Omelia nella Solennità dell’Assunta, Duomo di Spoleto, 15 agosto 2019

Omelia nella Solennità dell’Assunta, Duomo di Spoleto, 15 agosto 2019

Omelia nella Solennità dell’Assunta, Duomo di Spoleto, 15 agosto 2019

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«Come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita». Alla luce di questa parola di San Paolo che abbiamo ascoltato, nell’assunzione di Maria alla gloria celeste con il suo corpo e la sua anima noi vediamo all’opera la potenza della risurrezione di Gesù. Quanto è accaduto nella persona della Madre del Signore accadrà per ciascuno di noi che abbiamo creduto in Lui. La sola differenza è che Maria fu assunta in cielo immediatamente dopo il termine della sua vita terrena, mentre il nostro corpo sarà soggetto alla corruzione della tomba prima di risorgere in Gesù alla fine dei tempi.

La liturgia odierna celebra il trionfo della vita. La risurrezione di Gesù ha posto dentro alla nostra vicenda di morte un “germoglio di vita eterna”; il corpo risorto del Signore ha introdotto la nostra umanità nella gloria stessa di Dio. Oggi, contemplando Maria assunta in cielo, ci rendiamo conto che la nostra condizione è cambiata: «tutti riceveranno la vita in Cristo». È Cristo che prende ciascuno di noi tra le sue braccia e ci trasporta nella vita; la fede ci mette sulle sue spalle, e siamo sicuri: Lui ci porta. Così, la festa di oggi ci dona sicurezza e pace, perché «un uomo non è uomo se non sa riconciliarsi con la morte» (D. Barsotti, Nel cuore di Dio, Bologna 1991, p. 132).

C’è poi un secondo aspetto del mistero che oggi celebriamo. La redenzione della nostra persona è anche redenzione del nostro corpo che, nella visione cristiana, è parte costitutiva dell’essere umano: noi non abbiamo un corpo, noi siamo il nostro corpo. La rigenerazione che Cristo opera della nostra umanità coinvolge anche il nostro corpo.

Questa posizione cristiana contraddice alla radice la degradazione cui la cultura contemporanea ha sottoposto il corpo umano. Non mi riferisco innanzitutto a comportamenti; parlo di modi di pensare. Suscita profonda preoccupazione a questo proposito, per esempio, la possibilità che anche nel nostro Paese si aprano le porte all’aiuto al suicidio, tramite una legge o attraverso le sentenze di tribunali ordinari o della Corte Costituzionale.

La nostra società, come non è più organizzata per accogliere e accudire i figli, non sembra culturalmente strutturata nemmeno per assistere i malati, soprattutto quelli cronici, rispetto ai quali si rischia di considerare come spreco l’investimento di tempo e denaro. La famiglia, spesso lasciata sola nel dolore, può allora sentirsi spinta ad arrendersi alla cultura della “morte pietosa” e gli stessi malati, quando si sentono “di troppo”, possono finire per invocare questa apparente “soluzione”. Dove prevale un disegno individualistico, tutti siamo spinti a “girarci dall’altra parte” o a chiuderci in un cinismo “economicista” che, in determinate condizioni, porta l’uomo ad essere considerato “sacrificabile”. Persino nella subdola forma di aiuto al suicidio.

E così, si arriva a considerare la scelta di morire alla pari di quella di vivere: morte e vita vengono poste sullo stesso piano, in alternativa, purché la decisione sia volontaria e consapevole. La logica conseguenza è che la massima espressione della propria libertà si realizzerebbe annientando se stessi.

Ma chi soffre non ha bisogno di qualcuno che gli indichi l’uscita di sicurezza verso la morte – peraltro vissuta come un “dissolversi nel nulla” – ma di essere sostenuto, aiutato, ascoltato, mai lasciato solo. Spesso basta una vicinanza amorevole per dare senso, sollievo e speranza a chi la speranza l’ha perduta, sia un malato o i suoi famigliari. Il malato, infatti, mai merita di riceve come risposta la sbrigativa e fuorviante violenza dell’eutanasia, umanamente falsa, lesiva dell’integrità della vita e offensiva della dignità umana.

Affermava un martire dei nostri tempi, Kaj Munk, pastore luterano, che «essere cristiano è esattamente il contrario di essere inerte. Ci sono due modi per servire il nemico di Dio e non si sa quale dei due sia il più dannoso, continuava. Uno consiste nell’essere attivi nel male, l’altro consiste nell’essere inerti nel bene».

Come cristiani non possiamo tacere di fronte allo scempio culturale che si sta perpetrando; abbiamo una forte responsabilità nei confronti delle generazioni future. Rifiutiamo pertanto senza tentennamenti ogni “logica si scarto” tendente a considerare le persone insolubilmente segnate dalla malattia o da altre vulnerabilità (età avanzata, disabilità, patologie psichiatriche, ecc.) come una sorta di “peso infruttuoso” per la comunità, tanto da ritenere opportuno ridurre (o addirittura annullare) risorse ed ausili a loro vantaggio, a prescindere dai loro effettivi bisogni. Non è necessario essere credenti per riconoscersi membri di quella grande famiglia che è l’umanità, dove ogni uomo ha lo stesso valore e la stessa dignità, dal suo concepimento fino alla sua morte naturale.

Cari fratelli e sorelle, la festa odierna ci dona una speranza più forte di tutte le contraddizioni, poiché in Maria noi vediamo anticipata la nostra sorte finale e la piena redenzione del corpo cui la nostra persona aspira.

Partecipando con fede alla mensa eucaristica, noi ci nutriamo della carne incorruttibile del Signore, e veniamo trasformati in Lui. L’Eucaristia che riceviamo è definita come una “medicina di immortalità”. Non nel senso che ci faccia vivere indefinitivamente questa vita mortale. Nel senso che mediante la morte noi non cadiamo in un nulla eterno: entriamo in possesso della vita stessa di Dio. Come Gesù Risorto. Come Maria assunta in cielo.

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