Messa Crismale

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Messa crismale
Spoleto, chiesa cattedrale, 31 marzo 2010


Cari fratelli nel sacerdozio, stiamo vivendo questa sera uno dei momenti più significativi efecondi nella vita della diocesi. Riuniti attorno al Vescovo (che non senza particolare commozione celebra per la prima volta la Messa Crismale) e che ha in sé – peso formidabile e grazia ineffabile – la pienezza del sacerdozio, noi ci accingiamo non soltanto a celebrare insieme l’Eucarestia, nel cui mistero si compagina e si regge la santa Chiesa di Dio (cf LG 11), ma anche a ricostituire, nella sua fonte, tutto l’organismo sacramentale, che dall’Eucarestia promana e ad essa conduce. La Chiesa di Spoleto- Norcia vivrà per tutto l’anno del frutto di questa liturgia solenne: l’olio dei catecumeni segnerà quanti ricevono il Battesimo; l’olio degli infermi ungerà i malati ed i sofferenti per invocare su di essi forza e consolazione; il Crisma consacrerà il cristiano nei sacramenti del Battesimo, della Confermazione e del Sacerdozio.

Siamo qui tutti insieme, preti di questa santa Chiesa spoletana- nursina: voi che da 25 anni (don Vito Stramaccia e p. Ciro Musiello, agostiniano), da 50 (p. Virgilio Alfonsi, passio nista, e p. Arsenio Sampalmieri, cappuccino), da 60 (don Dario Dell’Orso, don Baldassarre Ferroni, don Sante Quintiliani, p. Bernardo Ceccarelli, dei Frati Minori, p. Remo Piccolomini, agostiniano, insieme con don Armando Petrelli), da 65 anni (don Aldo Giovannelli, don Salvatore Leonardi, don Eusebio Severini) salite l’Altare del Signore e ne discendete, umili e grandi, poveri eppure ricchissimi, «dispensatori dei misteri di Dio» (1 Cor 4,1).  Voi venite qui questa sera a ritemprare il carisma sacerdotale che vi fu dato con l’imposizione delle mani; siete qui a ricevere il grazie del Vescovo e della diocesi per il vostro diuturno servizio sacramentale; siete stati qui invitati per questo incontro con Dio che rinnova, oggi più che mai, la vostra giovinezza e vi rende ancora e sempre utili e preziosi a tutta la nostra Archidiocesi.

Ci sono poi gli altri sacerdoti presenti sul territorio dove, per il loro ministero, la storia profana si fa storia sacra – historia salutis – e il divino irrompe nell’umano per salvarlo e santificarlo. Tutti insieme facciamo memoria del dono incommensurabile del sacerdozio di Cristo che ci è stato gratuitamente elargito, divenendo la nostra unica personale ricchezza, il nostro unico motivo di vivere e di operare.

Oggi siamo qui per un appuntamento obbligato, per una sosta vivificante, per un ripensamento di sintesi e per un ristoro di energie spirituali lungo il cammino, che è anche il cammino della Chiesa di Dio. Certo, siamo tanto diversi dal giorno in cui ricevemmo l’imposizione delle mani; ma siamo anche tanto uguali a quel giorno, ed ancora tanto capaci, per la forza dello Spirito, di rinnovare il fervore di quell’ora decisiva della nostra vita.

Le parole profetiche del vangelo odierno risuonano ai nostri orecchi e al nostro cuore come un monito struggente e incalzante, forse anche come un rimprovero che fruga dolorosamente in tutte le pieghe del nostro passato; ma esse costituiscono anche come una lieta e rinnovatrice certezza, perché configurano in profondità tutto il nostro carisma sacerdotale e ne delineano lo sviluppo esistenziale e concreto, nell’oggi e nel domani: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18-19).

