Mercoledì delle Ceneri

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Presentazione di Gesù al Tempio

Spoleto, Basilica di S. Gregorio Maggiore, mercoledì 17 febbraio 2010


Abbiamo appena ascoltato parole molto dure. «Laceratevi il cuore, e non le vesti. Ritornate al Signore, vostro Dio», ci gridava il profeta; «In nome di Dio, lasciatevi riconciliare con Cristo», ci domandava san Paolo, insinuando che questa riconciliazione è già acquisita: è sufficiente acconsentirvi. È il cuore che si deve convertire, per mezzo delle tradizionali pratiche di penitenza che sono il digiuno, la preghiera e l’elemosina, ci ripeteva il Vangelo.   

Ricevendo le ceneri, poi, ciascuno di noi si sentirà dire: «Convertiti, e credi al vangelo», eco della prima predicazione di Cristo (cf Mt 1,15). Questo stesso appello risuonerà per tutta la durata della Quaresima, tempo che non si sceglie, ma che ci è offerto: il momento favorevole, il giorno della salvezza.   

In fondo, la Parola di Dio che è stata proclamata è un richiamo alla verità su noi stessi, ad essere veri, autentici dinanzi a Dio: non ci si può convertire se non si comincia da un profondo atto di onestà e verità interiore. Gesù pone così il problema: non cercare – ci dice – la tua dignità e la tua grandezza specchiandoti nel giudizio degli altri, nella loro lode, compiacendoti della loro ammirazione; cerca la tua dignità e la tua grandezza specchiandoti nel giudizio di Dio, e lì troverai la tua verità, perché solo Dio ti giudica nel modo vero e ti dà la dignità della sua approvazione e della sua lode. È una scelta fondamentale da compiere, anche perché gli atteggiamenti umani a questo proposito sono sempre dondolanti: cercare la nostra dignità negli altri oppure cercarla nell’incontro segreto e sconvolgente con Dio.   

Gesù rimproverò quanti fanno opere buone per essere lodati dagli uomini, e commentò: «Avete già ricevuto la vostra ricompensa». Dava poi il grande consiglio: «Quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra. E il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà». È evidente la contrapposizione continua; perché se è vero che tutti teniamo alla dignità, all’essere giusti (e questo è lodevole, perché siamo chiamati ad essere degni e giusti) è altrettanto vero che, per arrivare a questa dignità, non dobbiamo battere la falsa strada del compiacerci nell’opinione altrui.   

Non ci si può costruire una onorabilità e ottenere plauso con delle buone azioni ostentate, con una vita messa in vista per strappare un buon giudizio, non ci si può sentire serenamente soddisfatti solo se si legge l’ammirazione negli occhi degli altri.

La strada che Gesù consiglia è diversa: non costruirsi una faccia davanti al prossimo ma, all’opposto, accettare di “perdere la faccia” davanti a Dio; in altre parole, lasciare che il giudizio di Dio, che è pur sempre così amorevole e paterno, scenda fin nel profondo del cuore, metta a nudo i segreti della coscienza, sveli ciò che spesso non vorremmo svelare neppure a noi stessi. Accettare questo sguardo purificante e salvatore che ci fa perdere ogni pretesa, ogni convinzione o illusione di essere giusti e ci induce a presentarci davanti a Dio così come siamo, povera gente, peccatori, malati, bisognosi di misericordia: questo è l’atteggiamento che ci salva.  

Non potremo capire la croce di Cristo e la sua resurrezione, cioè la salvezza che egli ci dona, se non partiamo dalla convinzione profonda di quanto abbiamo bisogno salvezza, e pertanto se non abbiamo già rinunciato alla ricerca della stima degli altri che invece ci illude e ci fa pensare di essere già abbastanza giustificati dinanzi al mondo. Gesù consiglia la rottura di questa illusione: dobbiamo riconoscere che è una medicina forte, vigorosa, forse amara sulle labbra, ma dolce nel cuore.   

Le ceneri che riceviamo ci ripetono la nostra fragilità naturale, la nostra povertà fondamentale; ci ripetono soprattutto l’inconsistenza di ciò a cui siamo attaccati, di tutto ciò a cui ci appoggiamo; ci ripetono la vanità di tutti gli idoli che ciascuno di noi si fabbrica ogni giorno. Convertirsi è allontanarsi da quanto compromette la vera vita e voltarsi sulla strada giusta.

Ecco allora l’urgenza di tornare al cuore, al senso dell’elemosina, della preghiera, del digiuno. Si tratta di tre indicazioni che possono scandire questi quaranta giorni e aiutarci a ritrovare il Signore e il senso della nostra vita. L’elemosina verso i poveri, anche se è piccola, ci aiuta ad alzare gli occhi da noi stessi e ad avere compassione per chi stende la mano in cerca di aiuto. Facendo così ci avviciniamo alla compassione che il Signore ha per noi. La preghiera non è moltiplicare le parole e i gesti: è porsi nel silenzio – questo significa “entrare nella tua camera” – e ascoltare le Sante Scritture che ci riportano alla Parola di Dio. In questo tempo ancor prima di parlare noi al Signore, ascoltiamo ogni giorno la sua Parola. E il digiuno ci aiuta a rinunciare alla concentrazione su noi stessi, al nostro egocentrismo e anche alla smania del consumo che rende la nostra vita inquieta e triste. Il tempo quaresimale che inizia con questo giorno di penitenza rappresenta una rottura con il tempo normale della nostra vita. Se ascoltiamo il Signore riceveremo un cuore che sa amare e commuoversi. È la via della sequela di Gesù; non ce n’è un’altra.    

Grandissimo consiglio, profondo itinerario, perché alla meta ci attende Cristo Salvatore con il suo sorriso di fratello e con l’abbraccio della sua misericordia.    

«Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2 Cor 6,2).

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