Festa della Fedeltà – domenica 2 ottobre 2011, Santuario della Madonna della Stella

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 “Festa della fedeltà” con gli sposi che festeggiano 25 0 50 anni di matrimonio
Santuario Madonna della Stella, domenica 2 ottobre 2011

 

La parola di Dio ci viene incontro e ci sta dinanzi quest’oggi sotto forma dell’immagine della vigna. Nello scegliere dalla Scrittura questi brani, la liturgia ha certamente tenuto conto della coincidenza stagionale: è il momento della vendemmia; sulle nostre colline è in atto la gioiosa fatica della raccolta dell’uva; le mani avvolgono con cura la vite per staccarne i grappoli e farne mosto e vino. Non è una realtà che ci può rimanere estranea e lasciarci indifferenti, perché essa ha fornito ma­te­ria e immagini a Dio per parlarci; assunta dai profeti e da Gesù, è diventata parola di Dio, tramite espressivo dei misteri del Regno. Gesù dice infatti: «Io sono la vite, voi i tralci» (Gv 15, 5), e il vino che si raccoglie in questi giorni nei tini è destinato ad ar­rivare anche sui nostri altari, per diventare sangue di Cristo.

Alla sua vigna, al popolo che si è scelto, Iddio riserva le stesse cure che uno sposo fedele prodiga alla sua sposa (cf Ez 16, 1-14; Ef 5, 25-33). Questa immagine, insieme a quella delle nozze, descrive dunque il progetto divino della salvezza, e si pone come una commovente allegoria dell’alleanza di Dio con il suo popolo.

 

È considerando questa bella immagine, che ci ricorda la tenerezza di Dio nei nostri confronti e ci richiama alla nostra responsabilità – anche noi, infatti, possiamo essere la vigna buona che produce grappoli rigogliosi o la vigna sterile che produce uva selvatica – è guardando a questa bella immagine che mi rivolgo a voi, cari amici, “cari sposi”, convenuti con gratitudine in questa casa della Madonna per ricordare il 25.mo, il 50. mo o un altro felice anniversario del vostro matrimonio.

 

Sappiamo bene che gli impegni professionali, gli adempimenti di famiglia, le condizioni di salute, l’inerzia della vita con le sue frenesie e le sue noie, il logorio della convivenza, gli inevitabili difetti e delusioni, non sempre aiutano a vedere con lucidità la bellezza e la grandezza della vostra vocazione, la benedizione del volersi bene, del vivere insieme, del mettere al mondo i figli e introdurli nella vita. In questa felice circostanza, vogliamo allora con voi “fare memoria” grata e riconoscente di quel giorno più o meno lontano, mentre nel cuore ricomponete i momenti lieti e tristi degli anni vissuti insieme, la storia di tutta una vita.

 

C’è una domanda, un po’ impertinente forse, ma spontanea: perché vi siete sposati? Da dove è nata la vostra decisione di sposarvi e di sposarvi in chiesa? Probabilmente vi è facile rispondere così: ci siamo sposati perché ci volevamo bene; ci siamo sposati in chiesa perché siamo cristiani; abbiamo deciso di sposarci perché ci siamo incontrati, ci siamo innamorati, siamo cresciuti durante il fidanzamento, abbiamo pensato che potevamo farcela; abbiamo guardato con gioia insieme il futuro, e poi, con la forza del nostro amore, abbiamo responsabilmente scelto di unirci per sempre in matrimonio.

 

Tutto questo è vero, ma non è tutto. In realtà, c’è di più! C’è un altro Amore che vi ha preceduto e vi precede, che vi ha chiamato e vi ha resi capaci di dirvi e di vivere il vostro amore. È Dio Padre, «che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni» (Fil 2,13). Nell’eternità che gli appartiene, Egli da sempre pensa e vuole, cioè ama, personalmente ciascuno di voi in modo determinato come “coppia”, cioè come pro­fondamente uniti per la realizzazione di un disegno che domanda la vostra opera e, prima ancora, la vostra vita congiunta.

 

Voi vi siete sposati perché un Altro vi ha resi capaci di dire il vostro definitivo e reciproco “sì” di amore. È Gesù che, venuto nel mondo per compiere la volontà del Padre, ha pronunciato il suo “sì” fino al gesto supremo della croce, in totale e docile atteggiamento di obbedienza. Il vostro “sì”, la vostra scelta e la vostra decisione coniugali – che non possono mancare – sgorgano dal sì di amore che Gesù in croce pronuncia per la Chiesa sua sposa. Ed è per questo che il vostro matrimonio e il vostro “sì” possono dirsi realmente una eco del “sì” di Cristo sulla croce.

 

Voi vi siete sposati perché lo Spirito Santo ricevuto nel battesimo è venuto man mano configurandovi e conformandovi a Gesù secondo il dono e il carisma dell’amore coniugale. Lo stesso Spirito Santo vi è stato comunicato come dono di grazia nella celebrazione sacramentale del matrimonio. Egli continua la sua opera e, giorno per giorno,  vi rende l’uno per l’altra, per la vostra famiglia, per la società e per la Chiesa, immagine viva,  “sacramento” dell’amore di Dio, totale, unico, fedele e fecondo.