La nostra consacrazione è la stessa consacrazione di Gesù: ne è una partecipazione. La nostra missione è la stessa missione di Gesù, «che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo» (Gv 10, 36): mandati al mondo per annunziare la buona novella. La nostra consacrazione ci destina a Dio con tutto il nostro essere e col nostro esistere; ci radica in lui, sorgente di ogni vita; ci fa suoi servi, per vivere al suo cospetto nella carità (cf 4);  ci   mette  in   contatto   con  Cristo, disponibili Ef 1, miracolosamente al suo sacerdozio, unico ed eterno; ci fa suoi amici, destinati ad una intimità con lui che ci qualifica, ci assorbe e ci impegna: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15, 15).

La nostra missione ci destina invece agli uomini; ci invia al mondo, nel mondo, per il mondo. Ci vuole tra gli uomini, per servirli poveramente e gioiosamente, per annunciare loro la buona novella. Missione esaltante ed esigente, che non si esercita nella potenza ma nella debolezza, non nell’orgoglio ma nell’umiltà, non nel dominio ma nel servizio. «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi è tra voi il più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve» (Lc 22, 25-26). Questa è la nostra missione, che ci fa servi di Dio e servi degli uomini. A somiglianza dell’apostolo Paolo essa dovrà farci considerare «come sconosciuti, eppure notissimi; come moribondi, e invece viviamo; come puniti, ma non uccisi; come afflitti, ma sempre lieti; come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!» (2 Cor 6, 9-10). Essa dovrà darci ancora la trasparenza stessa di Gesù e segnare nel mondo la misteriosa presenza di lui, mite ed umile di cuore, che vive in mezzo agli uomini «come colui che serve» (cf Lc 22, 27). Ecco la nostra fisionomia e la nostra condizione: umana e soprannaturale, interiore ed esterna, altissima ed umilissima. Come quella di Gesù.

La contemplazione adorante, il tempo della preghiera, umile riconoscimento della trascendenza di Dio; l’intimità con Gesù, unico vero amico di tutti i nostri giorni; l’accettazione consapevole del suo amore di elezione per noi, misterioso e implacabile, devono costituire il tessuto di fondo della nostra esistenza, la ragione del nostro vivere, patire, gioire. Senza questa dimensione interiore, la nostra attività diventa attivismo inane e inquieto; il nostro zelo un umanesimo ridicolo e piccolo in mezzo ai giganti della promozione sociale.

Non vi è posto in noi per una pur parziale “secolarizzazione”. Se per recuperare l’uomo perdessimo Dio, finirebbe la nostra stessa missione, anzi la nostra stessa vita si vanificherebbe in un nulla risibile e amaro. Ce lo ha ricordato ancora qualche giorno fa il Santo Padre, dicendo: «Gli uomini e le donne del nostro tempo ci chiedono soltanto di essere fino in fondo sacerdoti e nient’altro. I fedeli laici troveranno in tante altre persone ciò di cui umanamente hanno bisogno, ma solo nel sacerdote potranno trovare quella Parola di Dio che deve essere sempre sulle sue labbra; la misericordia del Padre, abbondantemente e gratuitamente elargita nel sacramento della Riconciliazione; il pane di vita nuova, vero cibo dato agli uomini» (Al Convegno teologico internazionale “Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”, 12 marzo 2010).

Ma se la nostra consacrazione ci radica in Dio e ci vota al suo servizio, la nostra missione ci spinge fra gli uomini e le donne del nostro tempo. Questi uomini e queste donne, testimoni della vita quotidiana dei loro preti, sono qui questa sera. Ed io vi ringrazio vivamente, carissimi fratelli e sorelle, che avete risposto così numerosi al mio invito a convenire nella nostra splendida Basilica Cattedrale per un corale attestato di affetto, stima e gratitudine verso tutti i sacerdoti, diocesani e religiosi, che operano nella nostra Chiesa locale.

