Omelia per l’ordinazione diaconale di Bartolomeo Gladson Sagayaraj, 25 giugno 2017

Omelia per l’ordinazione diaconale di Bartolomeo Gladson Sagayaraj, 25 giugno 2017

Omelia per l’ordinazione diaconale di Bartolomeo Gladson Sagayaraj, 25 giugno 2017

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Omelia per l’ordinazione diaconale di Bartolomeo Gladson Sagayaraj

S. Giovanni di Baiano di Spoleto, 25 giugno 2017

Le pagine bibliche che abbiamo ascoltato dipingono davanti a noi momenti di angoscia e terrore: il profeta Geremia è costretto ad annunciare violenza e oppressione; i suoi nemici lo accusano di spargere «terrore all’intorno» (di alimentare la strategia della tensione, si direbbe oggi), e minacciano di denunciarlo. Così, il profeta vive una situazione di paura dentro e fuori di sé: dentro, il comando imperioso di Dio, carico di oscuri presagi; fuori, i nemici e i rivali politici che incalzano. Poi il salmista, che dice: «Per te sopporto l’insulto e la vergogna mi copre la faccia; sono diventato un estraneo per i miei fratelli…; gli oltraggi di chi ti insulta ricadono su di me». Su queste situazioni che sentiamo così vicine alla nostra esperienza, il Vangelo fa calare come balsamo la parola di Gesù: «Non abbiate paura!».

Noi invece siamo pieni di paura; potremmo dire che la paura è la nostra condizione. Il bambino ha paura del buio, di chi grida; ha paura dei mostri che stupidamente i grandi agitano nella sua mente per tenerlo buono. L’adolescente ha paura di sé, della vita, degli altri: paure inconsce ma tormentose; paure che si chiamano timidezza, complessi di inferiorità, aggressività. E noi adulti siamo rosi dalla paura nella sua forma peggiore, che è l’angoscia. Viviamo tremando: è paura del futuro, della morte, o anche semplicemente del domani: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?» (Mt 6, 31), disse una volta Gesù descrivendo tale situazione.

Ma nel nostro tempo, sofisticato e complesso, l’uomo sperimenta una forma di angoscia ancora più radicale: quella dell’esistenza stessa. Questo mondo gli appare talvolta una realtà ostile e minacciosa, capace di schiacciarlo con i suoi cataclismi o anche con il suo stesso progresso, come una macchina troppo potente che sfugge di mano al guidatore e lo travolge. È la conseguenza del peccato e della cattiveria umana che, come una nube tossica, getta la sua ombra sul creato e gli conferisce un volto ostile; la terra non sorride più, ma risponde con triboli e spine alle richieste dell’uomo.

Su questa paura si sparge dunque come un refrigerio l’esortazione che abbiamo ascoltato: «Non abbiate paura». Gesù ce ne dà anche le motivazioni; ci svela cioè il vero rimedio alle nostre paure: «Non temete – dice – quelli che uccidono il corpo; nulla al mondo, se non voi stessi, può uccidere la vostra anima. Non temete: voi valete ben più di una coppia di passeri; eppure neanche uno di essi cade senza che il Padre vostro lo permetta». La rivelazione della paternità di Dio e di una vita oltre la morte sostengono dunque l’invito di Gesù. Ogni paura viene ridimensionata nel momento in cui Egli delinea e rivela la condizione più vera e più personale dell’uomo, in cui nulla può colpirlo, neppure chi lo uccide.

Questa appartenenza a Dio e al suo amore non solo rimane per sempre, ma è anche in grado, nella sua definitività, di dare significato e consistenza ad ogni legame che intrecciamo nella nostra vita. Nell’amore di Dio trova fondamento ogni altro amore al quale la nostra esistenza è chiamata ad aprirsi: Dio è stabile e da lui riceve stabilità tutto ciò che in lui viviamo, perché egli rimane fedele a coloro che gli appartengono.

Tu lo sai, caro Bartolomeo, come noi tutti ben lo sappiamo. Se vai indietro negli anni, se ripensi al tratto di strada che hai percorso e cerchi di coglierne il senso misterioso e profondo, ti accorgi che non tu, non le tue qualità, non i tuoi meriti, ma Dio ti ha condotto fin qui. Con amore delicato e fedele ti ha inseguito e ti ha raggiunto; ti ha guidato su vie impensate, ti ha atteso ai crocicchi e ti ha chiesto, insistente, il tuo sì. Anche attraverso la sollecitudine e l’esempio quotidiano dei tuoi genitori, anche con la voce dolce della tua nonna alla fine della sua vita e di quel padre Paolo che hai incontrato alla vigilia della sua morte, quando entrambi, separatamente, ti hanno detto che dovevi «fare qualcosa di più per Dio». Ed ora, pur consapevole della tua fragilità e del peso che ti assumi, «pieno di gioia e di Spirito Santo» (cf At 13, 52), riconosci con la Chiesa la sua voce e ti lasci catturare per sempre.