Siamo di fronte a un dono e ad un mistero di grazia che richiede uno sguardo contemplativo per poterne cogliere tutta la ricchezza e gustarne e viverne la gioia: l’amore che vi ha persuasi al matrimonio non si riduce all’emozione di una stagione un po’ euforica, non è solo un’attrazione che il tempo consuma. L’amore sponsale è la vostra vocazione: nel vostro volervi bene potete riconoscere la chiamata del Signore. È dunque nella fedeltà a tutte le esigenze dell’amore coniugale e nella loro gioiosa attuazione che voi realizzate e vivete la vocazione universale alla santità. E il volto di due persone che si amano rivela qualcosa del mistero di Dio.

 

Da questa celebrazione anniversaria nasce quindi l’invito a custodire la bellezza del vostro amore e a perseverare nella vostra vocazione: ne deriva tutta una concezione della vita che incoraggia la fedeltà, consente di sostenere le prove e le delusioni, aiuta ad attraversare le eventuali crisi senza ritenerle irrimediabili. Chi vive il suo matrimonio come una vocazione professa la sua fede: non si tratta solo di rapporti umani che pos­so­no essere motivo di felicità o di tormento, si tratta di attraversare i giorni con la certezza della presenza del Signore, con l’umile pazienza di prendere ogni giorno la propria croce, con la fierezza di poter far fronte, per grazia di Dio, alle responsabilità.

 

Guardando agli anni trascorsi, fatti di tanti momenti diversi e complementari, il cuore si apre alla lode e all’azione di grazie per il Dio della vita che ha condotto con amabile provvidenza i vostri passi, e risuona suadente l’invito del salmo: «Lodate il Signore …, proclamate tra i popoli le sue opere. Cantate a lui canti di gioia, meditate tutti i suoi prodigi… Ricordate le meraviglie che ha compiute» (105, passim).

 

Questa celebrazione, infine, conferma per ognuno di voi la di­men­sione missionaria del sacramento che avete celebrato: è importante che gli sposi cristiani abbiano chiara coscienza di es­sere protagonisti nella Chiesa e nella società di oggi e di do­mani. È una necessità che sgorga dalla stessa vostra condi­zio­ne di chiesa domestica, dal ministero coniugale che vi carat­te­rizza, dal vostro essere, come famiglia, la cellula originaria del­la società. E voi ne siete responsabili verso quelle innumere­vo­li coppie che trascinano di qua il loro matrimonio, di là il loro cri­stianesimo, vivendo senza gioia né l’uno né l’altro.

 

In tale precisa prospettiva, vi è affidata una missione storica nell’Europa di oggi, dove vanno diffondendosi sempre più concezioni e forme familiari diversificate, talora contraddittorie e spesso inaccettabili e riduttive. Questo fenomeno, connesso con il tipo di civiltà e con le culture e le scelte sociali e anche politiche dominanti nel nostro mondo occidentale, andrà imponendosi sempre di più in una società multiculturale e multirazziale come sarà quella europea. A voi dunque spetta proporre, innanzitutto con la vostra testimonianza di vita, una concezione e una forma di famiglia il cui fondamento sta nel matrimonio quale unione stabile e fedele di un uomo e di una donna, fondata sull’amore coniugale, con tutte le sue note e caratteristiche, e pubblicamente manifestata e riconosciuta. Come pure tocca a voi testimoniare a tutti che anche in un contesto come il nostro, pur tra tutte le difficoltà e gli ostacoli, è possibile vivere in pienezza il matrimonio cristiano come esperienza piena di senso e come “buona notizia” per tutte le famiglie e per tutta la società.

 

Guardiamo ancora alla vigna. Quando Dio parla, sollecita sempre una risposta; la sua azione di salvezza richiede la cooperazione dell’uomo; il suo amore attende corrispondenza. Che non debba mai accadere anche a noi ciò che il testo biblico narra della vigna: «Aspettò che producesse uva; produsse invece acini acerbi» (Is 5, 2). La Parola di Dio ci obbliga a prendere posizione: che cosa vogliamo essere? Un tralcio unito a Cristo, alla sua parola, ai suoi sacramenti, in stato di crescita (e, perciò, di conversione), o un tralcio sterile, ricco solo di pampini, cioè un cristiano a parole, non a fatti?

 

Torniamo ad attaccarci alla vite. L’Eucaristia che stiamo celebrando ci offre la possibilità di riattivare in noi la circolazione della linfa vitale che viene dalla vite. Abbiamo sentito, nel salmo responsoriale, la preghiera accorata della vigna abbandonata: «Dio degli eserciti, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato,

il germoglio che ti sei coltivato». Oggi dobbiamo farne la nostra preghiera, ma dobbiamo fare nostro anche il proposito che la conclude: «Da te più non ci allontaneremo, ci farai vivere e invocheremo il tuo nome».

 

Ci aiuti l’intercessione della Vergine Maria, che con il suo invito «Sii buono!» continua ad indicare anche a noi il cammino della vita.

 

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