Omelia Veglia Pasquale 2020

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Omelia dell’Arcivescovo alla Veglia Pasquale
Spoleto, Basilica Cattedrale, 11 aprile 2020

 

Celebrando questa notte la risurrezione di Gesù intuiamo, almeno vagamente, che anche per noi è finita la grande paura della morte e di quanto con la morte è connesso: tristezza, angoscia, malattia, fretta, ansietà, tutto ciò che ci divora nella vita. E quanto bisogno abbiamo di rinnovare questa certezza proprio in queste settimane, mentre la morte ci assale e minaccia da ogni parte. Grazie alla risurrezione, tutte queste realtà negative hanno perso il loro potere. Possono ancora incutere paura, possono ancora mordere, ma sono ormai come un serpente al quale è stato tolto il veleno, che non può più causare i suoi effetti drammatici. Lo stesso vale per tutto ciò che della morte è conseguenza e anticipazione, e getta l’umanità nella disperazione e nella tragedia.

Il Risorto ha inaugurato un mondo nuovo, che entra in mezzo a noi, perché la Pasqua è una vera ri-creazione, una nuova creazione dell’umanità. Perciò la Chiesa ci ha fatto contemplare, attraverso le letture dell’Antico Testamento, le grandi azioni di Dio fin dall’inizio: la creazione, la prova di Abramo, l’uscita del popolo eletto dalla schiavitù dell’Egitto, i testi solenni dei Profeti; per aiutarci a capire che tutta la storia di salvezza ha il suo culmine nella risurrezione, in questo straordinario evento che è qui per noi. Noi siamo la nuova creazione liberata dalle tenebre del male e del peccato, noi siamo coinvolti nella nuova nascita dell’umanità che inizia con Gesù.

Ma la nostra fede non è basata semplicemente sulla testimonianza del ritrovamento della tomba vuota, bensì anche su quella delle apparizioni che vengono annunciate alle donne nella pagina dell’evangelista Matteo: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mt 28, 7). In Galilea, dove Gesù ricostituisce e risana tutte le relazioni umane, relazioni di amicizia, di affetto fraterno, di apostolato, di lavoro comune, relazioni di testimonianza per il mondo, relazioni eucaristiche della mensa.

Tutto questo ha avuto inizio con la risurrezione e avviene per noi questa sera, in cui tocchiamo già l’eternità, la Gerusalemme che scende dall’alto, quella città nella quale non vi è più né pianto, né lutto, né morte, né disperazione (cf Ap 21, 4), nella quale non ci si affanna più correndo da un luogo all’altro per paura di perdere un appuntamento, un affare, di arrivare tardi. Con il Signore risorto tutto ci viene dato e noi siamo introdotti nella sua pace, nel possesso eterno di Dio; il nostro desiderio più profondo di Dio viene saziato da Gesù vivente, nell’attesa di raggiungere la sua pienezza nell’eternità.

Viene il Signore in questa eucaristia. È vero che nel nuovo orizzonte, nella nuova situazione derivata dalla risurrezione di Gesù è ancora presente la fatica, la sofferenza quotidiana, il peccato; noi sappiamo però che, se siamo uniti al Risorto, potremo vincere il male. Dobbiamo portare questo grande annuncio di liberazione anche ad altri, dobbiamo dire a tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle che sono figli di Dio, che possono diventarlo, che possono partecipare alla risurrezione di Cristo, che possono sentire come Dio è sempre con loro nelle realtà di ogni giorno.

Dalla notte di Pasqua nasce allora l’annuncio missionario della Chiesa, la sua responsabilità di andare e annunciare. Essere risorti nel battesimo significa infatti vivere da risorti, propagare la fiamma che viene in noi mediante il dono dello Spirito Santo. La Pasqua diventa così un invito ad un impegno di fede serio e responsabile; un invito a testimoniare nella nostra a carne e nella nostra vita gli atteggiamenti di Gesù di Nazareth, sicuri che il Risorto ci darà la forza per viverli. Si tratta concretamente di passare ogni giorno dalla morte alla vita, di mostrare che l’amore è più forte dell’egoismo, la speranza più forte di ogni delusione, la luce più forte della tenebra.

Diciamoci dunque a vicenda: Cristo è veramente risorto! Diciamolo con Maria madre di Gesù, con gli apostoli testimoni della risurrezione, con i santi che lungo i secoli hanno testimoniato la vita risorta di Gesù nella sua Chiesa fino al giorno d’oggi. Diciamolo anche per coloro che soffrono a causa della guerra, della fame, della pandemia, a causa di ogni genere di difficoltà, nel desiderio che tutti, in questa notte, di fronte all’annuncio che Cristo è veramente risorto possano sentire una nuova speranza di pace e di vita.

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