Messa Crismale 2011

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Messa Crismale 2011
Mercoledì 20 aprile 2011, Basilica Cattedrale di Spoleto
Cari fratelli nella grazia del Sacerdozio,

 

Poche volte come in questo momento sale dal nostro animo, viva e attuale, la parola di lode del veggente dell’Apocalisse: «A lui che ci ama e ci ha prosciolti dai nostri peccati con il suo sangue e ha formato di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui gloria e impero nei secoli dei secoli» (Ap 1, 5-6). Dalla Messa Crismale che stiamo celebrando si diparte infatti, come da un unico fonte, il fiume di grazia dell’organismo sacramentale di cui noi siamo I’alveo, misero e indegno, ma pur sicuramente adduttore.

 Ci uniamo fraternamente a quanti ricordano commossi un lungo e fecondo servizio sacerdotale: penso ai 75 anni di ministero di Padre Luigi Giuliani, osa; ai 70 anni di Mons. Agostino Rossi; ai 65 anni di don Ludovico Bella, p. Giulio Mancini ofm, p. Carlo Vincenti osa; ai 60 anni di Mons. Giovanni Marchetti, don Carlo Cardarelli e don Luciano Nanni; ai 55 anni di Mons. Vincenzo Alimenti, don Guerrino Conti, don Giovanni Ferri, don Elio Zocchi e don Giulio Martelli cpps; ai 50 anni dei Canonici Gaetano Conocchia e Sergio Virgili; ai 25 anni di Mons. Alessandro Lucentini e di P. John Ouseph Pullan, VC. Insieme con loro, noi tutti facciamo memoria riconoscente del giorno e dell’ora in cui, per l’imposizione delle mani del Vescovo, siamo stati configurati per sempre a Cristo, sommo ed unico ed eterno sacerdote. Come non elevare il nostro inno di lode; come non rinnovare, in un commosso grido di gioia, la nostra confusione, la nostra gratitudine e la promessa della nostra consacrazione? Con tutto il carico delle nostre infedeltà e della nostra miseria, con la corona di spine delle nostre afflizioni e delusioni, riconosciamo ugualmente che tutto è grazia nella nostra vita; e con animo commosso e riconoscente benediciamo il Signore.
 

Sentiamo dunque il bisogno – e il mistero che stiamo celebrando ce ne offre preziosa occasione – di rivedere, nella luce della fede, la realtà ineludibile del nostro legame di sacerdoti con Cristo e con la sua Chiesa, per riscoprire la nostra “identità” soprannaturale e per risentire la carica operativa di amore e di grazia che da essa promana e ci fa servi del Signore e del suo popolo.

 

Innanzitutto, è necessario richiamare quello che noi siamo, in virtù del Sacramento dell’Ordine, per volontà di Colui che ci ha chiamati e ci ha inviati nel mondo, come lui è stato inviato e consacrato dal Padre (cf Gv 20, 21). La nostra configurazione a Cristo, capo della Chiesa e del popolo sacerdotale, è un dato certo della nostra fede, di cui non esauriremo mai l’insondabile e sorprendente ricchezza. «II sacerdozio dei presbiteri – afferma perentoriamente il Concilio – pur presupponendo i sacramenti della iniziazione cristiana, viene conferito da quel particolare sacramento per il quale essi sono segnati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo capo» (PO 2).

 

Nella Chiesa, dunque, sacramento universale del Cristo, noi sacerdoti rendiamo possibile in modo speciale – e non per virtù nostra – la comunicazione della vita di Dio agli uomini, che discende dal mistero pasquale del Signore. Al di là, perciò, delle singole missioni che ci sono affidate, noi siamo “espressioni” di Cristo, testimoni che attualizzano la sua presenza, segni viventi di lui, sacerdote e pastore. Perché il sacramento dell’Ordine ha fatto di noi, nell’economia della Chiesa peregrinante, non semplicemente dei funzionari o dei mandatari giuridici, ma dei «segni personali e viventi» del Cristo vivente, operante e presente.

 

Ciò significa che il sacramento ricevuto non ci ha soltanto abilitati ad alcune funzioni, ma ha investito nel suo centro vitale tutta la nostra persona e ha messo la nostra povera carne umana come segno della presenza di Cristo fra gli uomini. Sicché, quando essi ci incontrano e si incrociano le nostre strade, dovranno sentirci sempre annunciare la sua morte e la sua risurrezione, proclamare e testimoniare la sua legge d’amore, attingere, nella grazia dello Spirito, la speranza che è in lui. Non vi sono compartimenti stagno per la vita del prete. Il popolo di Dio ha il diritto di vedere in noi, all’altare e per strada, nel lavoro più umile come nel ministero più alto, i fragili ma fedeli testimoni di Cristo, segnati dal suo amore ineffabile, seminatori – in ogni solco – del suo verbo di vita.

