Assunta 2011 – pontificale del 15 agosto

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Solennità dell’Assunta
Spoleto, chiesa Cattedrale, lunedì 15 agosto 2011

 

Vi ringrazio di essere venuti stamane in Duomo per celebrare con me, in letizia, la festa dell’Assunzione di Maria al cielo. Saluto cordialmente ciascuno di voi, cittadini di Spoleto ed i turisti che si uniscono alla nostra assemblea, mentre desidero esprimere la mia vicinanza ed un pensiero affettuoso a quanti non possono andare in vacanza in questi giorni: penso agli ammalati e a coloro che li curano, penso ai carcerati, penso anche con gratitudine a tutti coloro che sacrificano questi giorni di vacanza per i servizi necessari alla comunità civile, dai lavoratori di ogni tipo alle forze dell’ordine. Il mio pensiero solidale raggiunge con speciale preoccupazione le numerose famiglie del nostro territorio che esperimentano e soffrono le conseguenze drammatiche dell’attuale crisi economica. Per loro auspico e chiedo a quanti ne hanno la responsabilità la ricerca generosa e intelligente di soluzioni eque che siano rispettose del bene di tutti.

La festa di oggi propone alla Chiesa e all’umanità l’immagine e il documento consolante dell’avverarsi della speranza finale: la piena glorificazione di Maria è il destino di quanti Cristo ha reso fratelli, avendo con loro in comune il sangue e la carne (cf Marialis cultus, n. 7).

 

È la stessa Maria che, rispondendo al saluto di Elisabetta, ci invita a lodare il Signore e a contemplare le meraviglie con cui Dio, dopo essersi rivelato nella storia di Israele, si appresta ora a compiere, nel Verbo incarnato che Ella porta in grembo, il suo progetto di salvezza. Nella luce del disegno di Dio si rivela la grandezza di Maria, chiamata a cooperare «in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime» (LG 61). Per questo l’umile serva del Si­gnore pro­clama: «Grandi cose ha fatto in me I’Onnipotente. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata».

 

Non possiamo dimenticare che la Madre di Gesù è intimamente congiunta con la Chiesa, ne è figura ed è riconosciuta quale suo membro sovreminente e del tutto singolare (cf LG 63. 53). Nella lettura dell’Apocalisse che è stata proclamata, il parto della donna fa pensare a Maria che diede alla luce Gesù e «le doglie e il travaglio del parto» richiamano la sua presenza ai piedi della croce, dove riceve come figlio Giovanni, diventando ad un tempo madre del Cristo e dei cristiani. A Betlemme come sul Calvario, Essa si trova intimamente e vitalmente associata al Salvatore e a quanti sono chiamati a testimoniare e perpetuare la sua presenza sulla terra.

 

Ha dunque ragione il popolo cristiano di celebrare con gioia e solennità la Vergine Maria, e in particolare il giorno nel quale, «finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria con il suo corpo e con la sua anima, e dal Signore esaltata come la regina dell’universo» (LG 59).

 

La seconda lettura è parte della meditazione che san Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, dedica alla risurrezione di Cristo. Questo fatto, fondamento e centro della fede, ci richiama alla realtà dell’incarnazione. Cristo è il Verbo che «si fece carne» (Gv 1,14), il Figlio di Dio mandato da lui «quando venne la pienezza del tempo» (cf Gal 4,4). Egli prese da Maria sua madre un vero corpo umano, come la Chiesa non si stanca di riaffermare fin dall’età apostolica: Gesù soffrì veramente gli strazi della passione e della morte in croce e quando venne, con la risurrezione e l’ascensione al cielo, l’ora della glorificazione, tutto il suo essere ne fu investito.

 

Cristo risuscitato da morte, «primizia di coloro che sono morti», chiama tutti gli uomini a ricevere la vita in lui: vita pienamente umana, con un corpo che sarà, secondo il linguaggio di Paolo, non più corruttibile, debole, mortale, soggetto ai limiti e alle vicissitudini dell’esistenza, bensì incorruttibile, glorioso, pieno di forza, rivestito di immortalità, ma sempre vero corpo di una creatura umana destinata ad una felicità senza ombre in un incontro che non avrà mai fine con Dio e con i fratelli.

 

In quell’esistenza nuova che si aprirà per tutti i figli di Adamo con la «risurrezione dei morti», nella «vita del mondo che verrà», Maria doveva essere introdotta, per provvido disegno di Dio, al termine del suo pellegrinaggio terreno. Associata nella maniera più intima alla sorte e alla missione del suo Figlio, le fu concesso il dono di seguirlo senza indugio nella «gloria del cielo in corpo e anima» (Colletta). La ragione è indicata nel prefazio che reciteremo: Dio non ha voluto che conoscesse la corruzione del sepolcro colei che ha generato il Signore della vita.

   

Il cristianesimo fu accusato di ignorare la dignità del corpo per esaltare l’anima, di deprimere la materia per esaltare lo spirito. Ma c’è forse un riconoscimento maggiore della dignità del corpo che la fede nella risurrezione di Gesù Cristo e nella risurrezione finale di tutti gli uomini? Certo, il cristiano afferma la gerarchia dei valori quando ripete con Gesù: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna» (Mt 10,28). Ma nello stesso tempo egli riconosce la dignità dell’uomo tutto intero che agisce nel e per mezzo del suo corpo, luogo necessario alla sua esistenza e del suo agire, della sua relazione con Dio, con gli uomini e con il mondo. È per mezzo del corpo che siamo membra di Cristo (cf 1 Cor 6,15). «Il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo… e non appartenete a voi stessi… Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!» (1 Cor 6,19-20), ci ricorda san Paolo.

 

Manca dunque chi trascura le vere esigenze della vita fisica, manca chi, abbandonandosi ad una vita disordinata, profana il tempio Dio e il corpo stesso di Cristo (cf 1 Cor 6,15-20). Sono richiami utili per il periodo delle ferie, troppo spesso occasione di sregolatezza e superficialità; periodo che invece potrebbe essere prezioso per rinvigorire le forze fisiche e dare nuove energie allo spirito.

 

Maria è definita dal Concilio e nella liturgia «segno di consolazione e di sicura speranza» (cf LG 68). Se non è possibile ignorare le croci che pesano sulle nostre spalle nel quotidiano cammino dell’esistenza, non saremmo cristiani se la realtà della vita presente, nelle sue attrattive e nei suoi pesi, ci prendesse talmente da farci dimenticare quello che ci attende oltre il traguardo della morte. Vale per tutti il richiamo di Paolo, là dove ci ricorda la risurrezione di Cristo, promessa e pegno della nostra risurrezione: «Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini» (1 Cor 15,19).

 

Guardando allora con fiducia alla Madre di Cristo, vivente e gloriosa nella casa del Padre che tutti ci attende, accogliamo il messaggio della festa odierna: «la vittoria della speranza sull’angoscia, della comunione sulla solitudine, della pace sul turbamento, della gioia e della bellezza sul tedio e la nausea, delle prospettive eterne su quelle temporali, della vita sulla morte» (Marialis cultus, n. 57).

 

E ripetiamo con fiducia la preghiera della Chiesa: Santa Maria, Madre di Dio e Madre nostra, prega per noi! Adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

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