Festa di S. Benedetto da Norcia

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Festa di S. Benedetto da Norcia

Norcia, Basilica di S. Benedetto, domenica 21 marzo 2010


Saluto cordialmente tutti voi, cari fratelli e sorelle, ed a tutti porto la benedizione affidatami dal Santo Padre Benedetto XVI nel corso dell’incontro di mercoledì scorso per la benedizione della fiaccola benedettina, fiaccola che – ha detto il Papa – deve «contribuire alla formazione di una coscienza attenta alla solidarietà ed alla cultura della pace, seguendo l’esempio di san Benedetto, apostolo infaticabile tra i popoli dell’Europa».

Saluto il Sig. Ministro per le politiche europee, il Sig. Sindaco di Norcia, che sempre ci accoglie con amichevole e generosa ospitalità, i Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Repubblica Italiana e tutte le altre Autorità civili e militari che ci onorano della loro presenza.

Proprio 30 anni fa, come oggi, il 21 marzo 1980, Norcia accoglieva la visita dell’amato Pontefice Giovanni Paolo II. Facendo affezionata memoria della  sua   presenza   in  questo  luogo, disponiamoci a celebrare i santi Misteri riconoscendo con umiltà i nostri peccati e affidando tutta la nostra vita alla misericordia di Dio.

Quando Benedetto nacque a Norcia attorno al 480, probabilmente proprio nella casa che sta sotto il pavimento di questa Basilica, il mondo antico, rappresentato dalla Roma dei Cesari, volgeva al tramonto. Nel contempo, si consolidava e si diffondeva la Roma degli apostoli, di Pietro e di Paolo, la Roma dei martiri. Proprio grazie alla loro memoria, ancora recente, era vivo il senso della presenza di Cristo, al quale tanti uomini e donne non avevano esitato a rendere testimonianza con il sacrificio della propria vita.

Il loro esempio ha sicuramente esercitato un fascino forte sul giovane Benedetto, che si fa critico e contestatore della realtà in cui vive: rifiuta di lasciarsi trascinare come tanti suoi coetanei nel pantano di una società corrotta e in piena decadenza e decide di troncare gli studi che gli avrebbero assicurato una brillante carriera, incapace però, a suo giudizio, di costruire veramente né l’uomo né il cristiano.

Non per paura Benedetto si allontana dalla vita pubblica, ma perché ascolta una voce misteriosa che gli parla al cuore e lo chiama a seguire un’altra via. Non ci è difficile applicare a lui quanto san Paolo dice di sé nella seconda lettura che abbiamo ascoltato: «Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui» (Fil 3, 8-9).

La forza e la luce accumulate dentro, però, come sempre succede alle leggi del Regno di Dio, non dovevano restare un tesoro nascosto: il modello di vita proposto dalla Regola benedettina sarà capace di generare o fecondare una nuova civiltà; Benedetto ancora non sapeva, ma la strada intrapresa e lo stile “nuovo” della sua vita dovevano incidersi nella grande storia religiosa e culturale dell’umanità.

Tutta la vita del nostro Santo realizza quella tensione “verso l’alto” che costituisce il motore del suo pensiero e della sua azione. Ce lo delinea ancora san Paolo: «Conoscere lui (Cristo), la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3, 10-11).

Benedetto fu per la sua generazione, e ancor più per quelle successive, l’apostolo di quella aspirazione. E tuttavia il messaggio che egli proclamò mediante la sua Regola, sembrava – e sembra ancor oggi – quotidiano, comune e quasi meno “eroico” di quello che sulle rovine della Roma antica lasciarono gli apostoli e i martiri.

In realtà è lo stesso messaggio di vita eterna, rivelato all’uomo in Cristo Gesù, lo stesso, anche se pronunciato col linguaggio di tempi ormai diversi. La Chiesa rilegge sempre lo stesso Vangelo – Parola di Dio che non passa – nel contesto della realtà umana che cambia. Ciò è possibile soltanto se si accoglie l’insegnamento di fondo di san Benedetto, ossia il “quærere Deum”, il cercare Dio come fondamentale impegno dell’uomo: l’essere umano senza Dio non realizza appieno sé stesso e non può essere veramente felice.

Interpretando i segni dei tempi, Benedetto vide che era necessario realizzare il programma radicale della santità evangelica, espresso con le parole di san Paolo che abbiamo ascoltato, in una forma ordinaria, nelle dimensioni della vita quotidiana di tutti gli uomini: bisognava che l’eroico diventasse normale, quotidiano, e che il normale, quotidiano diventasse eroico.

Ecco dunque un pensiero di fondo: non si va o non ci si eleva verso Dio con un metodo spirituale costruito dal basso, frutto dell’ingegno umano. Dio ci ha amato, ha agito, ha parlato per primo (cf 1 Gv 4, 19): di conseguenza, il nostro atteggiamento risponde alla sua iniziativa quando si fa ascolto, adesione, accoglienza del suo messaggio, della sua grazia, del suo amore.

Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, Benedetto viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. La Regola qualifica la vita monastica «una scuola del servizio del Signore» (Prol. 45) e chiede ai monaci che «all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla» (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. «Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti», afferma (Prol. 35). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), al cui amore nulla deve essere preferito (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace.

La spiritualità del nostro Santo non è una interiorità fuori dalla realtà. Grazie al suo intenso rapporto con Dio, egli diventa più attento ai doveri della vita quotidiana e all’uomo con i suoi bisogni concreti. Così, San Benedetto è un esempio luminoso di santità che indica ai monaci come unico grande ideale Cristo; è un maestro di civiltà che propone un’equilibrata ed adeguata visione delle esigenze divine e delle finalità ultime dell’uomo; è una guida che suscita una fraternità autentica e costante, perché nel complesso dei rapporti umani non si perda di mira l’unità di spirito ma si costruisca e si alimenti la pace. Paolo VI scriveva nella lettera enciclica Populorum progressio: «L’uomo, certo, può costruire il mondo senza Dio. Ma alla fine, senza Dio, non fa altro che costruirlo contro l’uomo». E così si ha la prevalenza dell’economia sulla morale, della temporalità sulla spiritualità. Seguendo l’insegnamento di san Benedetto, la vita di ogni cristiano diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione. Grazie ad essa siamo in grado di costruire una società più giusta e più solidale; alla sua scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero e di costruire una società unita nella fraternità e nella solidarietà.

Ci ricorda Papa Benedetto XVI: «Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, «un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità» (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p.58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino» (Udienza Generale, 9 aprile 2008).

Viatico per la nostra vita e per il nostro impegno, risuona particolarmente attuale l’esortazione del Santo: «Soccorrere i poveri, visitare i malati, aiutare chi è colpito da sventura, consolare gli afflitti, nulla anteporre all’amore di Cristo. Adempiere quotidianamente i comandamenti di Dio, amare la castità, non odiare nessuno, non alimentare segrete amarezze, non essere invidiosi, non amare i litigi, evitare vanterie, nell’amore di Cristo pregare per i nemici, ritornare in pace con l’avversario prima del tramonto del sole. E non disperare mai della misericordia di Dio» (Reg. 4, passim).

È anche il messaggio che ripete a noi la pagina evangelica appena proclamata. Il perdono che Gesù offre al peccatore è sempre più grande del suo peccato (cf 1 Gv 3,20), è come un cammino rinnovato, una rigenerazione, una possibilità inaspettata di salvezza. Solo Dio ha il coraggio di dimenticare quello che è passato e di offrire sempre di nuovo l’abbraccio della sua misericordia e del suo perdono. «Misericordioso e pietoso è il Signore – dice il Salmo – lento all’ira e grande nell’amore… Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe. Perché quanto il cielo è alto sopra la terra, così la sua misericordia è potente per quelli che lo temono; quanto dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe» (103, 8- 12).

Dunque, il peccato che ci trattiene prigionieri è alle spalle, è passato, consumato dalla misericordia del Padre. Dio crea e rinnova la vita dell’uomo. La promessa di Dio ai deportati di Israele a Babilonia, riportata nel testo di Isaia che abbiamo sentito nella prima lettura, trova come una realizzazione personale nel cammino di vita che Gesù apre ad una donna peccatrice: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova» (Is 43, 18-19).

Ancora una volta ci viene rivelata l’autentica traiettoria della conversione: il perdono inaspettato e totalmente gratuito da parte di Dio è la forza che permette un cammino di liberazione dal peccato. Perché in Dio il giudizio non è mai senza una possibilità di salvezza: Egli infatti non vuole la morte ma la vita (cf Mt 18, 14). Con una espressione lapidaria, Sant’Agostino dice: «Rimasero solo loro due: la misera e la misericordia». E il dialogo tra Gesù e quella donna rivela la profondità del cuore di Dio: è un dialogo in cui ogni parola trasmette compassione, pace, libertà, gioia; in cui ogni parola è carica della serietà dell’amore di Dio e attende dall’uomo una risposta responsabile e fedele. Gesù non invita semplicemente a dimenticare e fuggire un passato fatto di morte e di schiavitù, ma impegna a guardare la propria vita con serietà, cioè con gli occhi di Dio, e ad aprirla ad un orizzonte di grazia e di misericordia. Perché l’essere perdonati gratuitamente, senza condizioni, è la forza per riprendere il cammino.

C’è qualcosa di più bello di un cuore puro, ed è un cuore purificato. Lo ottengano anche a noi la grazia di Dio e l’intercessione di san Benedetto.

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