 

Diminuire questo impegno totale, focalizzare il nostro sacerdozio in alcuni impegni pastorali e ridurlo a momenti solenni e qualificanti, è sottrarlo alla nostra vita, frantumare il nostro io personale, sganciarci dall’amore indiviso per Cristo che ha preso tutto di noi e ci ha segnati di sé non per un’ora soltanto, ma per tutta la nostra esistenza. Fratelli miei, non abbassiamo, da miseri legalitari, il livello di grazia cui Cristo ci chiama; non perdiamo, da poveri e soddisfatti borghesi, la tensione inquietante per arrivare dove non siamo! Restare fermi, in soddisfatta sicurezza, sarebbe per noi la più grave e forse la più comune e smascherata infedeltà. Ed anche la più deludente infelicità.

 

Ma, se per il sacramento dell’Ordine siamo segni viventi e personali di Cristo, il nostro è, per intrinseca esigenza, uno stato e un ministero di comunione e di servizio. Di comunione fra noi, innanzitutto: perché il sacerdozio ministeriale non ci è dato come appannaggio personale o come feudo individuale. Lo so bene – e ne tremo ogni giorno – che è il Vescovo il centro unitario e il responsabile primo di questa comunione sacerdotale. Ma come può, con le sue deboli forze e con le sue anche colpevoli deficienze, assicurare da solo questa unità della comunione presbiterale senza la comprensione, l’impegno, la ricerca continua e reciproca di tutti voi?

 

La liturgia solenne che stiamo celebrando ci sollecita ad un serio e profondo esame di coscienza. Quanto dolorosamente si contrappone al nostro inderogabile obbligo di comunione sacerdotale il nostro parzialismo individualistico, la nostra sete di affermazione personale, il nostro spirito aziendale! Abbiamo tutti urgente bisogno di amicizia più sincera e virile, di collaborazione più concreta e dialogante, di intesa più affettuosa e soprannaturale, che ritrovi in Cristo e nella missione che egli ci ha affidato il suo punto focale e risolutivo. Dobbiamo tutti intensamente lavorare per favorire, prima degli impegni e delle cose da fare, quegli elementi e quelle vie che ci aiutano a conoscerci, ad incontrai in verità, ad accoglierci reciprocamente come fratelli in un ambiente sereno e di stile familiare; dobbiamo imparare ad avere stima gli uni per gli altri; ad avere e dare fiducia; a non mettere etichette e ad accettare ognuno per quello che è, rifuggendo il chiacchiericcio inutile e dannoso; a considerare quello che fanno gli altri come un dono anche per noi stessi; a saper gioire delle iniziative pastorali riuscite ed apprezzare la generosità e l’impegno altrui. Non risuonino per noi le dure parole di Paolo ai fedeli di Corinto: «Cristo è forse diviso?» (1 Cor 1, 13); piuttosto ci giunga come monito di consolazione e di impegno il suo richiamo: «Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, che non vi siano divisioni fra voi, ma siate in perfetto accordo nella mente e nel pensiero» (1 Cor 1, 10).

 

Sì, è vero e ne dobbiamo essere tutti convinti: la testimonianza della fraternità presbiterale è un segno esemplare che aiuta anche le nostre comunità a crescere come «casa e scuola di comunione» e mostra quanto sia decisivo l’amore che unisce coloro che seguono il Signore. Un presbiterio unito è la prima via da percorrere per servire gli uomini ed annunciare il Vangelo in modo credibile; il primo volto della missione è la comunione. Perché la fraternità non è solo funzionale al superamento della solitudine o ad una maggiore efficacia pastorale, ma è condizione fondamentale per edificare la Chiesa, una Chiesa carica di fede e di speranza perché vive di amore.

 

Del resto, la nostra comunione presbiterale non è destinata a chiudersi in casta, ma è volta ad una comunione più larga con tutto il popolo di Dio ed è ordinata al suo servizio. È la traduzione concreta della parola profetica che Gesù ha realizzato in sé, secondo l’odierno evangelo, come segno messianico della sua esistenza sacerdotale: «Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato e mi ha inviato a portare ai poveri il lieto annunzio, ad annunziare ai prigionieri la liberazione e il dono della vista ai ciechi; per liberare coloro che sono oppressi e inaugurare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18-19).

