Solennità di S. Rita da Cascia

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Festa di S. Rita da Cascia
Cascia, 22 maggio 2010


Alessandro Manzoni, descrivendo nei Promessi sposi l’accorrere della gente per incontrare il Card. Federico Borromeo, scrive: «… per un uomo. Tutti premurosi, tutti allegri, per vedere un uomo. Un uomo persuaso che la vita non è già destinata ad essere un peso per molti e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto».

Potremmo trasferire questa descrizione a noi che siamo qui questa mattina: venuti a Cascia da ogni parte «per vedere Rita», donna di piccola statura ma grande nella santità, affascinati dalla sua storia e dal suo messaggio. La Santa di Cascia infatti continua a parlare al nostro cuore e ricorda a tutti che la vita ricevuta da Dio è un dono e un impegno, una grave responsabilità della quale dobbiamo rendere conto.

Le parole di Gesù che abbiamo appena ascoltato, quando chiama i suoi discepoli a divenire amici di Dio e degli uomini e a restare uniti alla vite nuova che egli è, Rita le ha ascoltate, accolte e vissute. Ed hanno portato frutto. Così, dal silenzio della sua urna, oggi la Santa ripete a noi la parola di verità con la quale Cristo ci indica la strada della vita.

Rimanere uniti alla vite, lasciarci potare e portare frutto: sono le tre condizioni che ci garantiscono la partecipazione alla gloria stessa di Dio. «Io sono la vite, voi i tralci. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me» (cf Gv 15, 5.4). La prima esigenza consiste dunque nel rimanere legati al tronco vivo e vivificante che è lo stesso Cristo Gesù. L’immagine così semplice evocata nell’allegoria della vigna diventa suggestiva quando pensiamo che essa vuole tradurre il legame senza eguali che si deve stabilire tra ciascuno di noi e Dio e, di conseguenza, tra noi tutti, raccolti attorno a Lui.

Questa è la realtà: esiste tra me e Cristo un legame essenziale, vitale, costitutivo, un legame che supera i legami dell’amicizia, della parentela e anche della nuzialità, un legame tale che, se non esiste, la Vita non viene comunicata (e si è allora una specie di tralcio secco, di ramo morto); se invece esiste, la vita che scorre in noi è la vita stessa di Dio.

Da dieci, venti, quaranta, sessanta, ottant’anni può darsi, noi viviamo il nostro Battesimo. E forse mai abbiamo pensato alla realtà prodigiosa, sconvolgente nella sua stessa semplicità, della unione esistenziale che ci lega a Cristo come il tralcio è fissato alla vite. Rita ha compreso l’invito di Gesù, e lo ha vissuto. Radicata profondamente nell’amore di Cristo, trovò nella sua fede incrollabile la forza di essere donna di amore e di pace. Visse nel suo intimo il mistero dell’incontro tra il divino e l’umano, tra il creatore e la creatura. Aveva capito le parole di Gesù: «Rimanete in me ed io in voi».

Santa Rita ci invita oggi, con sollecitudine di madre e sorella, a prendere coscienza del fatto che, per il Battesimo ricevuto, formiamo un solo corpo nello stesso Spirito, dissetati al prodotto della vigna che è il sangue di Cristo. Diventiamo così “consanguinei” del Dio-fatto-uomo, che fa di noi dei figli di Dio. Se sapessimo davvero vivere questa verità, non ci sarebbero più paura, dubbio, guerra, morte (Ap 21,4). Così Rita è diventata donna di pace, che insegna ancora oggi a sostituire il male con il bene, il risentimento con il perdono, l’egoismo con la gratuità.

«Io sono la vite, voi i tralci. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato» (Gv 15, 5.7), ci dice ancora Gesù. Signore, oggi ti domandiamo la pace. La pace tra noi e la pace con tutti. Tu sei la vite. Noi i i tralci. Dimori dunque in noi la tua vita di pace!

Ma non è sufficiente rimanere legati alla vite. Un tralcio che cresce da solo cresce troppo velocemente, perché si sviluppa tutto nelle foglie e produce poco. Infatti, «ogni tralcio che non porta frutto, il Padre mio lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto» (cf Gv 15,2). L’intenzione è chiara: Dio ci pota e ci taglia. Anche qui, contempliamo l’immagine in tutta la sua semplicità e in tutta la sua eloquenza: in primavera, una vigna potata sembra ridotta, ferita. Ma la stessa vigna, in autunno, sarà ricolma di grappoli proprio grazie alla potatura che ha subito. Così è della nostra vita: quando dobbiamo affrontare una rottura, una privazione, una rinuncia, immaginiamo facilmente e prevediamo quanto possa essere difficile e ferirci.

Ma la vita ci insegna presto che chi non si rifiuta nulla e rifiuta invece alla Parola di Dio di purificarlo, non produce che l’ombra delle sue foglie o l’illusione della sua legna secca: «Il tralcio si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano» (cf Gv 15, 2). Al contrario, quando la sofferenza ci ha purificato, quando una attesa paziente ci ha permesso di mettere radici, allora esperimentiamo quali frutti di giustizia e di pace una tale potatura ha prodotto in noi (Ebr 12,11). Attraverso la sofferenza, santa Rita è diventata capace di comprendere le pene che attraversano e segnano la vita dell’uomo: per questo è venerata come avvocata dei poveri e dei disperati, che ottengono dalla sua intercessione grazia di consolazione e conforto.

Signore, quando tagli in noi ciò che è morto e poti quanto in noi è inutile, facci sentire che stai agendo come un padre che ci ama, tu che non vuoi la morte del peccatore, ma che si converta e viva (cf Ez 33,11).

Dobbiamo allora compiere ciò per cui siamo stati creati: portare frutto e un frutto che rimanga. Perché il Padre che ci ama non vuole per nulla farci soffrire, vuole soltanto farci crescere. «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto» (Gv 15,8). La gloria di Dio non è l’uomo sterile, è l’uomo vivente. E l’uomo vivente è l’uomo spirituale, che – come Santa Rita – porta i frutti dello Spirito: «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22). Non frutti che muoiano, ma frutti che rimangano; non opere di morte che fanno arrossire, ma opere di vita scritte puntualmente, ci dice l’Apocalisse, nel Libro della Vita (13,8; 21,27).

Mettiamoci allora tutti alla scuola di Santa Rita: la sua adesione al Signore crocifisso e risorto l’ha resa capace di “portare frutto”. «La stigmata che brilla sulla sua fronte – ci ricorda Papa Giovanni Paolo II – è l’autenticazione della sua maturità cristiana. Sulla Croce con Gesù, ella si è in certo modo laureata in quell’amore, che aveva già conosciuto ed espresso in modo eroico tra le mura di casa e nella partecipazione alle vicende della sua città» (20 maggio 2000).

Questo è il messaggio che ci affida oggi la Santa di Cascia: Cristo vuole che noi siamo “uno in lui” fino a divinizzarci, fino a che lui possa porre in noi la sua dimora e rendere la nostra vita feconda di frutti.

Con Santa Rita allora preghiamo: Signore, rimani con noi! E insegnaci e aiutaci a rimanere con te. Amen.

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