Festa della Vita Consacrata

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Festa della Vita Consacrata  
Spoleto, Basilica di S. Ponziano, 2 febbraio 2010


Attorno a Gesù che entra nel tempio di Sion si stringe la comunità dei «poveri del Signore»: Maria, Giuseppe, Simeone e Anna. In essi, amiamo vedere anche un’anticipazione di quella innumerevole schiera di uomini e donne che nel corso dei secoli hanno seguito l’Agnello con cuore indiviso, consacrando tutta la vita al servizio di Dio e della sua Chiesa.   


Mentre celebriamo la liturgia della presentazione di Gesù al Tempio, accolti qui fraternamente dalle Canonichesse Regolari Lateranensi, vogliamo lodare solennemente il Signore e ringraziarlo per il grande dono della vita consacrata, che arricchisce ed allieta la comunità cristiana con la molteplicità dei suoi carismi e con i frutti di edificazione di tante esistenze totalmente dedicate alla causa del Regno.

 

La vita consacrata, infatti, imita fedelmente e continuamente rappresenta nella Chiesa la forma di vita che Gesù, supremo consacrato e missionario del Padre per il suo Regno, ha abbracciato ed ha proposto ai discepoli che lo seguivano. Essa è speciale e vivente memoria del suo essere di Figlio che fa del Padre il suo unico Amore – ecco la sua verginità -, che in Lui trova la sua esclusiva ricchezza – ecco la sua povertà – ed ha nella volontà del Padre il ‘cibo’ di cui si nutre (cf Gv 4,34) – ecco la sua obbedienza.   

In Simeone, descritto dal Vangelo di Luca come uomo «giusto e timorato di Dio», vediamo oggi anche un esempio e un modello della vita consacrata: la sua caratteristica fondamentale è la fede profonda, la fiducia, l’abbandono in Dio. Egli è simile a Giuseppe d’Arimatea, descritto a sua volta come «persona buona e giusta» (Lc 23,50). Simeone prende tra le braccia il bambino Gesù e l’arte delle icone lo raffigurerà come «colui che accoglie Dio», simile a Giuseppe d’Arimatea che accoglierà nel suo sepolcro nuovo il corpo di Gesù; Simeone è anche l’uomo dell’attesa: «egli aspettava il conforto d’Israele» come tutti i fedeli del Signore che «aspettavano la redenzione di Gerusalemme» (v. 38); anche di Giuseppe d’Arimatea si dice che «aspettava il regno di Dio» (v. 50); Simeone raccoglie in sé la lunga attesa della speranza messianica: «Consolate, consolate il mio popolo: è finita la sua schiavitù» (Is 40,1-2); «prorompete insieme in canti di gioia, perché il Signore ha consolato il suo popolo» (Is 52,9); «come una madre consola il figlio, così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati» (Is 66,13).   

La quotidianità in cui egli è imprigionato non gli impedisce di tenere lo sguardo fisso verso l’orizzonte, verso la consolazione, verso la rivelazione della gloria. Anche se il presente è senza sole, il santo vegliardo è certo che l’alba spunterà; Dio infrangerà il suo silenzio, la notte oscura sarà diradata, all’inverno subentrerà la primavera. Anche se «avanti negli anni» come Zaccaria, Elisabetta ed Anna, la fiaccola della speranza e la giovinezza nello spirito in lui non si sono attenuate. Come gli altri personaggi dei Vangeli dell’infanzia, il Battista, Maria, Elisabetta, Zaccaria (cf Lc 1, 15.17; 35; 41; 67), Simeone ha in sé la fiamma dello Spirito Santo che lo rende vivo, forte, aperto al futuro: per tre volte in poche righe si celebra la presenza dello Spirito Santo in lui: «lo Spirito Santo era sopra di lui; lo Spirito gli aveva preannunziato; mosso dallo Spirito…» (vv. 25-27).   

Uomo «povero», uomo dell’attesa, uomo dello Spirito: per queste doti Simeone – e con lui ogni religioso e religiosa – è anche profeta nel senso biblico di conoscitore del mistero di Dio e rivelatore della sua parola. La sua profezia si espande in un cantico, il Nunc dimittis, quasi una giaculatoria di serena e gioiosa fiducia, di abbandono dolce, di speranza essenziale, pronunziato da un uomo che sente giunto per sé un tramonto pieno di luce e quindi non pauroso. È per questa grazia serena e pacata che fin dal V secolo le parole di Simeone sono divenute la preghiera serale della Chiesa nel cantico della Compieta.

Ma le parole di Simeone sono anche la voce della sentinella, che attende con ansia nella notte la luce che viene; non è un addio malinconico perché il compito affidato è ormai concluso, è invece un saluto festoso alla Parola di Dio che ora si compie. I suoi sentimenti sono gli stessi della beatitudine: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, udire ciò che voi udite, ma non l’udirono» (Lc 10,23-24).   