 

La funzione presbiterale è dunque funzione di servizio pastorale, cioè di carità fraterna, umile, generosa, aperta, disinteressata. Ancora una volta vuol essere segno di Colui che è venuto per servire e non per essere servito e per dare tutto se stesso in redenzione di molti (cf Mc 10, 45); ancora una volta deve configurarci e riportarci con tutto il nostro essere e tutto il nostro vivere, patire e gioire, a Cristo Gesù.

 

In questo contesto mi piace qui salutare cordialmente tutti voi, cari fratelli e sorelle provenienti dalle diverse parrocchie della diocesi, convenuti questa sera nella Basilica Cattedrale rispondendo al mio invito. Penso in particolare ai membri dei Consigli parrocchiali, ai ministri dell’Eucaristia e della carità, a quanti in modi diversi partecipano attivamente alla vita della comunità cristiana. Voi siete i testimoni quotidiani del servizio apostolico dei nostri preti, i collaboratori preziosi e discreti del loro ministero, gli amici fedeli che sanno accogliere, ascoltare ed aiutare, aprendo le porte della casa e del cuore.

 

La vostra presenza ci è di sostegno e conforto, così come la vostra partecipazione corale alla preghiera per le vocazioni del primo sabato del mese dice in modo eloquente la stima che nutrite per il Sacerdozio e la preoccupazione che condividete con noi affinché non manchino al popolo di Dio i ministri della Parola e dell’Eucarestia. E noi vi ringraziamo, con pensiero intenso e profondo. Continuate ad accompagnare il nostro cammino, compatendoci nelle nostre povertà ed incoerenze, pregate per noi e continuate a volerci bene. Infatti, che cosa sarebbe un prete senza la sua gente? Nell’amore e nel servizio a tutti voi, alla scuola dell’unico Maestro, la nostra vita trova infatti la sua definizione e la sua più alta realizzazione.

 

Ora, cari fratelli sacerdoti, la mente e il cuore si orientano verso l’altare! Per la lode a Dio, per il rendimento di grazie per le meraviglie nascoste o palesi che ha operato nella nostra povera vita; per rinnovare, con l’ardore dei nostri giovani anni fatto più sofferto e maturo, la nostra dedizione fiduciosa e totale a Gesù; per ristabilire fra noi e con gli uomini un’autentica comunione di vita e di ardente carità.

 

E facendo nostre le parole che il Papa Giovanni Paolo II, futuro Beato, scrisse il 17 marzo 1996, preghiamo:

 

«Te Deum laudamus, te Dominum confitemur . . .»
Noi ti lodiamo e ti ringraziamo, o Dio: tutta la terra ti adora.
Noi, tuoi ministri,
con le voci dei Profeti e con il coro degli Apostoli
ti proclamiamo Padre e Signore della vita,
di ogni forma di vita che da te solo discende.
Ti riconosciamo, o Trinità Santissima,
grembo ed inizio della nostra vocazione:
tu, Padre, dall’eternità ci hai pensati, voluti ed amati;
tu, Figlio, ci hai scelti e chiamati a partecipare al Tuo unico ed eterno sacerdozio;
tu, Spirito Santo, ci hai colmati dei tuoi doni e ci hai consacrati con la tua santa unzione.
Tu, Signore del tempo e della storia,
ci hai posti sulla soglia del terzo millennio cristiano,
per essere testimoni della salvezza,
da te operata per tutta l’umanità.
Noi, Chiesa che proclama la tua gloria, ti imploriamo:
mai vengano a mancare sacerdoti santi al servizio del Vangelo.
Vieni, o Spirito Creatore! Vieni a suscitare nuove generazioni di giovani,
pronti a lavorare nella vigna del Signore,
per diffondere il Regno di Dio fino agli estremi confini della terra.
E tu Maria, Madre di Cristo,
che sotto la croce ci hai accolti come figli prediletti con l’apostolo Giovanni,
continua a vegliare sulla nostra vocazione.
A te affidiamo gli anni di ministero che la Provvidenza ci concederà di vivere.
Sii accanto a noi per guidarci sulle strade del mondo,
incontro agli uomini e alle donne, che il tuo Figlio ha redento con il suo Sangue.
Aiutaci a compiere sino in fondo la volontà di Gesù,
nato da te per la salvezza dell’uomo.
O Cristo, tu sei la nostra speranza!
«In te, Domine, speravi, non confundar in æternum».
Amen.

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