Tutta la nostra esistenza ha la sua base nella chiamata e nella risposta che sappiamo dare. Causa fontale della nostra consacrazione è il nostro rapporto di fede e di indiviso amore con Cristo, che ci chiama a seguirlo, ci vuole sua continuazione ed immagine, ci sceglie per una missione ed un servizio: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15, 16). Oggi infatti non ti viene conferito un ufficio o una funzione esterna; né questa potrebbe caratterizzare fino in fondo la tua esistenza. È il dono dell’amore supremo di Cristo che ti viene offerto; è la richiesta di una fedeltà totale a lui nella fede, nell’amore, nella sequela appassionata e generosa del suo Vangelo.

A questa chiamata, a questo imperscrutabile rapporto di amore, l’ordinazione sacra pone ora il suggello permanente. L’imposizione delle mani da parte del Vescovo e la preghiera della Chiesa sono il segno sacramentale dell’unzione dello Spirito, che scende in te e tocca intimamente la tua personalità, segnandoti di uno speciale carattere che oggi ti configura a Cristo servo. Ed è per me gioia grande e consolazione particolare, di cui ringrazio vivamente il Signore, poterti donare oggi alla nostra Chiesa diocesana come diacono: esattamente quarant’anni fa, in questo stesso giorno ed ora, ricevevo infatti l’ordinazione presbiterale.

Con il sigillo del diaconato tu divieni, nell’umiltà della tua persona, immagine vivente del Signore Gesù, che «non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 45). Non sarà tuo quello che farai; sarà di Cristo, di cui dovrai essere trasparenza e strumento, per indicare a tutti la sua presenza in mezzo alla comunità dei credenti. Per questo il Diaconato che ricevi non è per te, ma per gli altri. La consacrazione è per la missione: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi», dice Gesù (Gv 20, 21). Divenuto amico di Cristo, di una amicizia che deve ogni giorno rinnovarsi ed approfondirsi, tu sarai, per questo, servo dei fratelli, e tutta la tua vita dovrà spendersi, senza limiti e senza riserve, nel dono di te agli altri. Nel compimento del tuo ministero ti aiuterà la parola di Santa Teresa di Calcutta, a cui ti ispiri: «If you want to spread a message, be the message» («Se vuoi diffondere un messaggio, sii tu stesso messaggio»).

La nostra Chiesa ti accoglie con gioia e speranza, come dono grande del Signore, come la sua assicurazione di voler rimanere con noi a continuare nella storia la sua opera di salvezza e di amore; il nostro Presbiterio ti abbraccia come fratello, unito nel vincolo della missione; ti aspettano gli uomini e le donne del nostro tempo, perché tu ti ponga accanto a loro in un servizio fraterno di carità, di speranza e di pace, in un cammino di comune ricerca e di dinamica attesa del Regno di Dio che viene. Nella comunione con Cristo, sotto l’azione dello Spirito, per essere testimone e partecipe della sua morte e della sua risurrezione; nella comunione con il Vescovo e i confratelli, in una unità di amore, di corresponsabilità e di filiale obbedienza; nella comunione con gli uomini, tutti mendicanti di Dio, ai quali sono destinati il tuo ministero e la tua vita. Soltanto questa apertura e disponibilità a Cristo e agli altri ti darà la gioia, senza rimpianti, di esserti lasciato afferrare dal Signore Gesù: e nessuno ti strapperà dalla sua mano (cf Gv 10, 29).

Accostati dunque all’altare, caro Bartolomeo, per ricevere la grazia dello Spirito, che segnerà per sempre la tua vita. Vieni: e possa tu custodire puro ed immacolato il dono del ministero, con carità integra fino «allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4, 13).Vieni: tu sei ora per noi il segno di Dio, il pegno della sua misteriosa ed operosa presenza d’amore in mezzo alla sua Chiesa, pellegrina sulle strade del mondo.

In inglese:

Rivolgo infine un particolare pensiero di saluto, benvenuto e gratitudine ai genitori di Bartolomeo, venuti dall’India per partecipare a questa santa liturgia. So quanto avete atteso, in preghiera e trepidazione, questo giorno e sono lieto di condividere la vostra gioia. Vi dico il ringraziamento vivo di tutta la nostra diocesi per il dono che le fate di vostro figlio, ora inserito nel nostro Presbiterio. Anch’io sono figlio unico, e anch’io ho svolto tutto il ministero lontano dai miei; so che cosa significa questa lontananza per i genitori: con la sua luce e la sua grazia, il Signore venga a colmare nella vostra casa il posto che Bartolomeo ha lasciato vuoto e vi doni la ricompensa riservata ai fedeli collaboratori del Vangelo.

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