Ancora: Simeone annunzia che Gesù sarà un segno di contraddizione e di divisione. Non è questa anche la missione affidata particolarmente alle persone consacrate? Attorno a questo bambino e alla luce che egli porta la libertà umana giocherà il suo destino. Come la spada della parola di Dio che penetra in Maria, così egli penetrerà nel mondo: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace ma una spada» (Mt 10,34). Davanti all’evangelo gli uomini sono costretti ad una decisione, sono provocati a una scelta per la luce e contro le tenebre. Gesù, “presentandosi” nel mondo, diventa quasi una linea di demarcazione, un segno di scontro e di confronto.   

Di fronte al bambino sorretto dai genitori c’è un’altra figura che reagisce: è quella di Anna, la profetessa, termine che nel linguaggio biblico significa colei che è interprete del senso profondo degli eventi e dell’agire di Dio in essi: altra immagine eloquente della vita religiosa. Questa anziana vedova guarda al Cristo come redenzione: infatti, «parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme».    

Anna, dipinta sulla filigrana del ritratto lucano del discepolo come persona di preghiera e di lode continua, riesce ad intuire la svolta che si sta attuando nella storia della salvezza. A differenza di Simeone, il Vangelo non dice che Anna aspetta: Gesù, il liberatore, è presente; unica cosa da fare è di annunziarlo a tutti coloro che sono ancora nell’attesa del liberatore di Gerusalemme. Essa si colloca così nella storia come colei che assume il compito dei nuovi tempi, l’annunzio. Anna incarna la missione del discepolo di Cristo che nel mondo in attesa annunzia la “redenzione”, il riscatto dal male, la possibilità di un mutamento della vicenda umana. Come non pensare anche qui ancora alle persone consacrate, che con la loro vita possono testimoniare con gioia agli uomini e alle donne del nostro tempo, nelle diverse situazioni, che il Signore è l’Amore capace di colmare il cuore della persona umana?   

E finalmente: siamo raccolti questa sera in fraternità attorno a Suor Cristina Emanuela, che entra a far parte degli Eremiti diocesani. La liturgia di consacrazione alla quale partecipiamo interpella tutti noi: che cosa significa essere consacrati? Significa appartenere a Dio solo; vuol dire restituire a Dio una serie di doni molteplici di cui – direi – siamo come fasciati fin dall’eternità; vuol dire unirsi a Cristo che si offre al Padre e agli uomini giorno dopo giorno; significa seguire il Signore per essere restituiti agli altri, per essere “donati”, per vivere nella compagnia degli uomini in un dialogo continuo di gioia. Ed è per questo che non basta il cuore di un uomo, il cuore di una donna, ci vuole il cuore del mondo per quelli che si consacrano al Signore.   

Facciamo ogni giorno esperienza della nostra debolezza e della nostra fragilità; sappiamo bene di non poter contare sulla fermezza della nostra volontà né delle nostre convinzioni. Sappiamo tuttavia di poter contare fermamente sulla fedeltà di quel Signore che ci ha scelti e che fa sorgere nel nostro animo la serenità e la speranza e l’apertura disponibile allo Spirito, anche se non sempre intravediamo per quali strade concrete Egli ci condurrà. Ma a cosa serve non conoscere le strade della vita quando si conosce una strada che si chiama Cristo e quando si crede che Cristo è la vita?   

Con Simeone e con Anna salutiamo anche noi il bambino Gesù che per la prima volta entra nella casa del Padre suo (Lc 2,49). Egli si presenta sulla scena del mondo per far brillare la luce della sua parola e per donare all’umanità la sua salvezza redentrice. Per realizzare questo compito entra nei ranghi di un popolo, assume il nostro sangue, la nostra carne, le nostre prove, le nostre sofferenze, entrerà anche in quell’orizzonte oscuro e così umano che è la morte. Ed è proprio “presentandosi” in questa forma al mondo – non come realtà angelica, bensì come nostro fratello – che Egli può strapparci alla tenebra, al male, al limite. Risorto e glorioso, Cristo è oggi “presente” tra noi attraverso la Chiesa, suo corpo. Essa, per il ministero di tutti suoi figli, nella diversità e ricchezza delle loro vocazioni, deve rendere trasparente la “presenza”, la luce, la redenzione che è il Figlio di Dio fatto uomo.    

Questo “dovere”, questa “missione” sono affidati anche a voi, cari fratelli e sorelle consacrati con la professione dei consigli evangelici. La Chiesa che è a Spoleto- Norcia ed il suo Vescovo vi guardano con ammirazione e gratitudine, e vi chiedono di tenere costantemente accesa la fiaccola della luce di Cristo nella notte della storia, di parlare senza stancarvi di questo bambino «a quanti aspettano la redenzione di Gerusalemme».    

Così il Signore vi aiuti e, in ricompensa, vi dia la gioia e la pace che riserva ai suoi amici.

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