. Allora si avvera quanto Pietro descrive nella sua prima lettera: stringendoci a Cristo, pietra viva, anche noi veniamo impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio (cf 1 Pt 2, 4-5). Il nostro essere e diventare Chiesa si realizza nel mistero della liturgia, che ci vede riuniti insieme, di domenica in domenica, per fare viva memoria del sacrificio di Cristo, che purifica le nostre colpe e quelle dell’umanità intera, generando riconciliazione e pace.

 

“Luogo materiale” in cui ciò avviene è il tempio fatto di pietre, casa di Dio tra le case degli uomini, che accoglie la comunità cristiana per l’ascolto della Parola e la celebrazione dei Sacramenti. Questa sera ci ritroviamo qui per rendere grazie al Signore e restituire al culto le due preziose cappelle del SS.mo Sacramento e della SS.ma Icone, dopo i lavori di restauro che le hanno riportate alla loro originaria bellezza, testimonianza della fede degli spoletini capace di ispirare e di realizzare opere di grande valore artistico e storico. La cappella del Sacramento ritroverà così, dopo tanti anni, il suo ruolo originario di Custodia Eucaristica e vi si celebrerà quotidianamente la Santa Messa. Quella della SS.ma Icone, “cuore mariano” della nostra città, tornerà ad accogliere quanti vogliono affidare alla Madre comune gioie e dolori, fatiche e speranze. La Confraternita, che ne porta il nome e alla quale da questa sera vogliamo dare nuova vita aprendola ai fedeli della città e dell’Archidiocesi, si impegna a custodire la cappella con amore e riconosce in essa il suo ideale riferimento.

 

Anche lo stupendo Crocifisso di Alberto Sozio ha ricevuto nuova e più dignitosa collocazione e viene ora esposto in maniera adeguata non solo all’ammirazione dei numerosi turisti ma, specialmente, alla devozione dei fedeli. Alla torre campanaria, infine, sono state restituite la bellezza e la maestosità con le quali da secoli domina la piazza e si presenta come un indice puntato verso il cielo.

 

Desidero farmi voce della città e della diocesi per rendere omaggio ed esprimere vivissima gratitudine a tutti coloro che in questi due anni, ai diversi livelli – Autorità regionali e locali, Direzione regionale dei beni storico-artistici, Sovrintendenze, Restauratori, Imprese edili – si sono spesi con competenza, passione e generosità per rendere sempre più bella e ricca que­sta Basilica Cattedrale. Molti di loro sono qui presenti e li ringrazio. In attesa di poter godere, in un futuro che speriamo non lontano, del restauro del pavimento cosmatesco e del nuovo assetto dell’area presbiterale – altare, ambone e cattedra episcopale – rispondente alle disposizioni liturgiche e correttamente funzionale, i lavori che oggi inauguriamo vengono ad arricchire il patrimonio religioso e culturale del nostro Duomo e della nostra città.

 

Ma torniamo alla pagina evangelica. La visione esaltante che ci vede assisi alla stessa tavola di Dio come suoi commensali e amici dello sposo è offuscata da una nube: il rifiuto degli invitati. Nella parabola si alludeva alla chiusura opposta dal popolo ebraico alla persona di Gesù e al suo messaggio. Essi, che erano i primi, divengono gli ultimi; altri prenderanno il loro posto. Noi siamo quella seconda ondata di invitati, cercata nei crocicchi delle strade, fatta di buoni e cattivi; Luca dice di ciechi, storpi e zop­pi (cf 14, 16-24). Che sarà di noi?

 

Anche per noi la parabola contiene un grande avvertimento. Tra i nuovi invitati ce n’era uno sprovvisto dell’abito della festa; uno, cioè, che si trovava lì per caso, il cui cuore e i cui pensieri erano altrove: un opportunista, diremmo oggi, oppure un parassita. Appena entrato nella sala, il padrone lo nota: «Amico, perché sei qui?».

 

Durante la nostra esistenza siamo invitati tutti a partecipare delle nozze tra lo Sposo e la Sposa, all’incontro d’amore tra Cristo e la sua Chiesa. Ma per restare in questa relazione di gioia per le nozze è necessario, prima di tutto, non anteporre nulla all’invito accampando delle scuse come i primi invitati e, in secondo luogo, bisogna acquistare la dignità dei partecipanti. Non è sufficiente aderire alla chiamata se poi questa non si traduce in scelte di vita coerente con le esigenze evangeliche. Il fatto che gratuitamente siamo invitati al banchetto del Signore non significa che possiamo entrare come degli straccioni o che possiamo comportarci senza nessuna educazione. Al contrario, dobbiamo procurarci il vestito più bello per partecipare degnamente alle nozze.

 

«Amico, perché sei qui?». Questa domanda è rivolta a ciascuno di noi che ci troviamo adesso nella grande sala nuziale che è la Chiesa, per il banchetto che è l’Eucaristia. Ci costringe a rientrare in noi stessi e a chiederci se non siamo anche noi qui senza veste, se non siamo qui per caso, per abitudine, senza prendere parte e interesse a ciò che si svolge; se non siamo anche noi con il cuore assente e la mente persa dietro al proprio campo e ai propri affari.

 

San Paolo esortava i primi cristiani ad esaminarsi attenta­men­te prima di mangiare di questo pane (cf 1 Cor 11, 28). Ciò che è in questione non è solo il nostro essere qui, il perché siamo venuti a Messa, ma è anche, più radicalmente, il nostro essere cristiani. È venuta l’ora, ancora una volta, in cui quelli che adorano Dio lo devono adorare in spirito e verità, come diceva Gesù alla samaritana (cf Gv 4, 23), cioè interiormente e con atteggiamenti ed opere concrete, non per tradizione, per consuetudine o a parole. Questo voleva dire il Signore con l’immagine utilizzata: indossare la veste nuziale significa rivestirsi di opere evangeliche, di quel manto di buona volontà e carità che possa ricoprire la nudità della nostra natura. «Di tali adoratori Dio ha bisogno»: di quelli cioè che ascoltano la sua parola e la mettono in pratica ogni giorno.

 

Siamo noi di questi? In ogni caso, la parola di Dio ci invita a diventarlo; ci dice che possiamo diventarlo. Cristiani veri, convinti, felici di esserlo. Da soli non ci riusciremo. Ma «il Signore è il mio pastore; non manco di nulla», abbiamo cantato nel salmo responsoriale, perciò i mezzi sono a nostra disposizione. Dipende da noi utilizzarli con sapienza.

 

A Gesù, buon pastore e sposo della parabola, stiamo ora per ac­costarci nella liturgia eucaristica: ci preceda e ci accompagni la sua grazia ed il suo Spirito ci rivesta della veste nuziale, affinché possiamo trarre dal banchetto che celebriamo ispirazione, forza e speranza per la nostra vita.

 

Così sia.

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