Mentre attorno a noi dolorose infedeltà generano gravi turbamenti nella stima del ministero sacerdotale e da qualche parte sembra si voglia disfare col fango l’immagine stessa del sacerdozio, nella preghiera e nell’azione di grazie noi vogliamo invece rendere omaggio ai “nostri preti” e tutti quei preti che con umile e costante dedizione offrono a tutti la testimonianza di una vita donata senza riserve nella riproposizione quotidiana delle parole e dei gesti di Gesù, cercando di aderire a Lui con i pensieri, la volontà, i sentimenti e lo stile di tutta la loro esistenza. Tutti siamo testimoni delle loro fatiche apostoliche, del loro servizio infaticabile e nascosto, della loro carità; tutti ammiriamo la fedeltà coraggiosa di tanti sacerdoti che, pur tra difficoltà e incomprensioni, restano fedeli alla loro vocazione di “amici di Cristo”, da Lui chiamati, prescelti e inviati (cf Benedetto XVI, Lettera per l’indizione di un anno sacerdotale).

A voi, cari fratelli e sorelle, il Vescovo chiede di continuare a sostenere con la preghiera, l’amicizia e la collaborazione generosa la vita e il ministero dei vostri sacerdoti. Non permettete che qualche povertà offuschi lo splendore di tutta una vita donata nell’amore e nel servizio, con la quale essi desiderano indicare la strada che conduce al Signore Gesù Cristo, Redentore e Salvatore dell’uomo, non per far da padroni sulla vostra fede, ma per essere i collaboratori della vostra gioia (cf 2 Cor 1, 24). Riascoltiamo insieme le parole del Santo Curato d’Ars: «Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il tesoro più grande che il buon Dio può dare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della divina misericordia».

Per questo continuiamo a pregare affinché molti dei nostri giovani accettino di rispondere alla chiamata di Cristo, che non smette di voler far crescere il numero dei suoi apostoli per mietere i suoi campi (cf Mt 9, 36-38). Ed io vi ringrazio cordialmente per la vostra partecipazione sempre numerosa e attenta all’appuntamento del primo sabato del mese presso il Santuario della Madonna della Stella.

In questo anno sacerdotale, permettete che il Vescovo si faccia voce di tutti voi per rivolgersi a nome vostro ai preti raccolti attorno a questo altare: vi ringraziamo, padri e fratelli, per il peso che portate con serenità e discrezione, per l’umiltà con cui accettate di rimettere quotidianamente in questione il vostro modo di fare e di vedere nonostante l’esperienza accumulata, per la vostra povertà che si fa abbondanza di condivisione e di disponibilità, per il vostro senso dell’obbedienza nel desiderio di servire e non di essere serviti, per la vostra castità ed il vostro celibato vissuti senza drammi e senza rimpianti; grazie per la vostra preghiera semplice e fedele, quella del rosario e del breviario, e per quei lunghi tempi di meditazione, con le mani aperte e cariche della presenza di tutti, per la benevolenza che vi fa capaci di trattenere il rimprovero e l’indulgenza con cui nascondete le offese, per la vostra fede vivificata dall’Eucarestia e dalla Parola di Dio, gustate l’una e l’altra come al primo incontro; grazie per il vostro senso della Chiesa che vi richiede molti distacchi e continua conversione, fiducia e tenacia; grazie per la vostra bontà paziente e benevola, interpretata talvolta per debolezza o mancanza di progetto pastorale; grazie per la passione che vi anima nel trasmettere a tutti, piccoli e grandi, la buona notizia di Gesù: il Signore che vi ha scelti e vi ha consacrati sia la vostra eredità (cf Dt 18,2) e ricolmi il vostro cuore e la vostra vita della gioia e della pace che riserva per i suoi amici.

«Il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù», soleva dire il Santo Curato d’Ars. Noi preti che ne siamo gli umili depositari, e voi, fratelli e sorelle che ne siete ogni giorno i destinatari, tutti insieme eleviamo a Gesù Cristo, sommo ed eterno Sacerdote, la nostra lode ed azione di grazie: «A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen» (Ap 1, 5-6).

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